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Chi ruba nei supermercati


9 Ott , 2025|
| 2025 | Visioni

Tu da che parte stai?

Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati,

o di chi li ha costruiti, rubando?

(F. de Gregori)

Le vicende della Global Sumud Flotilla hanno posto all’attenzione generale il tema del diritto internazionale. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha provocato reazioni indignate ed è stato oggetto di sberleffi per aver detto che il diritto internazionale è importante ma fino a un certo punto. Vorrei argomentare che, depurata della strumentalità e dell’ipocrisia di chi l’ha pronunciata, l’affermazione ha, di per sé, senso. Un senso, ovviamente, diverso da quello che il ministro, che non intendo minimamente difendere, ha inteso darle. Più specificamente, la mia tesi è che il diritto internazionale (ma anche il diritto in generale) non può essere un elemento cardine su cui costruire una posizione politica. Una tesi non originale, che richiama il tema, lungamente dibattuto in altri contesti, di come la politica abbia spesso abdicato al suo ruolo, lasciando di fatto alla magistratura quello di protagonista.

Il diritto internazionale non è equivalente né paragonabile al diritto nazionale. Non promana da un’entità sovraordinata investita del potere legislativo e normativo (lo Stato) idealmente organizzata in istituzioni che traducano in pratica il principio di autogoverno di una collettività fondata sui principi di democrazia e uguaglianza. Un’entità che abbia anche il monopolio legale dell’uso della forza e gli strumenti per sanzionare le violazioni delle norme. Un’entità che non sia, almeno formalmente, dipendente dall’influenza e dal controllo di alcuni dei soggetti che dovrebbero sottostare alle proprie norme. È evidente che istituzioni come l’ONU o la Corte Penale Internazionale non sono entità di questo genere, paragonabili a uno stato sovrano. L’ONU è ostaggio dei diritti di veto che rendono alcuni suoi Stati membri più uguali degli altri. Dispone di procedure sanzionatorie e di un esercito, ma le prime sono simboliche e il secondo non potrebbe in alcun modo confrontarsi con buona parte degli eserciti nazionali.  La Corte Penale Internazionale non è riconosciuta dalle potenze mondiali, USA in primo luogo, ma anche Russia, Cina, India, Israele, Iran.

Come sostiene la scuola realista dei rapporti internazionali[1], il diritto internazionale è ciò che gli attori statuali sono disposti a sottoscrivere in un dato momento e vale, al massimo, quanto vale un contratto, non certo quanto un codice o, tantomeno, una costituzione. Ciò non piace, ovviamente, ai sostenitori del diritto internazionale, che ne difendono l’importanza per la costruzione di un mondo retto da principi di convivenza pacifica[2]. Tuttavia, resta un dato di fatto con alla base delle cause solide, non necessariamente legate all’indisponibilità a rinunciare alle politiche di potenza. Il ruolo del diritto internazionale si ritrova, ad esempio, in relazione all’identità dell’Unione Europea e, in particolare, dell’Unione Monetaria Europea. La contrapposizione forzata tra “Europeisti” e “Sovranisti” viene largamente utilizzata nel dibattito pubblico per fare un solo fascio d’erba delle critiche alle istituzioni europee, mettendo assieme le destre nazionaliste (Front National, AfD, Lega, etc.) con le posizioni che evidenziano l’impossibilità reale di separare il controllo democratico dalla dimensione nazionale. Limitandosi al piano del diritto, è stato fatto notare in modo convincente[3] come i trattati europei siano largamente in contrasto con la costituzione italiana. Un caso palese di come vi siano ragioni solide, diverse dalla volontà di potenza, per diffidare del diritto internazionale. 

