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“MONDO È STATO E MONDO SARÀ”
Un’avvincente analisi socioculturale della “civiltà contadina” dell’antropologo Giuseppe Melillo
Giuseppe Melillo, antropologo, è una persona sensibilissima e profonda. Ecco come si presenta egli stesso: «Laureato in letterature straniere, con tesi in Antropologia Culturale. Assistente per alcuni anni di Antropologia culturale presso l’Università di Basilicata. Giro la Basilicata in lungo e largo e conosco storie e personaggi di paesi e contrade. Collaboro con produzioni cinematografiche e televisive. Mi incuriosiscono le dinamiche dei movimenti di massa, dei comportamenti sociali, gli scenari di sviluppo». È bello quel conoscere la Basilicata paese per paese, tratturo per tratturo. Ogni paese è unico, ha tradizione diverse, lingua diversa, patrimonio culturale diverso. Come sosteneva Giustino Fortunato: «La Basilicata è frutto della storia e della geografia». Veritas filia temporis, ma anche filia loci. E Giuseppe aggiunge: figlia anche della geologia. Infatti, il territorio è caratterizzato, in fondo da due fenomeni preminenti: le frane e i terremoti. E questi due fenomeni hanno segnato fortemente la tempra, la mentalità, l’indole lucana.
L’opera avvincente di Giuseppe Melillo è “Mondo è stato e mondo sarà”, edita da Hermaion.
Partiamo dall’immagine di copertina. Oggi si sa che il fenomeno è tutto (da dopo Kant, il picconatore della metafisica classica e il costruttore delle metafisiche legate all’Io, al personalismo)! L’immagine è bellissima. La storia di questa foto è strana: «Non conosco l’autore, il luogo, la data. La trovo nel mio archivio. È la foto di una foto, scattata chissà quando e chissà dove. Non c’è didascalia, autore, luogo. Solo un appunto: lotte bracciantili in Italia»[1]. Così la descrive Giuseppe. Rievoca le lotte agrarie. La Basilicata, come altre regioni del sud, è stata teatro di rivoluzioni agrarie fin dall’antichità. Indomita e ribelle a Roma antica aveva sostenuto Annibale. Annibale aveva promesso le terre, Attila aveva promesso le terre, Garibaldi aveva promesso le terre, Mussolini aveva promesso le terre! Ai vari appuntamenti rivoluzionari (1799, 1848…) i contadini lucani erano insorti assieme alla borghesia, ma senza ottenere nulla. Eppure, i braccianti si erano mossi contro il regime fascista già dal 1940 a San Mauro; nel 1942 a Tricarico: nel 1943, dopo la caduta del Fascismo, in quel drammatico frangente che divise l’Italia tra l’8 settembre e il 25 aprile, in concomitanza con i moti operai del nord, molti centri del sud vivono un’intensa stagione rivoluzionaria, culminante a Matera, che vide la strage della milizia il 21 settembre del 1943.
Con una lucidità sconvolgente, Giuseppe smonta il paradigma della civiltà contadina: una creazione letteraria voluta da Carlo Levi, uno dei tanti confinati nella nostra regione. Quella civiltà contadina, pur avvolta da mitico e ancestrale alone, è caratterizzata da conflitti, da sfruttamenti: i contadini si sparavano per i confini. E poi, oltre alla casta dei latifondisti, c’è la marea dei braccianti. Non avevano alcun diritto: servi della gleba! Non potevano fiatare. Se avessero parlato non sarebbero stati assoldati dai bravi di don Rodrigo per un lavoro di sussistenza. A differenza degli operai del nord, che erano organizzati, sostenuti dai partiti di massa, dai sindacati, i braccianti del sud non avevano una ben definita coscienza di classe. Ragion per cui – per il Nostro – non si può parlare di rivoluzione al sud, ma solo di ribellione. C’è una differenza abissale tra questi due concetti: la rivoluzione presuppone una programmazione ideologica coinvolgente, pur sorgendo da bisogni reali, tesa ad un cambiamento radicale della società, la ribellione, invece, è cieca rivolta, per ottenere solo alcuni obiettivi, ma senza effettivamente pretendere di modificare l’assetto politico, economico e sociale. E con tutto ciò Giuseppe ribadisce che le rivoluzioni cambiano sì la società, ma seminano nella violenza e creano così di solito paradigmi politici che a loro volta affondano nello stesso mare di sangue da cui sono sorte. Più che di rivoluzione si dovrebbe parlare di evoluzione.
È bella questa idea di un evoluzionismo spirituale, sociale, culturale che dovrebbe portare dall’individualismo sfrenato, passando attraverso il chiuso comunitarismo, al collettivismo aperto. Ribellione è stato il brigantaggio e non rivoluzione! Uno dei pochi rivoluzionari coscienti è stato l’anarchico Giovanni Passannante. Comprò un temperino non per uccidere re Umberto, ma si sacrificò per dar voce alla sua protesta, un po’ come fanno i protagonisti del romanzo di Giuseppe, per lasciare un’idea. Le idee – come diceva Antonio Gramsci – hanno mani e piedi.
