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Polarizzazione politica e “politica dei valori”


19 Set , 2025|
| 2025 | Visioni

L’omicidio politico di un sostenitore di Trump ha portato ulteriore benzina sul fuoco di un panorama già molto diviso e surriscaldato. L’atmosfera sembra sempre più simile allo scenario della serie televisiva The Boys: due tribù che si odiano, fra leadership carismatiche, uso intensivo dei social per galvanizzare la base e l’attitudine a bollare presso i propri sostenitori l’avversario come eversivo, traditore, minaccia pubblica.

In Europa il contesto è molto diverso, se non altro per una minore diffusione di armi da fuoco (e una minore propensione a usarle), ma esistono dinamiche simili. Un tratto comune è la crescita della polarizzazione emotiva. Qualcosa di molto insidioso, e non solo per le possibili ricadute violente, ma perché orienta il dibattito su determinate priorità e le energie politiche divengono ostaggio di oligarchie manipolatorie, mentre il sistema dorme sonni tranquilli.

Vediamo di che si tratta.

Elettorato in guerra
Uno studio dell’Università di Dresda del 2023 ha studiato il fenomeno della polarizzazione politica in dieci paesi. Si intende con tale termine la dimensione emotiva negativa della percezione di chi ha un’opinione differente o fa parte di uno schieramento politico opposto. È evidente che considerare la controparte come una manica di criminali non aiuta il dibattito. Fra i paesi esaminati i più polarizzati sono la Grecia, l’Ungheria e l’Italia. I temi che dividono di più sono l’immigrazione, il cambiamento climatico e le misure pandemiche.

Per tutte le tematiche si distingue fra polarizzazione percepita ed effettiva (quello che si ritiene sia divisivo e quello che lo è davvero) e, curiosamente, le prestazioni sociali sono viste come un tema controverso ma la conflittualità effettiva è bassa.

Per capire come siamo arrivati a questo punto occorre affrontare la questione non cercandone le radici nelle caratteristiche intrinseche di una delle parti in campo. Questo è invece ciò che ciascuna di esse afferma, riconducendo l’inasprirsi del clima – rispettivamente – all’atteggiamento fascisteggiante, prepotente, esclusivista della destra da una parte o alla spocchia, suprematismo morale e demonizzazione della controparte proprio della sinistra dall’altra.

In ciascuna versione ci sono elementi di realtà, ma ognuna delle due parti demonizza la controparte attribuendole tutta la responsabilità alle sue tendenze intrinseche, con una proporzionale dose di vittimismo: “noi non c’entriamo nulla, sono solo gli altri che ci attaccano”.

Per cogliere la realtà dei processi occorre vederli nel momento dinamico, ovvero nell’interazione concreta, che dispiega un meccanismo elementare di reciprocità: il comportamento ostile genera attitudini simmetricamente simili, in una dialettica di azione-reazione ricorrente e autoconfermativa.

I temi e l’oggetto di tali contrapposizioni consistono nelle cosiddette “guerre culturali”.

La rivincita dei valori
Si intende con tale termine, entrato ufficialmente nell’analisi nel 1991, il conflitto politico basato su elementi simbolici o morali fra progressisti secolari e conservatori religiosi, in riferimento al contesto USA. Da un decennio i gruppi religiosi evangelici erano arrivati sulla scena, dando la vittoria a Reagan. Da allora, se negli USA il ruolo di tali forze è sempre più importante – fino a mettere alla presidenza il devoto G. W. Bush – anche nel Vecchio Continente si è affermato qualcosa di simile, anche se con un’esibizione della dimensione religiosa molto meno spinta.

Pur con tale limitazione, oggi assistiamo a una vera politica basata sui valori. Tale fenomeno si associa alla polarizzazione, con effetti nefasti. Ci si può domandare cosa ci sia di criticabile in una politica “basata sui valori”. Essi richiamano la dimensione morale dell’individuo e vengono invocati per sottrarsi a un cinismo esclusivamente basato su interessi e vantaggi.

Si ammetterà che esistono valori diversi (a rigore anche l’egoismo estremo è un valore), ma cosa c’è di sbagliato in valori come giustizia, uguaglianza, inclusione e perché non dovrebbero fondare la politica?

La risposta è: perché non sono sufficienti. Non se ne vuole sminuire l’importanza: essi costituiscono la motivazione di fondo di ogni azione politica (e umana, in ultima analisi), ma c’è bisogno di un quadro attuativo perché acquisiscano un senso politico. Una motivazione che risiede nell’interiorità ha bisogno di una lettura analitica della realtà e della scelta dei mezzi più adeguati e opportuni per agire su di essa, tenendo conto degli interessi in gioco, delle forze contrarie e della complessità del reale.

Insomma, abbiamo bisogno di concetti e idee. I valori in sé, fatti calare dal cielo dell’idealità, possono dare fondamento a molte attività ma non alla politica.

