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Il fantasma del golpe di Pedro Castillo e il golpe fantasma del blocco reazionario
Nella narrazione delle vicende politiche latinoamericane la destituzione del Presidente peruviano Pedro Castillo assume una posizione di rilievo in termini di fantasia degna del realismo magico del continente. I tratti veritieri degli eventi vengono conditi con ingredienti immaginari ed immaginati, che alterano l’immagine, la deformano storpiandola, fino a renderla irriconoscibile rispetto all’originale. L’artificio ottico che si genera è il risultato da propinare alla massa quale esclusiva forma di lettura della realtà reiterata ad oltranza dalle penne al servizio.
Il maestro e sindacalista è lo sfortunato protagonista della vicenda che da vittima di un clamoroso golpe orchestrato dal blocco reazionario viene trasformato artificiosamente in un pericoloso golpista che viola i principi della convivenza democratica e quindi rimosso e incarcerato. E’ evidente la magia dei poteri dominanti di generare e raccontare il fantasma di un golpe e, al tempo stesso, render fantasma il vero e proprio golpe che effettivamente si consuma tradendo la sovranità popolare.
Eletto nell’aprile 2021, Castillo, è portatore dei valori e delle istanze dell’area rurale ed andina, delle zone più marginali e povere, escluse e lontane dai luoghi decisionali. Nel nome del suo partito, Perù Libre, la proposta politica di rottura. Un Perù libero dalle consolidate cricche e camarille, dalle ingiustizie sociali ed economiche, dalla miseria, analfabetismo e povertà. E’ un marxista, Castillo, conosce il pensiero di Mariategui ed il suo contributo indigenista per il riscatto del proletariato. Rompe col Gruppo di Lima – creato negli anni scorsi per asservire le logiche statunitensi contro la Repubblica bolivariana del Venezuela – e di riannoda i fili di una alleanza socialista tra paesi latinoamericani.
Uno spauracchio per la cultura dominante. Vive nel fango della remota regione della Cajamarca, di cui porta orgoglioso il sombrero, la città in cui il conquistador Pizarro a capo di un manipolo di avventurieri spagnoli, incontra, cattura, inganna ed uccide il poderoso imperatore Atahualpa. E non a caso, Castillo, dichiara, che non avrebbe governato dal palazzo di Pizarro, simbolo di un potere che da questa parte dell’oceano si identifica con il colore della pelle del colone. Giura solennemente con le stoffe indigene di una camicia senza colletto: l’altro Perù è materializzato nelle stanze delle istituzioni.
Uno spauracchio per le élites economiche e politiche. “Nessun povero in un paese ricco”, uno degli slogan in campagna elettorale. Hanno ragione a temerlo, Castillo, difatti, promette di convocare una Assemblea costituente per riscrivere la Costituzione adottata durante la dittatura
di Alberto Fujimori, reo delle stragi di civili di Barrios Altos e Cantuta, di oltre 27 mila sterilizzazioni forzate tra le donne indigene oltre a corruzioni varie. Una carta al servizio delle grandi imprese a scapito di lavoratori, contadini e popolazioni indigene. Intende nazionalizzare le risorse naturali attraverso un ruolo dello Stato in economia per garantire diritti sociali come istruzione, sanità e lavoro come diritti fondamentali, non solo come servizi. E proprio questa Costituzione riscrive la vacancia, caricatura dell’impeachment statunitense, un istituto ambiguo che si presta a interpretazioni flessibili utilizzato per rimuovere il presidente quando sgradito, attraverso il ricorso ad una generica “incapacità morale permanente”, come accade a Castillo.
Suonano premonitrici le sue parole richiamando l’eroe indigeno Tupac Amaru: “I nemici del cambiamento, i conservatori, i reazionari di sempre non usano più le vecchie armi da guerra che usavano contro il martire di Cusco, ma fingono di piegarci oggi con disinformazione, false accuse e calunnie per rinunciare alla nostra volontà di cambiare”.
La volontà di Castillo e dalla maggioranza dei peruviani che lo ha votato, quindi, si scontra con un Congresso che – per effetto del meccanismo elettorale e del sistema multipartitico – ha un significativo blocco reazionario guidato proprio dalla figlia del dittatore, Keiko Fujimori, che riesce a boicottare ogni tentativo di riforma. Questo gruppo di potere controlla inoltre parte dei media con cui organizza una campagna che funge da amplificatore nella descrizione della pericolosità di Castillo, descritto come erede dei guerriglieri di Sendero luminoso, creando una allerta nazionale.
Violando le regole con un sistema compiacente, Castillo per tre volte viene sottoposto alla vacancia senza nessun capo di accusa se non quelli fantasiosamente inventati. Al terzo tentativo, il Presidente, pero’, dichiara – il 7 dicembre 2022 – lo scioglimento del Congresso previsto dall’articolo 134 della Carta per convocare l’Assemblea costituente promessa in campagna elettorale. Proclama lo stato di emergenza e il coprifuoco. Una dichiarazione che gli costa l’immediata deposizione, l’arresto e il carcere istantaneo, senza alcuna possibilità di difesa, in violazione al più elementare diritto di difesa. L’ambiguità della Costituzione e la flessibilità dell’ interpretazione garantiscono la deposizione: il golpe, quello reale, è consumato. Ma non ad opera di Castillo ma da parte delle forze reazionarie che eleggono Dina Boluarte senza passare dalle urne. Il paese protesta con scioperi e manifestazioni, le piazze e le strade sono stracolme, oltre 50 morti sul suolo. Viene imposto il coprifuoco, quello vero.
Non si fa attendere la solidarietà di Cuba, Nicaragua, Messico, Honduras, Venezuela mentre si attende il giudizio della Corte Interamericana Derechos Humanos alla quale i legali di Castillo hanno fatto ricorso per chiedere la scarcerazione.
Lo status quo è ristabilito. Tra le leggi approvate dal Congresso golpista vi è l’amnistia ai criminali delle forze di sicurezza e dei comitati di autodifesa per i gravi reati contro i diritti umani (oltre 70 mila morti e 20 mila desaparecidos) commessi durante il conflitto armato interno tra il 1980 e il 2000 sotto la presidenza proprio di Fujimori. E a poco conta che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che la legge viola gli standard internazionali e costituisce una battuta di arresto nella ricerca di giustizia per le gravi violazioni dei diritti umani commesse durante il conflitto in Perù.
Questa vicenda rappresenta un chiaro esempio di come i fatti storici raccontanti attraverso l’impiego di elementi fantasiosi assumano forme alterate rispetto agli originali fino al desiderato paradosso di trasformare la vittima in carnefice. Viene agitato il fantasma di un golpe che non esiste e al tempo stesso il golpe vero sparisce nel silenzio della complicità del sistema di potere. La lettura conseguente che si determina è una illusione mistificatrice ed ingannevole della realtà ad uso di un sistema di potere che si consolida.
Per Pedro Castillo sono stati chiesti 34 anni di carcere e oltre 65 milioni di soles di risarcimento. La sua unica colpa quella di rappresentare la parte più povera del popolo e di lottare per cambiare lo stato delle cose. L’accanimento nei suoi confronti è il tradimento della sovranità popolare, la persecuzione degli strati sociali più umili, la violazione della convivenza democratica. Gli ingredienti magici a disposizione di pochi hanno dunque compiuto l’artificio ottico.
(Mentre si scrive è noto che la candidatura alle presidenziali del prossimo anno sia stata depositata da Castillo ma c’è da scommettere che forte della sua popolarità sarà sottoposto all’interdizione dai pubblici uffici).
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