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Di morale, di nemici e di amici. Cosa possiamo imparare dalla vicenda Charlie Kirk
A pochi giorni dal brutale omicidio di Charlie Kirk è difficile non essere tremendamente turbati. Da una parte ci sono i più deboli di cuore, che sono rimasti basiti dalle immagini dell’efferata brutalità che può scatenarsi in un campus universitario di provincia: qualcosa a cui non siamo (fortunatamente) abituati a queste latitudini. Dall’altra ci sono i più cinici, che dalle crudeltà delle immagini sono protette dal pelo sullo stomaco, ma che difficilmente riescono a trattenere i conati per le condotte di tutti gli altri soggetti. Volendo raffigurare degli archetipi abbiamo diversi esempi. Il primo è il profittatore, incarnato dal meschino sciacallaggio della destra trumpiana e dei suoi scendiletto continentali: una figura prevedibile e che si è incendiata più in fretta della benzina a contatto con il fuoco. A scompigliare le carte è, come sempre, l’amorfo agglomerato che prende – non si sa più perché – il nome di sinistra. Questo macrocosmo che condivide ormai sempre meno neuroni è riuscito a trovare il modo di raddoppiare la categoria di “cosa peggiore”. Da una parte, la maggioranza performativa: il marchio di fabbrica è un insensato moralismo francescano sul valore della vita di ogni essere vivente. Dall’altra, il minoritario fanatico, impegnato nella sua ingiustificabile, scomposta e dissociata dalla realtà manifestazione che viene considerata esultanza. Il primo è un ipocrita che non vorresti nemmeno come vicino di sedile sulla metro; il secondo, un invasato che incarna talmente tanto lo stereotipo costruito dalla destra che ti viene quasi da pensare che si sia tinto i capelli di blu per potersi infiltrare: un avvelenatore di pozzi inviato da coloro che dice di voler combattere. Infine, vi è una corposa ma silente minoranza, la fiammella della speranza che cova sotto la brace di un sano socialismo conservatore, che ha avuto il buongusto e la lungimiranza di compiere l’atto più moralmente rivoluzionario del XXI secolo, nonché il più utile: tacere.
Per capire questa vicenda e i suoi protagonisti è necessario fare un passo indietro. Se siete italiani e prima degli ultimi giorni non avete mai sentito parlare di Charlie Kirk siete perfettamente normali. Non ne sapevano nulla nemmeno i media che ora vi rimpinzano di aggiornamenti ed approfondimenti esclusivi. Kirk è stato un fenomeno tutto interno al mondo dei social statunitensi. Per anni ha incarnato un modello di confronto avvallato anche da certa politologia, che sostiene che i dibattiti nelle scuole abbiano effetti postivi sulla qualità della democrazia. Non sorprende far notare che ovviamente Kirk condivideva questo pensiero, considerando tutto ciò che è marchiato a stelle strisce intrinsecamente migliore. Il suo modo di intendere il confronto ci può dire molto di lui, la sua storia, la sua condotta e le sue implicazioni ci possono insegnare tanto. Negli ultimi giorni i media hanno voluto cucire sulla persona di Kirk la storia dell’imprenditore di successo, il marchio dell’eroismo del XXI secolo. Così ci è stata propinata la storia del enfant prodige che, sdegnato dall’ambiente troppo “progressista”, lascia l’Università (stile Jobs, Gates, Zuckerberg ecc., disdegnare l’istruzione è uno delle narrative che accomuna odierno populismo e vecchio conservatorismo) per fondare “Turning Point USA”, destinata a diventare un’associazione di successo. Tralasciando le insinuazioni su ingenti finanziamenti iniziali (mai dimostrate), questa è solo l’ultima versione della genesi. Per anni Kirk ha diffuso un mito fondativo diverso, in cui il suo addio era stato imposto dall’esclusione a West Point a causa di una “norma a tutela delle minoranze”: nonostante un punteggio di ammissione inferiore, una donna di colore gli era passata avanti in virtù della sua etnia e del suo genere. Naturalmente, nel 2019 qualcuno si era preso la briga di andare a controllare, scoprendo come questa storia fosse una totale invenzione. Prima Kirk si era difeso affermando che il suo non era un racconto, ma una profezia destinata ad avverarsi: lui non si era mai iscritto, perché sapeva come sarebbe andata a finire in quel modo… però avrebbe tanto voluto. All’accusa che questa era solo una banale scusa, per di più contradittoria, Kirk aveva risolto rimuovendo i contenuti che includevano questo argomento e cambiato versione sostenendo che lui non aveva mai parlato di West Point. Se qui non è possibile dilungarsi sulla nascita economica della sua associazione è, tuttavia, obbligatorio concordare che Kirk era un vero imprenditore del XXI secolo: come ogni buon capitalista che si rispetti, tutta la sua narrazione e la sua fondazione è una bugia.