Al di là della natura della sua dimensione internazionale, affidarsi al diritto come bussola per valutare gli accadimenti sociali è limitante e può essere fuorviante. Alla luce del diritto, gli eventi sono l’esito di scelte di singoli soggetti (individui, imprese, stati sovrani). Eventi negativi sono scelte contro la legalità, sono patologie. Questa interpretazione è vera in taluni casi, ma in molte circostanze è quantomeno parziale. Prendiamo ad esempio la diffusione della microcriminalità in condizioni di marginalità economica e sociale. Che la mancanza di possibilità di condurre una vita dignitosa in modo onesto spinga una certa quota di persone ad arrangiarsi oltrepassando i limiti della legalità è un fenomeno sociale fisiologico. Leggerlo in termini di esito di una serie di scelte individuali sarebbe estremamente riduttivo. La vera patologia, in tali circostanze, non è il mancato rispetto della legge, ma il determinarsi delle condizioni che inducono a farlo. Condizioni che possono essere il risultato di scelte del tutto legittime. Le dinamiche che generano un mercato immobiliare inavvicinabile e la latitanza delle istituzioni pubbliche in materia di politiche abitative non sono frutto di comportamenti illegali. L’inazione delle amministrazioni pubbliche è, anzi, il risultato del rispetto delle norme del libero mercato e, almeno in parte, anche dei limiti posti dal patto di stabilità che, in ossequio alle norme europee, impone tagli in materia di bilancio pubblico. Perciò, guardando con gli occhi del diritto, si vedono numerosi piccoli delinquenti e non i meccanismi impersonali che generano le condizioni sociali in cui la delinquenza emerge. Il giurista può certamente non essere cieco di fronte all’esistenza di tali meccanismi. Ma questa sua eventuale consapevolezza resterà legata alla sua identità di privato cittadino, mentre la sua azione pubblica (quella che tiene in qualità di operatore del diritto) non potrà tenerne conto. Invece, una posizione politica aderente alla situazione di fatto non può accettare di relegare il giudizio sulle condizioni entro cui si genera un fenomeno a una valutazione morale. Deve, al contrario, farne il punto di partenza e l’oggetto della propria iniziativa.

Trasliamo questo esempio nell’ambito della geopolitica. Valutare le vicende del mondo in base al principio del diritto internazionale occulta le condizioni sistemiche che influenzano le azioni degli attori in gioco. Così, l’allargamento della NATO, le politiche protezionistiche e di “friend-shoring” attuate dagli USA e dai Paesi occidentali[4], il finanziamento di gruppi politici e culturali per destabilizzare stati appartenenti all’orbita di influenza di Cina e Russia e le sanzioni economiche volte a isolare Paesi riottosi all’allineamento non costituiscono violazione del diritto internazionale. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sì e, come tale, viene condannata. Il contesto complessivo scompare o viene svalutato a questione di principio: “sì, è vero, l’allargamento della NATO è stata una cosa sporca, ma d’altronde l’Ucraina ha diritto di decidere con chi vuole stare e la guerra non è ammissibile, è una violazione della legalità internazionale”.

Credo che questo schiacciamento sul diritto sia una parte importante del perché molte persone, con un fare da idealisti, pur essendo pronte a scioperare e scendere in piazza contro Israele e per Gaza, non sentano la necessità di una mobilitazione altrettanto decisa contro i folli programmi di riarmo in seno alla NATO e all’Unione Europea. La propaganda fondata sulla contrapposizione tra la tradizione dei valori liberali e democratici e l’autoritarismo putiniano fa breccia anche tra persone insospettabili che palesano imbarazzo a prendere una posizione non genericamente pacifista, ma di chiara opposizione all’atteggiamento guerrafondaio che in Europa ha sistematicamente sabotato ogni apertura al dialogo. Come se condannare i deliri di chi vuole far credere che la Russia sia pronta a muovere guerra all’Europa intera significasse giustificare un atto illegale e schierarsi con un regime illiberale.

