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LA FLOTTILLA NEL MARE DEL DIRITTO E DEI DIRITTI
La vicenda della Flottilla pone più di una questione giuridicamente impegnativa e di assoluta rilevanza: espressione della crisi delle nostre democrazie e della sovranità popolare che ne è ovunque il fondamento. Però non se ne parla: in generale e nemmeno in questo caso. Non so se per evitare contraddizioni non facilmente superabili o per difetto di conoscenza.
Vi è stato un tempo nel quale l’azione del cittadino o del gruppo di cittadini era impegnativo per tutta la comunità: nella Roma più antica anche il singolo civis che violasse un trattato internazionale avrebbe coinvolto, con il suo agere, tutto il popolo che, insieme a lui, ne sarebbe stato responsabile.
Ma quel tempo è oggi lontanissimo. Il singolo non agisce più in rappresentanza della comunità che, invece, è rappresentata dallo stato-persona e, per esso, dai suoi organi costituzionali deputati a formare e a manifestare la volontà popolare che, a sua volta, si esprime attraverso libere le elezioni. Si chiama, se non sbaglio, democrazia. Secondo la Costituzione italiana la politica estera spetta allo Stato (art. 117, co.2, lett. a), che la esercita tramite il Governo e il Parlamento.
E allora che dire dell’azione della Flottilla? Come potrebbe valutarsi dal punto di vista giuridico il suo ingresso nelle acque territoriali di un Paese straniero che non lo consentisse? Lo Stato italiano, se la Flottilla venisse attaccata, dovrebbe intervenire con la Marina militare? Si direbbe di no, proprio di no, ad evitare guai peggiori. Non è più il tempo del cittadino che impegna, con la sua azione, tutta la comunità. Non è più quel tempo. Per quanto altamente meritoria, giusta, umanitaria sia l’azione di un cittadino italiano che violasse un trattato internazionale, la responsabilità sarebbe solo sua: la Repubblica non ne sarebbe coinvolta.
E allora perché intellettuali, partiti, movimenti, attivisti e anche giuristi credono che Flottilla abbia dalla sua il diritto? Il diritto, dico; non la giustizia perché potremmo facilmente convenire che la mission sia giusta. Penso che la confusione in cui sta navigando Flottilla dipenda dalla confusione che oggi regna quando deve entrare in campo, almeno in certi campi, il dispositivo giuridico. Questo dispositivo ha, ai giorni nostri, una composizione ricca, forse troppo ricca in quanto gli elementi che lo compongono sono talora eterogenei, si muovono in direzioni diverse, talora radicalmente opposte: la conseguenza è che, nell’artificiale e astratto universo giuridico, nascono conflitti spesso insanabili. E da questi conflitti sorgono convinzioni radicate che dividono e scuotono le democrazie.
La Flottilla, e suoi naviganti, hanno le loro ragioni: si chiamano diritti. Diritto alla libera manifestazione del pensiero, alla libertà personale, alla vita e all’integrità personale, alla libera circolazione, allo sviluppo economico e sociale, alla pace ecc. Si tratta di diritti solennemente riconosciuti dagli ordinamenti interni come internazionali. Diritti universali: da affermare e difendere in ogni dove.
Ecco allora che si può creare e si crea un cortocircuito nell’universo giuridico. Ecco allora che gli uni si schierano dalla parte del diritto generale, proprio di tutta una comunità statale, che esprime la sovranità popolare incarnata da Governo e Parlamento (da noi, almeno) democraticamente investiti; mentre gli altri si appellano ai diritti che vorrebbero avere partita vinta contro il diritto. C’è qualcosa che non funziona in tutto questo. Dietro c’è l’individuo che vorrebbe rendersi giudice, esso solo o il suo gruppo, del tutto che, però, resiste o cerca di resistere. Qui sta il cuore della crisi della democrazia.
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