“Mondo è stato e mondo sarà” è un modo di dire molto popolare, ma che ci fa pensare ad un’ineluttabilità del destino, ad un karma cosmico, ad un determinismo storico che ha condannato il sud, anzi i Sud – come li definisce Giuseppe – ad un retaggio storico. Mondo è stato ci rimanda quasi ad una visione verista di vinti verghiani, avvinti al teorema della cozza. Ci rimanda alle fiumane del progresso, che ci fanno pensare alle nostre fiumare sorde. Mondo è stato ci fa pensare ad un eterno ritorno, al serpente di Nietzsche, che i nostri pastori ben conoscevano e sapevano afferrare ed anche staccargli la testa. Mondo è stato ci fa pensare a quegli heideggeriani sentieri interrotti, più nietzschiani, che ti riportano sempre da dove sei partito, all’eterno presente. Non c’è la Provvidenza manzoniana. Ci sono i vinti. Ma in fondo non è così. Giuseppe ci spiega che il detto vero è “Mondo è stato e mondo è”. Con la dominazione spagnola sparisce il futuro dal parlato. Nei dialetti siciliani, ad esempio, si usa molto il passato remoto. Giuseppe, invece, usa il futuro: “mondo sarà”. E quel futuro significa speranza, significa tempo aperto, non ciclico, ma tendente al lineare. D’altronde se l’andiamo affinando, una circonferenza con raggio infinito coincide con una retta.
Il raccontare è qualcosa di più del semplice riferire un fatto. Un elenco delle vittorie di Alessandro Magno non avrebbe nulla di magico o di fantasioso. Ma dire che ebbe come maestro Aristotele, o che vinse la prima battaglia a 19 anni. Ecco che cambia tutto. I materiali che usa il narratore sono tratti dalle passioni e dall’esperienza umana. Ad esempio, uno storico contesto, come il governo del cardinale Richelieu che fu protagonista della scena politica di Francia e d’Europa per diciotto anni, in “I tre moschettieri” di Dumas, acquisisce un colorito diverso, in uno sfondo di avventure tra intrighi politici. Così i protagonisti di Melillo sono reali e al limite del reale: Francesco Netri (1873-1916), avvocato italiano emigrato in Argentina; il monaco bianco, Luigi Loperfido, (1877-1959), sindacalista; Onofrio Lovecchio (1922-2015), partigiano; padre John Nelson Darby, (1800-1882) religioso inglese; Rémi Fraisse (1993-2014) attivista ambientale; Víctor Lidio Jara, (1932-1973), regista e poeta cileno. Rocio, Cayo, Mingo, padre Jonne, Ninnì, il “Monaco Bianco”: donne e uomini, realmente vissuti o fatti vivere dalle parole, le cui storie si intrecciano in un tempo circolare, apparentemente sospeso, eterno. Ciò che accomuna questi personaggi è la storia di braccianti, di Mingo, di Cayo, di Rocio, una ragazza. È la storia di villani e galantuomini: «Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, membro delle corporazioni e garzone, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta»[2]. Questa dicotomia hegeliana servo-padrone la troviamo anche in “Mondo…”, solo che non sussiste la sintesi, il capovolgimento delle parti o, meglio, potrebbe sussistere. Cayo non può guardare Rocio, per ordine di don Felipe, il Signore, che il diritto se lo dà da sé: «Il diritto non me lo dà nessuno, il diritto me lo prendo quando voglio! Anche su di te. Anche su questa ragazza che tanto t’interessa»[3]. È l’hobbesiano Leviatano, il signore assoluto, il duce, il fuhrer.
È storia di emigrazioni, come quella dei lucani. I genitori di Rocio si erano imbarcati da Huelva, città andalusa sull’Atlantico per il Mondo Nuovo, come tanti emigranti: «Come per un’antica abitudine della gente del sud, i genitori di Rocio invece di ribellarsi decisero di partire. Scelsero di andare ancora più a sud, verso una terra, si diceva, dove la sorte non era decisa già alla nascita. Un luogo dove gli uomini nascono senza la linea del destino sulla mano»[4]. Di lì s’apre un nuovo sipario.
Ma cambia davvero qualcosa con l’emigrazione? Prendiamo due immagini emblematiche: ogni tanto le campane suonavano ad indicare un evento, triste o lieto, che avveniva, su, in paese. «Dong, dong, dong. Le campane. Il suono non era cambiato, neanche la gente»[5]. Ricordiamo: Per chi suona la campana di Hemingway. Ricordiamo il proverbio: «Ciuccio pasce e campana sona». O «Tanto l’aria s’adda cagnà…». Poi arriva lo scirocco. Bella questa immagine dello scirocco, che è come lo Spirito, non si sa da dove viene, né dove va: «Lo scirocco evitava le madonne, i santi e i signori al riparo nelle loro dimore. Conosceva le parole dei poeti e le voci dei migranti»[6]. Poi Arriva Padre Jonnie, questo misterioso predicatore rivoluzionario, che comincia a parlare del monaco bianco. Il problema è proprio questo: «Di rivoluzionari ne è pieno il mondo quello che manca è il vivere rivoluzionario».Padre Jonnie attraverso la cultura redime questi giovani braccianti, i quali poi come Passannante decidono di sacrificarsi, come laici martiri all’altare della libertà contro i poteri forti, atavici del mondo. Il loro esempio dovrà servire a cambiare il mondo, perché è l’esempio che trascina le masse, non le chiacchiere. Ogni Padre Jonnie può essere Muntzer o Lutero: può servire gli ultimi o i primi. Ma Padre Jonnie ha a cuore gli ultimi.
