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Anche il globalismo (progressista) ha fatto cose buone
Pensieri sparsi e confusi, come confusa e contraddittoria è la realtà.
Saluto positivamente la coraggiosa iniziativa di Flotilla: il suo carico simbolico è una spina piantata nell’indifferenza e nella complicità dei governi occidentali.
Si potrebbe dire, con una battuta e molto semplificando le coordinate di una vicenda certamente più sfaccettata, che anche il globalismo (progressista) – con il suo mix di antistatalismo (ora declinato come anticolonialismo), umanitarismo, fiducia nelle potenzialità dei movimenti dal basso e protagonismo dei poteri indiretti della new economy – può produrre cose buone. Nel caso della Flotilla siamo di fronte a un insieme di poteri e soggetti privati – il modello delle ONG sostenuto da celebrity e poteri privati economici accanto a esperienze di attivismo provenienti dal mondo del lavoro (i portuali di Genova) – collocato senz’altro dalla parte giusta degli eventi contro le politiche di guerra senza limiti di Israele.
A Greta Thunberg, che figura tra le protagoniste dell’operazione Flotilla, vanno riconosciuti attestati di stima e simpatia. Se c’era qualcosa che lasciava perplessi era il modo in cui la giovane attivista affrontava la questione ecologica. Esiste infatti un nesso evidente tra emergenzialismo del “fate presto!”, tecnocrazia e finalità regressive dal punto di vista democratico e sociale. Anche in quel caso il fondo globalista era animato dalle migliori intenzioni, ma inscritto in una piattaforma ben poco convincente e piena di insidie.
Guardo poi con favore alle proteste che attraversano in questi giorni le città italiane. È positivo che incontrino finalmente l’attenzione della grande stampa e dell’opinionismo mainstream, quando fino a pochi mesi fa ben pochi, tra i “big”, denunciavano l’enormità di quanto sta accadendo a Gaza (fra questi va ricordato il prode Di Battista).
Ci si può chiedere se questo fermento avrà anche ricadute politiche. Potrebbe scompaginare il quadro attuale, sempre più ingessato tra falso bipolarismo e astensionismo? O c’è il rischio che la questione palestinese diventi il “significante vuoto” attorno a cui si coagula, con una coloritura umanitaria, il cosiddetto campo largo, relegando altri temi decisivi sullo sfondo, come avvenne con l’antiberlusconismo in passato? E tutto ciò senza erodere davvero il consenso del centrodestra?
In ogni caso, lo scenario internazionale è destinato a cambiare, forse radicalmente, e le priorità di oggi non è detto che siano quelle di domani. Basti pensare ai venti di guerra che spirano sempre più forti alle porte orientali dell’Europa. Rivelativo, in questo senso, un editoriale particolarmente inquietante di Maurizio Molinari su “Repubblica”:
https://www.facebook.com/share/p/1C9cfsz1F5/?mibextid=wwXIfr.
Tornando al fondo globalista della meritoria operazione Flotilla: si tratta di una forma di mobilitazione in basso che riesce anche perché si raccorda con istanze “dall’alto”, ovvero con una precisa configurazione del potere di tipo mediatico ed economico. Anche in questo caso è potere contro potere, con i grandi attori privati globali che stavolta operano sul versante giusto della Storia, supportando un’iniziativa di grande impatto che supplisce all’inazione degli Stati.
Certo, anche nelle situazioni rivoluzionarie l’impeto e il volontarismo dal basso da soli non bastano, se non incontrano condizioni oggettive favorevoli (interne ed esterne) e il “genio” di minoranze capaci di guidare il processo. Ma lasciamo però perdere il caso estremo del momento rivoluzionario. Un tempo il conflitto sociale non si scontrava con l’indifferenza delle classi di governo: rappresentava un problema a cui fornire una qualche risposta, anche solo per neutralizzarlo. Oggi è spesso un rumore di fondo che non disturba il manovratore, che ricorre in parte alla repressione per poi lasciare che le proteste si spengano da sole, nel disincanto di chi vede di non riuscire a ottenere nulla. La Francia di Macron è stata per mesi infiammata dalle proteste, eppure Macron è andato avanti col pilota automatico senza lasciarsi troppo condizionare.
Già che ci siamo, va anche ricordato come il multipolarismo non nasca su impulso dei movimenti globali dal basso, ma quando Russia e Cina hanno alzato la testa e si sono affermate come grandi potenze in grado di riequilibrare l’unilateralismo statunitense.
Insomma, dalle logiche del potere non si esce e il problema centrale rimane sempre la conquista del potere politico, laddove esso è principalmente collocato: a livello cioè di Stati. Potere dal basso e potere dall’alto, stretti in una dialettica virtuosa, tra dimensione nazionale-popolare e universalismo concreto: è tutto ciò che serve per sostenere con successo le ragioni delle cause più giuste.
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