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Taglia e cuci. Perché possiamo e dobbiamo imparare anche da noi stessi


29 Set , 2025|
| 2025 | Visioni

La sistematizzazione dei valori e degli ideali di un popolo che trovano espressione nelle prassi si definisce cultura politica. Si tratta di un concetto antico e persistente, riconosciuto già da Platone e, forse per questo, uno dei concetti più pericolosi da maneggiare nel già complesso mondo della politica. Praticamente impossibile da rilevare con gli strumenti della scienza comportamentale, quando la si sussume in maniera impressionistica il rischio è spesso quello di sfociare in stereotipi sul “carattere dei popoli”: una scelta che spesso rischia di palesare pregiudizi ingiusti, se non del tutto falsi.

Uno dei più diffusi di questi stereotipi descrive gli italiani come un popolo politicamente passivo. D’altronde, chi di noi non ha detto almeno una volta in una conversazione conviviale “gli italiani scendono in piazza solo se gli togli la Serie A”; o ancora, a chi non è mai capitato di sentire frasi tipo “eh i francesi sì che sanno fare le proteste. Quelli quando scendono in piazza sono duri, altro che noi”. Giudizi aspri e miopi, in specie se si pensa che l’Italia repubblicana è stata, per almeno metà della sua vita, una democrazia altamente conflittuale, con organizzazioni, partiti e corpi intermedi numerosi, ramificati e combattivi. La condizione celata che sostiene questo pregiudizio è che la maggior parte degli italiani, politicamente, negli ultimi 40 anni è stata allevata alla passività. Un’operazione certosina fatta di scoraggiamento, disimpegno, servilismo, piloti automatici, colpi di stato soft, attacchi economici alla stabilità del lavoro, al potere dei salari, ai servizi offerti dallo Stato ecc.: una serie senza fine di bastonate in testa che avrebbero stroncato chiunque. Per questo quanto successo lunedì 22 settembre è un risultato da celebrare. Per la prima volta dall’ondata dei Vaffa Day nelle piazze è sembrato esserci qualcosa su cui costruire (quantomeno le speranze).

È cosa arcinota che quei partiti e quelle organizzazioni che hanno segnato quei 30 gloriosi di combattività sociale e partecipazione politica si sono o dissolti, o hanno abdicato al loro compito. Questo è certamente il caso dei tre grandi sindacati confederali. E, tuttavia, nel corso degli ultimi 15 anni sono stati comunque loro gli unici a riuscir a popolare sporadicamente le piazze, grazie all’eredità di una struttura solida e capillare e di una politicizzazione combattiva. La principale conseguenza di questo stato di cose è stata però il congelamento della partecipazione. Ad un certo punto, ci si è abituati a fare la conta per ogni mobilitazione: sempre le stesse persone e gli stessi gruppi, quasi sempre per le stesse motivazioni e, ancora più di frequente, in virtù degli stessi incentivi. Un male endemico, che non ha permesso un ricambio tra le file dei quadri e dei dirigenti sindacali, che ha allontanato i (pochi) giovani interessati e che ha eroso la credibilità delle organizzazioni anche agli occhi di molti dei loro coetanei.

Per tutti questi motivi, prima del 22 settembre nessuno credeva che questo stato di cose fosse vagamente modificabile. Infatti, quando un sindacato di base, definito piccolo ma che oggi conta 250mila iscritti, ha proposto uno sciopero generale l’intento era semplicemente quello di lanciare un messaggio simbolico. Ci si augurava di poter far convergere e unificare lo stesso numero di persone che avevano animato i molti rivoli di manifestazioni contro il genocidio palestinese negli ultimi mesi. Poi, invece, la contingenza radicale ha deciso che era tempo di fare una capatina anche da queste parti; la Storia ha pensato di darsi una scrollata e ha voluto ricordarci che i suoi rintocchi possono sentirsi anche a queste latitudini. E così, martedì 23 settembre 2025 l’Italia è diventata uno degli epicentri politici mondiali. AP, BBC, CNN, Al Jazeera, DW, Politico, Global Times: molte delle principali emittenti del mondo hanno l’Italia in testa ai titoli. Si parla di “General Strike”, “more than 80 manifestations all over the Country”, “almost a million”: se per una volta smettessimo di avere paura anche della nostra ombra potremmo addirittura pensare di sottrarre l’espressione “orgoglio nazionale” e “amor di patria” ai conservatori. Perché è indubbio che ci sia di essere orgogliosi. Purtroppo, siamo ancora lontani da questo, ma è certo che è lì che dobbiamo andare. “Demanding action for Gaza” è probabilmente l’espressione più bella e romantica che ha deciso di usare la BBC: un verbo che finalmente ha il sapore della pretesa. Persino i giornali dei cugini d’Oltralpe parlano delle manifestazioni italiane e ammettono che stavolta quelli da ammirare siamo noi.

L’adunata dell’USB ha trovato un assolutamente inedito e insperato consenso generale. Se è giusto rivendicare con orgoglio quanto fatto, questo non può bastare a bearsi e a fermarsi perché il contrattacco, quel bastone che da quattro decenni educa gli italiani, è sempre in agguato. Da una parte ci sono le forze di governo, impegnate nella santificazione delle sacre vetrine e dei martiri che le possiedono; occupate nella beatificazione dei bidoni della spazzatura che sono stati rovesciati nei pressi della stazione di Milano Centrale. Nei giorni dei funerali di C. Kirk recitare l’atto di dolore e porgere le nostre accorate scuse è ormai una richiesta persistente. Questa volta dovremmo inchinarci ai cittadini che sono stati danneggiati e limitati nel loro atto di gettare le cartacce e che per questo sono in procinto di iniziare un percorso terapeutico per superare il trauma: rivolgiamo loro le nostre più umili scuse e mostriamo la più sentita vicinanza.