Le grandi culture politiche che hanno fondato la Costituzione avevano indubbiamente dei valori, ma li hanno inverati in un patrimonio di idee, concetti e categorie specificamente politiche. Il principio lavorista, per esempio, disegna implicitamente il protagonismo delle classi subordinate come elemento concreto che orienta l’ordinamento.

I valori poi sono qualcosa di molto astratto, che hanno bisogno di ulteriori elementi per orientare politicamente o addirittura avere un senso. E non solo termini molto generali come libertà ed eguaglianza. L’antifascismo è un principio che ha ricadute molto concrete sul piano materiale. Colto come un mero valore assume una valenza generica di “anti-dittatura” o simili. Ridotto a mero valore astratto può essere agevolmente addomesticato in un quadro di serena accettazione del capitalismo, così che anche personaggi come Renzi o Calenda possono riconoscervisi.

Valori anziché classi
Moltissimi studi indicano che il voto di classe non esiste praticamente più. Lo fa intuire il titolo stesso di G. Evans del 2012: Explaining the Decline of Class Voting. Anche il più recente (2020) The Evolution of Cleavage Voting in Four Western Countries di C. Goldberg raggiunge conclusioni simili. Differenti cleavage di carattere culturale (cosmopolitismo vs. nazionalismo) sostituiscono progressivamente i vecchi riferimenti di classe-partito. Il lavoratore più umile può trovarsi a votare lo stesso partito del suo datore di lavoro in nome di una stessa agenda “culturale” (la posizione sull’aborto o sull’immigrazione).

Questo è il cuore delle guerre culturali: una conflittualità costruita su temi come l’aborto, la razza, i valori religiosi, il nazionalismo, i diritti gay, il multiculturalismo, il ruolo delle donne e simili. Essi orientano il voto come fattori decisivi assai più dei temi economico-sociali.

Questo slittamento non va sottovalutato. Joe Bageant nel 2007 scrisse un testo (Hunting Deer with Jesus) in cui dava una plastica rappresentazione della classe lavoratrice statunitense bianca che vive condizioni difficili — precarietà economica, scarsa istruzione, salute pubblica in affanno — ma si identifica culturalmente con valori (valore della caccia, nazionalismo, religione) che la spingono a votare e a comportarsi politicamente in modi contrari ai propri interessi economici materiali.

Possiamo vedere come centrale – e matrice essenziale del clima di intolleranza – questo doppio movimento: la visione politica “di classe” sul versante progressista diventa meno esigente, fino a contemplare alleanze con liberisti, tecnocrati, fan delle privatizzazioni; al contempo, nella “politica dei valori” si vede un irrigidimento pressoché dogmatico.

Quanto più gli schieramenti diventano simili per operato e di governo, tanto i valori caratterizzanti i rispettivi elettorati si traducono nella demonizzazione dell’altra parte. “Popolo di destra” e “popolo di sinistra” dipingono l’altra parte in termini non di contrapposizione di obiettivi politici, ma di decenza morale.

Quali sono le conseguenze di tale impostazione?

Prima di tutto, moralizzare il confronto significa amplificare l’antagonismo. Cooperare significa spesso rinunciare all’interezza dei propri obiettivi per agire congiuntamente sui punti in comune. Se invece ragioniamo nei termini di assunti morali la rinuncia è un cedimento. La controparte diviene il Male, il criminale da spazzare via.

Diretta conseguenza è che il merito delle questioni scivola sempre più via. Non si riesce più a parlare delle questioni reali, ma dell’atteggiamento etico della controparte. Persino temi molto tecnici diventano un’arena per lo scontro fra visioni morali opposte – si pensi ai vaccini.

Altro punto è una diversa definizione del “nemico”. Se i problemi nella loro concretezza passano in secondo piano, sul banco degli imputati non compaiono i meccanismi che di fatto incidono sulla realtà, ma gli elettori dello schieramento avverso che presentano un’idealità opposta.

Tutto ciò non significa che viviamo un’epoca di purismo ideologico, anzi prolificano i compromessi più ignominiosi. Per cui possiamo vedere tutto ciò come un teatrino delle due parti per mantenere il consenso, un vero instrumentum regni.

Ma è possibile portare avanti un cinico machiavellismo travestito da manicheismo valoriale senza che le passioni suscitate ad arte minaccino la convivenza comune o rendano il dibattito un ambiente tossico, denso di reciproco disprezzo, se non una vera e propria polveriera?

Il panorama che abbiamo descritto fa molto comodo al sistema, che ha avuto buon gioco a dirottare scontenti e astio politico in forme che non minacciano l’assetto del potere. Tale stabilità è stata raggiunta a caro prezzo, e come al solito non è la base lavoratrice a pagarlo.

Di:

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