Così facendo, tuttavia, gli idealisti, frenati dalla prospettiva del diritto internazionale, impediscono lo sviluppo di iniziative politiche sufficientemente ampie da fare argine contro una direzione di marcia che ha molte probabilità di sfociare in una tragedia. Così come il problema della microcriminalità e delle periferie abbandonate non si può affrontare pretendendo di partire dal rispetto della legge, relegando politiche concrete di giustizia sociale ad appelli e auspici, un conflitto non si può affrontare condannando il ricorso alle armi e invitando astrattamente al dialogo.

Sia chiaro, non è mia intenzione sostenere che il diritto internazionale andrebbe buttato nel cestino. Il fatto che si negozino regole di convivenza è un’ottima cosa. La circostanza che non si riesca sempre a far rispettare tali regole non implica che sarebbe meglio abbandonarsi all’anarchia. Il mio è un invito a considerare che far discendere posizioni e iniziative politiche a partire dal diritto internazionale è riduttivo e castrante.

I conflitti effettivi o potenziali che si moltiplicano ovunque nel mondo non sono il risultato della propensione dell’uno o dell’altro soggetto geopolitico a infrangere il diritto internazionale e la sovranità altrui, ma manifestazioni di uno scontro tra la potenza imperiale dominante, gli USA, fermamente intenzionati a mantenere il loro ruolo, e le potenze emergenti, Cina in primo luogo, alla ricerca di spazio nel quadro di un nuovo mondo multipolare. In questo contesto, Israele non è una scheggia impazzita da condannare per i suoi eccessi, ma il braccio armato dell’impero in Medio Oriente. E, sempre in questo contesto, le élite politiche europee stanno spregiudicatamente cavalcando la tigre del conflitto con la Russia per coprire la loro totale ininfluenza e il fallimento finanziario e sociale di un modello economico[5]. Fallimento che sarà aggravato dall’incapacità di opporsi alla pretesa di contribuire a tenere in piedi i conti degli USA trasferendo risorse attraverso dazi, acquisto di energia a caro prezzo, acquisto di sistemi militari, apertura dei mercati ai fondi di Wall Street.

Per opporsi a questi conflitti e scongiurarne l’allargamento, occorrerebbe sviluppare un’iniziativa fondata su una interpretazione complessiva della situazione e non sull’idealismo astratto del diritto internazionale. Per sperare di far finire la guerra in Ucraina occorrerebbe manifestare con forza contro questa classe dirigente e le politiche che rappresenta. Occorrerebbe rigettare l’anatema gettato contro la Russia (e domani, probabilmente, la Cina)[6]: questa sarebbe l’azione più efficace e utile, per l’Europa, al fine di allontanare la minaccia di un conflitto militare e offrirsi prospettive alternative a livello economico.

Insomma, giudicare quanto sta avvenendo a livello geopolitico affidando al diritto internazionale il ruolo di stella polare rappresenta una petizione di principio idealista. Una delle tante posizioni moralmente condivisibili, che fanno bene alla coscienza, ma sono politicamente e concretamente sterili. Da questo punto di vista, che non è quello di Tajani, sostenere che il diritto internazionale conta solo fino a un certo punto è pienamente condivisibile.


[1] https://www.lafionda.org/2024/11/06/realismo-versus-idealismo/

[2] Ad esempio: https://euractiv.it/section/politica/opinion/contro-i-corifei-della-potenza-perche-bisogna-difendere-limportanza-del-diritto-internazionale/

[3] Giacché V., 2015, Costituzione italiana contro trattati europei – Il conflitto inevitabile. Imprimatur.

[4] Brancaccio E., Califano A., “Sanzioni: conseguenza o causa della guerra?” in Brancaccio E., Giammetti R., Lucarelli S., 2022, “La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista. Mimesis.

[5] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_destini_delleuropa_si_decideranno_a_parigi_e_non__una_buona_notizia/29296_62637/

[6] https://www.lafionda.org/2025/05/28/basta-sanzioni-basta-guerra-economica/

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