Di fronte a questo stoicismo storico, la libertà, come nel dipinto di Delacroix, guida il popolo alla liberazione dal destino. Da Huelva ancora più a sud, nel mondo nuovo. Quanti emigranti hanno ripopolato l’Argentina, la novella Italia? E il Brasile? Venivano abbandonati là, alle soglie di una selva oscura, i contadini: famiglie che avevano tutto abbandonato, venduto o svenduto e partite con un gruzzoletto di danari, per andare a far che? A ripopolare la selva? A fare i servi di nuovi padroni?
Si respira un’aria verista. Al contrario dei naturalisti francesi che, sull’onda del positivismo, erano ancora redentoristi, i veristi constatavano che la vera realtà sta nella forma, non nella sostanza. Però in “Mondo è stato e mondo sarà” si tocca con mano un verismo più attuale innanzitutto e più in qualche modo ottimistico. Una speranza c’é. I giovani possono esprimere un pensiero divergente e positivo. Naturalmente si ribadisce il ruolo della formazione, non dio meri esecutori, ma di pensatori. La sostanza è sempre la dialettica servo-padrone, una hegeliana dialettica di superamento, non una dialettica stantia, che si ferma alla antitesi. Questo superamento ci può essere nella cultura e nell’esempio. Così si creano i paradigmi rivoluzionari veri, proprio come nelle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Qui bisogna però creare nuovi paradigmi politici, sociali, ed economici soprattutto, perché nel mondo dell’economia siamo ancora al feudalesimo. Così possiamo immaginare che la realtà oggettiva ben definita del sud consta di disimpegno sociale, fatalistico immobilismo e della storia, inutilità di ogni intervento trasformazionale. Ma non è sempre così. Compito del letterato è anche la rappresentazione, ma soprattutto la modificazione naturalistica ed anche marxista della realtà politico-economico-sociale. Conta il punto di vista.
C’è un pessimismo storico che però è nunzio di speranza. Così se, da un lato, assistiamo alla violenza cieca del popolo contadino e dall’altro canto al tradimento di classe, alla mancanza di valori positivi del popolo in sé, alla crisi dei valori democratici e civili, dall’altro lato assistiamo al canto della speranza.
Quest’opera di Giuseppe è uno specchio antropico, una mappa antropologica del mondo umano, fatto dai suoi modelli: il padrone, i servi, il liberatore, i redenti. Questa è in fondo la storia. E con Giuseppe io credo ancora nel servo liberatore: colui che riscende nella fangosa caverna platonica a risollevare gli umili e gli ultimi. Solo il servo che si libera può liberare gli altri servi.
Questo paradosso storico che esprime Giuseppe in fondo non rifiuta la speranza populista, perpetrata da questi redentori che attraverso la cultura e l’istruzione cercano di risollevare i contadini, né elude la suggestione socialista.
Melillo non rifiuta la tazza della consolazione. La Borghesia Maior si erge a sovrana universale, mentre la Borghesia Minor attacca brighe con le rivoluzioni civili. A questa Borghesia Minor si attacca il popolino. Ricordiamo il discorso del Ciompo di Machiavelli: – Spogliateci tutti ignudi!
A differenza, quindi del verismo, qui l’autore esce dalla sua condizione di marmoreo e impassibile, quasi stoico testimone, che non era vera neppure per i veristi e s’immedesima con le sub-condizioni di violenza, di oppressione, di inferiorità, di dolore, di destino. Sì, ci sta la ciclica inesorabile riconferma di una legge cosmica, ma c’è l’empatia, la social catena leopardiana con i ceti subalterni nel dolore sociale ed economico. Dinanzi alla impietosa società retta solo dalla brutale logica del profitto capitalistico, dal sangue dei martiri risorge una nuova chiesa. Alla logica del danaro non resistono neppure le ossa dei santi – diceva Marx – però sono quelle ossa dei santi che hanno cambiato la storia, sia che essi siano santi religiosi o santi laici, da seguire.
Ecco il grande problema ed interrogativo che sento che dobbiamo porci: l’idoleggiamento di questa società arcaica e patriarcale non drammatizza proprio l’irrimediabile tramonto di quella società? Cosa dobbiamo aspettarci dopo? Una società novella? O “Mondo è stato e mondo sarà?”.
[1] G. Melillo, Mondo è stato e mondo sarà, Hermaion 2019, p. 105.
[2] K. Marx, Manifesto del Partito Comunista, Feltrinelli, Milano 2017, p. 5.
[3] Melillo, op. cit. p. 12.
[4] Ivi p. 22.
[5] Ivi, p. 16.
[6] Ivi, p. 38.
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