Ma se Liebknecht ci ha lasciato una utile lezione è che “il nemico è in casa nostra”; in termini shakesperiani potremmo dire che “c’è del marcio in Italia”. Da una parte, il discredito e la mistificazione verso una manifestazione che esonda gli standard di partecipazione degli ultimi 20 anni provengono da un governo avverso e, per di più, colluso con Netanyahu (che oltre ad un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità continua a rimandare l’ultima udienza del processo che lo vede imputato di frode, accettazione di tangenti e violazione della fiducia): una reazione prevedibile, comprensibile e addirittura giustificata dal gioco delle parti. Il vero problema, come sempre, rimane la mancata volontà di tagliare il tubo respiratorio con quella componente putrescente che ormai da decenni ha abbandonato tutto ciò che rappresenta questa partecipazione. Il punto da sottolineare è che i sindacati di base sono riusciti a mobilitare centinaia di migliaia di persone, con pochissimo preavviso e con ancor minori mezzi; il punto è che l’hanno fatto con un’istanza parte di una piattaforma indigesta a tutti i sindacati confederati e che, allo stesso modo, non trova nessuna accoglienza da parte degli attuali gruppi parlamentari. Il punto è che stavolta, per una volta, non c’era una minoranza con la tessera nel taschino; questa volta all’appello ha risposto chi dovrebbe sempre rispondere, ossia la maggioranza silenziosa, moralmente moderata, etica, ma affamata di risposte efficaci, di risposte, di lavoro dato e compiuto, che si riscopre potenza in un revival che ha il sapore del ‘900 migliore. In una parola, il popolo su cui costruire un socialismo maggioritario e moralmente conservatore.

La discrepanza tra gli orientamenti della cultura politica dei cittadini e quella dei suoi decisori appare ormai incommensurabile. Si tratta di un problema che investe tutto l’apparato di gestione del potere, la cd. classe dirigente. Ad esempio, a nessuno degli spettri che popolano i salotti buoni in cui si discute del “futuro” del Paese è venuto in mente di invitare i rappresentanti di questo risultato: proprio come il governo, si è, piuttosto, preferito puntare immediatamente il dito contro i pochi e insignificanti tafferugli. E, dopotutto, si trattava di una speranza impossibile stante l’attuale opinione dominante in questa classe di dominio. Il dibattito non può coinvolgere nessun esterno perché la narrazione deve restare appannaggio della consorteria: anche solo una crepa rischia di innescare un pericoloso effetto domino. Non vi è motivo di non ammettere che, nonostante tre anni di spoil system del governo, questo schema è foraggiato principalmente dal centrosinistra (qualunque cosa significhi), e che la narrazione si regge sul blocco della sinistra critica, del suo mondo intellettuale. Per questo, il nostro Paese può ben accettare deragliamenti a destra, meglio se artificiosamente spacciati per partiti antisistema, così da celare la loro diretta espressione di un capitalismo meno interessato al galateo. Piuttosto, quello che invece non si deve neppure permettere di lasciare immaginare alle persone è lo scostamento dal senso comune neoliberale, la rimessa in discussione degli elementi della cultura politica figlia del bastone, dell’impianto ideologico valoriale che sostiene l’attuale paradigma economico-sociale del Paese e dei suoi cittadini.

In una delle sue opere Kafka scrisse che «c’è infinita speranza al mondo, ma non per noi». Quella dello scrittore ceco non voleva essere una condanna, bensì un invito al cambiamento: solo operando una trasformazione quella speranza poteva tornare a scendere copiosa. Per questo, il 22 settembre rimane un momentum da non disperdere. Rimane una prova concreta che la spinta dal basso ha una sua autonomia di pensiero e di azione; una dimostrazione che il conflitto può essere non solo innescato, ma anche andare a vantaggio del popolo. Ma ancora di più, le oltre 80 manifestazioni devono servire da lezione per tutti noi. Certo la carica emotiva data dallo sterminio in diretta streaming di un popolo quasi inerme è un elemento fortissimo e quasi irrepetibile. E, cionondimeno, è evidente che l’abbattimento del muro, il raggiungimento di questo insperato primato viene anche da qualcosa di più: dalla capacità di aver intercettato e cucito insieme diverse istanze al sentimento generale di operare un cambiamento, di essere incisivi. Un’incisività che, nonostante le contraddizioni e gli inevitabili fallimenti a cui si andrà incontro, non si può scatenare finché si continuerà a confondere una palla di piombo per una rete di sicurezza. Proprio come Penelope, per cucire durante il nuovo giorno le nuove istanze, dobbiamo prima passare la notte a scucire quanto fatto prima.

Il 22 settembre deve insegnarci che, ancora una volta, il nuovo sta sorgendo inaspettatamente, che ciò che ci aspetta può somigliare al passato più di quanto pensiamo e, di conseguenza, che l’ultimo complicato trentennio può essere re-inscritto nel racconto come un effetto collaterale, un fastidioso contraccolpo tra due strattoni. La lezione deve allora essere quella di imparare a cucire una storia nuova ma già necessaria, a districarsi dai mostri che sono stati generati da questo interregno, consapevoli che il nostro premio può essere l’infinita speranza di cui abbiamo disperato bisogno.

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