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Scendere in piazza per Gaza? Scendere in piazza per tutto


22 Set , 2025|
| 2025 | Sassi nello stagno

La tragedia di Gaza, il genocidio compiuto dalla classe dirigente sionista, non è altro che la realtà non filtrata del mondo che tutti noi, quotidianamente, ci ritroviamo a vivere e legittimare. Un ordinamento globale fondato ancora sulla legge del più forte o, per meglio dire, del più violento, in cui l’Occidente, che ne è portabandiera, è trainato proprio dal sionismo e dai suoi alleati. A Gaza l’appropriazione illegittima della terra, l’utilizzo dell’economia come arma di pressione e, infine, la completa deumanizzazione del diverso, dell’altro, sono solo portate all’estremo, smascherate di tutto quel buon costume borghese da cui il regime capitalista si traveste in Occidente.

Di fronte a questo sorge spontaneo un moto di sdegno, di rabbia, di desolante comprensione della follia che pervade oggi, più di ieri, il nostro mondo: il completo ribaltamento di ogni umanità, di ogni metafisica, di ogni legge spirituale. Le immagini del metodico sterminio dei gazawi generano sgomento, perché ci viene spiattellato in faccia, non è tenuto nascosto né tantomeno edulcorato. La stessa macchina propagandistica israeliana, nonostante gli ingenti finanziamenti ai social Meta e ai prodotti Google, nemmeno si cura di censurare questo macabro corteo. Forse perché si fregia della violenza di cui è capace, con tacito orgoglio o, forse, perché l’inazione delle masse, tornate plebe, è tale da non richiedere più di mascherare ciò che il nostro mondo è realmente: una distopia.

Guardiamo dai social media il compiersi di un genocidio in diretta.

Allora, le mobilitazioni pubbliche per la Palestina assumono un significato ben maggiore rispetto alla semplice solidarietà. La causa palestinese ci smuove, perché ancora permane, tra le folle, un barlume di spirito, di umano, che bussa alla porta e dice: «Tu potresti essere il prossimo».

Perché sì, davvero noi potremmo essere i prossimi. Anche senza apartheid, anche senza pulizia etnica. Ma la metodologia, oppressiva e spietata, parte dal riconoscimento di un nemico e dalla polarizzazione dell’opinione pubblica contro il capro espiatorio di riferimento. Lo abbiamo visto nell’era Covid: la facilità con cui si può portare un uomo comune ad augurarsi la morte di un’intera categoria di esseri umani, se questi sono sapientemente trasformati in pericolo pubblico.

Ecco, perciò, aderire alle proteste, agli scioperi, ai cortei non rappresenta solo la spontanea vicinanza di un popolo verso l’altro. Queste manifestazioni rappresentano forse l’ultima occasione di dimostrare che l’umanità esiste ancora ed è pronta a combattere. Nella resistenza del popolo palestinese c’è la resistenza di tutti i popoli del mondo, contro l’oppressione del nuovo feudalesimo che si è andato a costituire negli anni, contro la pervasiva rete di potere e interessi del sionismo, contro la macchina implacabile della «ricchezza ad ogni costo».

La cloaca mediatica dipinge i movimenti «ProPal», come li definiscono loro, un’accozzaglia di antifascisti, comunisti nostalgici, facinorosi e islamisti. Di fatto, le piazze delle proteste di queste settimane sono piazze degli italiani. Sono strade piene di buoni cittadini, che non possono accettare di farsi carico di quegli stessi crimini di cui si macchia il nostro governo, restando inerme a guardare un popolo che scompare.

Per questo è importante chiarirlo e far arrivare il messaggio quanto più lontano possibile: si scende in piazza non per Gaza, ma per tutto. Questo è, in fin dei conti, il senso dello sciopero generale indetto oggi 22 settembre e dei relativi cortei nelle piazze di tutto il Paese.

Quando i portuali decidono di bloccare il flusso di armi verso Israele, non stanno solo combattendo il regime sionista ma, in fin dei conti, avversando un intero impianto economico che sposta mezzi di morte come sposta elettrodomestici. Quando si sciopera per Gaza, in fondo, non si sta solo rinunciando a un giorno di lavoro per solidarietà, ma si sta avversando quella cultura del profitto ad ogni costo, tale per cui si pretende di andare avanti nelle nostre attività quotidiane come se niente fosse, mentre dall’altra parte del Mediterraneo persone identiche a noi muoiono sotto i bombardamenti. Quando si scende in piazza per unirsi nella lotta, non è solo per avversare il Governo Meloni, vergognoso e tiepido complice di Israele, ma per avversare il sistema neoliberale, globalista, sionista e autoritario che compierebbe il suo massacro indipendentemente dal fatto che al potere ci sia la destra o la sinistra.

Per questo non solo è giusto, ma doveroso, bloccare tutto. Essere parte di queste manifestazioni nella consapevolezza che, combattendo per chiedere la fine dell’assedio di Gaza, si chiedono indirettamente cambiamenti ben più profondi: dallo sradicamento dell’ingerenza sionista nelle democrazie occidentali al miglioramento delle condizioni economiche di tutti. Si chiede, insomma, una vera e propria rivoluzione.

Se Gaza scompare, noi tutti, come umanità, perdiamo contro la demoniaca sfera di potere del sionismo e dei suoi alleati. Se Gaza sopravvive, allora tutti noi possiamo sopravvivere e rintracciare in questa prima vittoria il compimento di una Rinascenza storica, in opposizione al sogno distopico delle nostre élite.

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