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Lettera a Anna Segre a proposito di Onora La figlia (Interno Poesia)


26 Set , 2025|
| 2025 | Terza Pagina

Cara Anna,

Onora la figlia è un libro forte, in cui scardini il meccanismo di sudditanza nei confronti del padre, e poni l’irrevocabile necessità dell’undicesimo comandamento: onora la figlia! È un libro il cui raggio spazia dalla religione alla psicoanalisi, dall’intimo alla rivolta. È un libro politico, in cui ti rivolgi al padre, con la rabbia necessaria di chi abbia carpito il senso ultimo del proprio intimo dolore, ma ti rivolgi anche ai Padri d’Israele, cui chiedi, anzi, non chiedi, gridi l’urgenza di uno scardinamento della gerarchia per disinnescare l’ordigno del potere. È un libro intimo, in cui sveli l’amore per la madre, una madre di cui senti di essere figlia: sono figlia di mia madre scrivi, sei sua, ma non di tuo padre; è per la madre che provi compassione, per le sue vicissitudini. Capovolgi i ruoli: Figlia, Madre, Padre, ordinando al padre di onorare le donne che ha considerato succubi, ma la Madre è anche il sacro femminino che torna, trionfante, a governare il processo creativo. Onora la figlia è canto, musica, grido, lo ascolto come una sonorità profondamente rock. Portare la rabbia significa comprenderla, mediante il corpo si comprende lo spirito, uniti nel punto di intersezione da cui scintilla il fuoco. È il fuoco eracliteo che si ridesta nel tuo grido, che è canto, il fuoco alchemico nel processo di trasformazione del veleno in farmaco laddove la figlia è il pharmakos, ma è tornata per non lasciarsi escludere e maledite, è tornata benedetta nel nome della madre. In te sento la ribelle, la studiosa di Tōrāh, la mistica, e la psicoterapeuta. I tuoi libri sono insieme dolore e medicina, liberazione, irruzione, terapia per chiunque debba ancora imparare a dire eccomi, esisto, e posso essere sconfinata nella mia potenza di rivolta, posso essere il fuoco purificatore che brucia per guarire.

“Ma poi la voce si fa più precisa, più vicina al centro del dolore e della memoria. Non è più solo la figlia che parla del mondo: è la figlia che parla della madre. Una madre che non è figura astratta, ma presenza concreta, quotidiana, irriducibile. Una madre devota e potente, invisibile e sovraesposta. Una madre che si dà e si nega nello stesso gesto, che si fa suora, serva, ebrea, borghese, comunista, povera e ricca. Inafferrabile. Forse irraggiungibile.” scrive Manuela Fraire in prefazione. Ed è vero, leggendoti si ha l’impressione di attraversare il sentimento dell’ambivalenza, soprattutto nei confronti della madre, di cui porti le medesime ferite, la trasmissione di un codice, che intendi però capovolgere, e lo rovesci mediante l’undicesimo comandamento. Vi è il celato rimprovero per il silenzio durante i soprusi sempre sottili, verbali, gestuali del padre. Quell’atteggiamento di sottomissione lo erediti ma non lo incorpori, lo riconosci per distruggerlo; in te si attua il capovolgimento – la rivolta – mediante una poesia che arde e resta impressa, un marchio a fuoco. 

La mia personale lettura di questo grande lavoro di capovolgimento è politica, laddove ai padri di Israele si chiede di onorare le figlie e i figli, di non portare avanti il massacro. Come in alto così in basso, come in cielo così in terra. La rivolta è un atto necessario per individuarsi, per dire io esisto, e perciò anche tu esisti, ma se tu mi annulli allora smettiamo entrambi di esistere. Questo libro è un azzeramento dei conti. Nonostante il fuoco eracliteo, o proprio grazie a esso, io vi leggo un urlo di pace. Tornare alla Madre, che tutto unisce, e partorisce i suoi figli fratelli. Onora i tuoi figli, Padre, onora la figlia.

Io non sono una proprietà,

anche se nasco dall’atto di qualcuno

e quel qualcuno penserà

di avere dei diritti

su di me.

Potrei non soddisfare le aspettative,

anzi, lo dico subito:

deluderò le proiezioni,

non corrisponderò all’idea

e incenerirò gli investimenti,

sarò un’idiota incurabile,

sarò me malgrado te,

sarò quello che mi pare,

disubbidirò,

disturberò,

busserò

alle tue braccia conserte.

Anche se puzzo

anche se sono matta

anche se sono altra

da quella che speravi.

Puoi mettere tutti i verbi al futuro.

Io sarò lo sperpero del tuo patrimonio,

la tua catena corta di responsabilità

la promessa di fatica

una perifrastica di dolore:

io sono la figlia.

Onora la figlia,

inchìnati

davanti alla gratuità del mio amore,

pròstrati

dinnanzi alla fiducia assoluta

che ti ho concesso

senza nemmeno conoscerti,

senza che te la meritassi.

Chi sarà stato a proporre

onora il padre e la madre?

Commercianti di cromosomi,

tutori dell’ordine costituito

di cui conosciamo

le armi in dotazione

dai secoli dei secoli.

Se non l’amore,

che non si può imporre,

perlomeno il timore.

E non è certo Isacco ad alzare

il coltello,

ma Abramo, uno dei padri d’Israele.

E non è stata Ifigenia

a considerare utile

la propria morte

per un vento a favore,

bensì l’eroe Agamennone,

suo padre.

E quando sarà il momento,

ti verranno a ricordare

il tuo ‘minimo’ dovere,

quel mutuo di obblighi

acceso a tua insaputa

dall’ultima spinta

prima dell’eiaculazione.

Il padre minaccia

e la madre

fa finta di non vedere

(o viceversa)

e alla fine della storia

sono santificati.

Amen.

Non toccare

i genitori.

Non toccare

i padri d’Israele.

Non toccare

i comandamenti.

Non dissotterrare

gli spiriti omerici.

Lascia tutto com’è.

Chi sei tu, per toccare?

Te li troverai contro, ti odierannoidentificandosi nel ruolo,

invece di considerare il sopruso

il non amore

la distrazione

la prepotenza

l’impunità capillare

del quotidiano approfittarsi

del quinto comandamento.

La categoria insorgerà

per tutelare la corporazione

i privilegi le indulgenze i poteri.

Che ne sai tu di educazione?

Solo un genitore sa cosa vuol dire una figlia.

Non sei contenta di quello che hai avuto?

Sei stata fortunata e ci sputi sopra.

Dici che ti hanno danneggiato,

ma eccoti qui libera di vivere, di parlare

(come mai? Hanno fatto il lavoro a metà)

Onora la figlia

cazzo

anche se non sai provare affetto

anche se hai l’anima arida

anche se l’anima non ce l’hai.

Onora la figlia.

Manca il comandamento del rispetto.

Onora la figlia.

Il mondo ti giudicherebbe,

se ci fosse il comandamento.

Di:

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