Ma ciò che più ci deve interessare è ciò che Kirk ha realmente fatto con la sua creatura, e cosa significavano davvero i suoi “Prove me Wrong”, un argomento di cui si sa spaventosamente poco in questo continente: proprio per questo se ne parla continuamente. Ci sono due critiche fondamentali che vanno evidenziate: una è rivolta a Kirk e alla sua imbarazzante operazione, l’altra alla congrega di utili idioti che partecipava al suo teatrino. Entrambe formano una contraddizione che insieme aiuta a comprendere cosa sta accadendo a seguito della sua morte. Chiunque si sia approcciato ad uno dei classici, da Austin a Ayer, della logica dell’ultimo secolo capisce intuitivamente che gli spettacoli di Kirk non hanno nulla in comune con questa forma di ragionamento e con il dibattito. Non si tratta solo di magnificare la logica; da quasi 30 anni studiosi come Finlayson e Norval hanno dato vita ad una politologia che riscatta il pathos e l’ethos della pessima nomea che gli è stata appiccicata dalla concezione del discorso habermasiana. Il punto, tuttavia, è che la logica argomentativa si può attuare solo in un dibattitto dialogico. La stessa costruzione della messinscena che Kirk portava in giro nelle università americane è contraria per natura al dibattitto. Innanzitutto, come in ogni buona rappresentazione del capitalismo, le condizioni di partenza sono volutamente impari: da una parte un decisore delle regole del confronto seduto comodamente e riparato il gazebo; dall’altra un mendicante discorsivo in piedi sotto il sole o la pioggia che ha pochi secondi per vomitare la sua indignazione. Tutta la costruzione simbolica della scena è tesa a sottolineare un clima di disparità intrinseca che deve essere accettata passivamente, simile alla supplica dei contadini al Re nella sala del trono. Non è un dialogo, ma la pantomima di “Vercingetorige getta le armi ai piedi di Cesare” di Royer: con l’unica differenza che qui Vercingetorige non ha ancora nemmeno combattuto. La cosa peggiore è, tuttavia, che questo è il problema minore: ben oltre la scenografia sono i contenuti del dialogo ad essere imbarazzanti. Kirk è sempre stato un maestro dell’insensatezza e della fallacia. La sua mossa tipica era una peculiare tecnica di attacco che mescolava un prologo di discredito e cd. fallacia dell’argomento fantoccio con l’epilogo imposto da un armamentario limitato ma efficace di fallacia di avvelenamento del pozzo, “e allorismo”, qualche fallacia statistica e fallacia aneddotica.
