Goethe diceva che il sacro è ciò che unisce molte anime. Con queste parole non si riferiva soltanto all’elemento religioso o teologico, ma a quella dimensione che oltrepassa la singola individualità permettendoci di rompere i confini dell’ego e accedere assieme agli altri a qualcosa di diverso. E forse non c’è espressione più indovinata per descrivere quanto sta accadendo nel nostro Paese. È vero quanto qualcuno dice, ovvero che gli scioperi sono stati indetti dai sindacati nel momento in cui il massacro israeliano ha raggiunto ormai il suo culmine; tuttavia, non si può eclissare l’importanza di una così corale, spontanea e sentita serie di manifestazioni.
Dinanzi a tutto ciò viene da sorridere pensando a chi denuncia l’inutilità, l’inefficacia e addirittura la dannosità degli scioperi e delle proteste, perché arrecherebbero nocumento al sistema produttivo, al tessuto economico e, dulcis in fundo, alla tenuta del governo (sic!). Il motivo del riso non nasce da una presuntuosa aura di superiorità morale di cui godrebbero i sostenitori della causa palestinese, ma anzi dal fatto che molti di coloro che hanno scioperato e manifestato sono proprio quelli che costituiscono e tengono in piedi l’insieme della sfera economico-produttiva.
Orde di migliaia di persone sfilano da settimane ormai lungo le arterie e le vie principali di numerosissime città, tentando di disattivare il sistema di trasporto e fornitura che permette a Israele di ricevere i rifornimenti per continuare a perpetrare il suo massacro (o, come preferiscono chiamarla i sionisti, la guerra contro Hamas). Cercano di colpire il capitalismo sionista fratricida nel suo vulnus, ossia la catena logistica, indebolita la quale iniziano a sorgere le prime difficoltà di approvvigionamento.
Chi, come me, ha partecipato al presidio di giovedì 2 ottobre a Milano non può non essersi esaltato/a per la naturale ed energica sintonia che si è diffusa tra i partecipanti del corteo. Qualsiasi forma di diversità sociale o economica è svanita come una flebile onda nel mare, un mare tumultuoso accomunato da un enorme scopo: porre fine al genocidio.
Non pochi cori si sono levati contro il fascismo che innerva l’ideologia di Israele. E visto che c’è stato qualcuno, che ricopre ruoli cruciali nell’amministrazione del potere, che ha avuto l’ardire di giudicare pericoloso e persino liberticida un tale atteggiamento, è bene ricordare che le nostre così amabilmente decantate società liberal-democratiche garantiscono sì il diritto di parola e di espressione a tutti, ma non possono offrirlo all’ideologia fascista-razzista. Ancora di più l’Italia, la cui costituzione eminentemente politica nasce in siderale contrapposizione al fascismo. Infatti, se la libertà di pensiero e parola deve essere a fondamento della nostra vita comune, allora le idee fasciste e razziste, basate sull’esclusione di certe categorie dalla società, non possono essere in alcun modo ritenute legittime, proprio perché, volendo emarginare qualcuno, contraddicono il principio di uguaglianza su cui dovrebbero fondarsi.
La manifestazione, svoltasi in modo felicemente pacifico, ha attraversato alcune delle aree principali della città (piazzale Loreto, Porta Venezia), per poi confluire alla fine nella piazza del Duomo. Ed è proprio in quel luogo che si è consumato un momento di un’assoluta e unanime fusione collettiva. Giunti nella piazza, tutti hanno iniziato ad applaudire e cantare canzoni che inneggiassero alla liberazione della Palestina dall’infame presa del governo israeliano, fino a quando, all’improvviso, non è calato un silenzio sordo, quasi agghiacciante (simile, forse, a quello che purtroppo funesta le strade di Gaza), per commemorare le innocenti vittime la cui vita è stata ingiustamente e ferocemente spezzata.
La facciata del Duomo, ancor più abbacinante del solito a causa delle luci che animavano la piazza, ammirava luminosa e partecipe tutto questo, mostrando come il sacro, cioè la vita di ognuno e di tutto, è realmente ciò che unisce tante anime.
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