Facciamo un esempio ricavato da un vero show: A “La pena di morte che abbiamo qui in Texas è una pena disuma e dovrebbe essere abolita”; Kirk: “Quindi secondo te non dovremmo punire gli assassini per gli orrori che hanno commesso?”. Questa è la fallacia dell’argomento fantoccio, condita da un appello al pathos – la sofferenza della morte – per renderla più incisiva. A “Non sto dicendo questo, sto parlando della modalità di non della necessità di”; Kirk “In Alabama (ad es.) hanno pene molto più severe, molte più condanne a morte per lo stesso reato e infatti hanno meno crimini”. Oltre che essere un’assurdità, questa è una fallacia aneddotica (ricava un’analogia che non può essere dedotta). Per finire con “anche in Alabama come in Texas la maggior parte dei reati è commessa da immigrati; quindi, il punto è che dovremmo liberarci di loro, e solo un woke indottrinato potrebbe non riconoscere questo”. La strategia dell’avvelenamento del pozzo viene veicolata da una fallacia nota come “whataboutism” o “e allorismo”. O attraverso l’insulto, o attraverso una domanda chiusa (è vero/non è vero?) l’argomento viene archivitao e il grande retore si proclama vincitore. Spesso si fa finta di non capire che il criterio di esclusione dei discorsi di Kirk non è la verità o la falsità di una sua affermazione, ma la pertinenza con l’oggetto della discussione. Cosa abbiamo imparato da questo confronto? Assolutamente nulla! Dati finti e argomentazioni fallaci sono tutto ciò che ci rimane nel lungo periodo. Ma nell’immediato possiamo reclamare di avere “demolito/asfaltato/blastato” ecc. il nostro avversario: che è tutto ciò che conta per appagare il nostro ego (e per generare views che saranno monetizzate dal furbo Kirk). Non a caso, recentemente, la celebre e geniale serie animata Southpark ha definito questo tipo di teatrino “de(mastur)bating”: un geniale gioco di parole tra debating (dibattere) e masturbating (masturbarsi). La grande innovazione dei social che Kirk ha saputo incarnare e cogliere è il trasformare in soliloquio persino il dibattito vis à vis. Il punto non è persuadere l’altro, neppure sconfiggerlo. L’altro è solo il feticcio che tappa il buco della perversione: ci serve disperatamente per darci un godimento che da soli non siamo in grado di attribuirci. Se questo vale per Kirk, vale ancora di più per i suoi follower che scrivono commenti di fuoco su come “he cooked a liberal bitch” repostando compulsivamente, godendo perché il loro “padrone”, soggetto supposto potere, ha goduto.
Cionondimeno, se Freud e la sua rivoluzione ci hanno insegnato qualcosa è che anche nella relazione di dominio c’è sempre godimento da entrambe le parti. Gli studenti che si sono per anni prestati non sono innocenti, anzi. Lungi dall’essere un ostacolo essi sono stati il fondamento “o-sceno” della sua affermazione. Tutti in fila, sbrodolanti ed in attesa di farsi devastare, con l’aria docile e arrendevole di chi sa di essere in procinto per farsi stroncare: un destino inevitabile per chiunque porti avanti uno slogan che non capisce ma che gli hanno spiegato essere di moda. In questo senso Kirk faceva oltremodo bene ad umiliarli. Per loro, dopotutto, la parte più importante era solo la partecipazione a questo rito, l’essere parte di un video su un profilo famoso: poco importa che il prezzo fosse la loro umiliazione. La ribellione è un po’ una festa: si grida, si consuma e poi si torna a casa. Inoltre, Kirk, con il suo fallace sadismo, incarnava perfettamente il ruolo del Padre perverso. La sua aggressività immotivata ed il suo successivo tono bonario e paternalistico sono le due lame delle cesoie della castrazione simbolica. Il giovane festaiolo e liberale studente del campus assurge finalmente alla vita adulta attraverso il trauma della sodomizzazione verbale: il gran Padre perverso li include nel mondo dei grandi attraverso l’insegnamento traumatico delle cose vere. Si compie così una rituale di crescita che insegna la sottomissione; si palesa il godimento perverso del trauma. Forse questa breve analisi può aiutarci a cominciare a squarciare quel velo ipocrita che vede nel binomio studenti e lavoratori una sacra famiglia che non si può criticare men che meno spezzare. Forse, invece, un socialismo orgogliosamente moralmente conservatore deve smettere di fare proprie le battaglie di una minoranza confusa e ingestibile e che di questo non ne vuole sapere, solo a causa di un’ingombrante eredità 68ins che considera i giovani un’avanguardia, una massa significativa ed animata da istanze emancipatorie. Se è vero che il desiderio di incendiare il mondo è un tratto della gioventù e anche vero che nessuno è più strumentalizzabile di un post-adolescente: nessuna generazione sfugge a questa evidenza. Forse dovremmo smettere di considerare una bestemmia quella di schierarci dalla parte della maggioranza silenziosa: il costo potrebbe essere perdere quella gustosa superiorità morale che tanto eccita i liberali; il guadagno, però, potrebbe essere quello di tornare a contare qualcosa.
La verità non troppo sconvolgente (a patto di non essere ipocriti) è che, nonostante siano stati una ristrettissima minoranza ad ammetterlo, non essere turbati per la morte di un avversario politico è uno dei sentimenti più umani del mondo: fa parte del nostro rapporto con il mondo. In specie in un contesto come gli USA, che si regge sulla violenza politica. La prima volta che un sobillatore venne fermato da una coltellata vagante fu durante la Shays Rebellion: era il 1787 e gli US esistevano formalmente da 6 anni. Scandalizzarsi per un colpo di fucile in un’università in un paese che conta un numero di omicidi a scuola maggiore dell’intero resto del pianeta rasenta la soglia del ridicolo. Altra cosa è ostentare gioia esternamente o rivendicare questo evento come une bene: quello è un atto empio oltre che insensato. È chiaro ormai da anni che la posizione della vittima è una posizione di potere: non a caso la morte di Kirk mostra che tutti giocano ad essere vittima. È il bisogno di essere la parte oppressa ad alimentare i complottismi di ogni natura: se sono soggetto al complotto sono vittima, dunque diritto di fare come voglio. Il peccato è certo qualcosa dal quale noi impariamo che possiamo essere assolti; ma essere orgogliosi del proprio peccato preclude il perdono e serve solo a scatenare la rabbia altrui. Si può, ovviamente, aver odiato Charlie Kirk: perché anche odiare è un diritto, un sentimento umano che non sparirà solo perché non piace a qualcuno. Perché non a caso lo lasciamo fare ad altri ogni giorno, perché non si fanno i processi alle emozioni. Ma ancora di più perché l’odio di adesso non ha poteri trasfiguranti, perché una morte brutale non trasforma ne cancella quanto fatto in vita, nel bene e nel male. Se un ladro viene ucciso durante una rapina in banca ne possiamo sconvolti, come lo sono sempre gli esseri umani dinanzi alla morte. Questo sgomento, dolore, o qualsiasi altra emozione, non può tuttavia portarci a descriverlo al suo funerale come “uno sfortunato operatore di banca”. Spostare il dolore di oggi sull’opera di ieri è un’immensa fallacia logica che rappresenta il vero testamento di Kirk. Inoltre, ciò che appare ancora più grottesco è che, a dispetto della prevedibile strumentalizzazione da parte degli attori politici statunitensi, a richiedere il rispetto di questo farsesco politicamente corretto sulla morte altrui sia proprio quella destra che se ne lamenta continuamente. Flaccist, dall’unione di fascist + flaccid sembra il perfetto neologismo per questi mollicci incitatori dei valori dello squadrismo … ma a solo a patto che non ci facciamo male e che non ci offendete. E poiché ora sono offeso, tutti quelli che l’hanno fatto sono cattivi e non meritano nessun riconoscimento nel gioco della politica: il pallone è mio e dopo il fallo me lo porto via.
Ma, come ho voluto chiarire sin dall’inizio, ancor più molli e pericolosi sono molti di coloro che, in queste ore, dalla presunta parte opposta della barricata, tentano di assordarci con la rivendicazione che “la violenza non è mai giustificabile” per cercare di compiacere i “flaccist”. Premesso che ogni dottrina politica, dal contrattualismo alla dialettica contempla la violenza politica, quello che ci dovrebbe premere è capire chi sono questi novelli ascetici catari mascherati. Dietro i loro proseliti contro la violenza – che NON stiamo giustificando, ma solo razionalizzando – si nasconde un essere molto più terrificante ai loro occhi: il conflitto. Questi morali e moralisti ricordano, prima di tutto a loro stessi, che, in fin dei conti, la sottomissione è di gran lunga preferibile al conflitto. Quando affermano che si poteva non essere d’accordo con Kirk ma bisognava apprezzarne la passione e la verve democratica essi stanno in realtà abbracciando il loro transfert e tornando i giovani che sono stati. Giovani, liberali, dalle idee confusamente progressiste, desiderosi di opporsi, ma anche di essere accettati da chi contestano. In piedi, sotto il sole, sotto la pioggia, con un microfono davanti, un padre perverso pronto a circonciderli intellettualmente ed un brivido di vergognosa eccitazione. Perché, dopotutto, si poteva non essere d’accordo con Kirk, ma alla fine bisogna farsi furbi, diventare grandi, capire chi comanda e accettare l’evirazione.
Ecco che allora, in fondo, ancora una volta la contingenza radicale può essere davvero una lezione. Una lezione su quali rami secchi tagliare, quali non fare più crescere e verso quali nuovi (vecchi) campi dirigersi.
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