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Sulla necessità di una cultura scientifica
Analogie storiche del rapporto tra la scienza e le istituzioni
Il fervore della recente elezione della somma carica dello Stato Vaticano ha avuto molteplici ripercussioni sul mondo dei social network. Tra le più note, una proviene dalla Casa Bianca: l’attuale presidente degli Stati Uniti è infatti stato ritratto vestito da pontefice, ricalcando vari elementi dell’iconografia classica del ritratto papale: è seduto sul trono vescovile, in atteggiamento benedicente e rivolto maestosamente verso un ipotetico pubblico di fedeli. Questo episodio permette di formulare una riflessione sulla scienza e la tecnologia, e sul ruolo che queste hanno per le istituzioni politiche e, più generalmente, nella società contemporanea.

Le rivoluzioni introdotte dall’invenzione o lo sviluppo di una certa tecnologia hanno da sempre plasmato le modalità di intervenzione nel dibattito pubblico. La storia dell’umanità è costellata di questi avvenimenti rivoluzionari. Se oggi a mutare radicalmente la comunicazione sono Internet, i social network e l’intelligenza artificiale generativa, nel Novecento furono la televisione e la radio. Nel secolo precedente, il cambiamento fu portato dal telefono e dal telegrafo. Ora, piuttosto che continuare questo elenco, poniamo l’attenzione su una domanda: quali sono gli elementi comuni di queste tecnologie comunicative?
Chi legge potrà, giustamente, indicarne degli ulteriori, ma questa riflessione si vuole limitare a presentarne due. Uno relativo alle conseguenze e uno relativo alle modalità di attuazione di una certa rivoluzione.
Cominciamo dalle conseguenze. Ognuna di queste invenzioni ha profondamente stravolto la potenzialità della comunicazione interpersonale: ha reso possibile, per un dato soggetto, condividere un contenuto con altri soggetti non fisicamente presenti nello stesso spazio-tempo. Al di là dell’utilizzo contestuale, questa potenzialità introduce in generale la possibilità della discrepanza tra come un certo contenuto è nato, come è trasmesso e, quindi, come è recepito. Ognuno di questi stadi della comunicazione è infatti fortemente determinato dall’influenza mediatica del soggetto che crea il contenuto e dalle sue intenzioni.
Prendiamo l’esempio dell’invenzione della stampa a caratteri mobili metallici, attribuita a Johann Gutenberg nel 14531. L’istituzione che a quei tempi aveva il maggiore potere mediatico in Europa è indubbiamente la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Di conseguenza, la Bibbia è il primo testo ad essere stampato e diffuso in ingenti quantità. A partire dal 1543, però, un altro testo cominciò a diffondersi nel Nord Europa, il De Rivolutionibus orbium coelestium di Copernico. Questo poneva il Sole, e non la Terra, al centro dell’Universo, contraddicendo il modello astronomico aristotelico-tolemaico e supportato dalla Chiesa stessa. La controversia ebbe uno sviluppo nel 1633 con la condanna di Galileo Galilei, il quale in numerosi scritti supportava il modello eliocentrico di Copernico. Le parole della condanna sono inesorabili ed esemplari:
“[…] Galileo suddetto, per le cose dedotte in giudizio, e da te confessate, sei giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’avere tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture.”

Nonostante le supposizioni di Galileo fossero ampiamente documentate, la Chiesa guidata da Papa Urbano VIII le rifiutò deliberatamente. Solamente nel 1992, ossia 359 anni dopo, la condanna di Galileo è stata ufficialmente riconosciuta come ingiusta dal Vaticano. Con il senno di poi, sappiamo che la Chiesa di fatto negò una verità fenomenologica, mentre non sappiamo fino a che punto le persone che operarono la condanna credessero o meno nell’oggetto della loro sentenza. Il punto cruciale, paradossalmente, non era infatti tanto l’oggetto delle osservazioni sperimentali, ma il soggetto che se ne faceva promotore. La Chiesa si avvalse del suo potere giuridico contro Galileo e mediatico agli occhi della comunità cristiana per ribadire chi fosse in diritto di stabilire cosa è vero e cosa è falso. D’altronde, se fossimo vissuti in quegli anni, fino a che punto avremmo potuto credere alle affermazioni di Copernico e Galileo? Anche se avessimo avuto accesso ai loro metodi, al loro rigore empirico, avremmo potuto mai credere ad affermazioni che andavano contro le verità di un’istituzione millenaria fra le più influenti al mondo?
Con la consapevolezza di questa domanda, ritorniamo ai nostri giorni e concentriamoci su uno dei poteri politici e mediatici contemporanei più influenti del pianeta, ossia quello degli Stati Uniti d’America. Dal suo insediamento il 20 gennaio 2025, il presidente Trump ha sistematicamente ridotto i finanziamenti alla ricerca scientifica universitaria e a molte agenzie governative, incluse quelle impegnate nel monitorare e prevedere gli effetti del cambiamento climatico. Di particolare interesse sono le dichiarazioni relative ai tagli per la National Oceanic and Atmosferic Administration, che si occupa di previsioni meteorologiche e del monitoraggio delle condizioni oceaniche e atmosferiche:
“Il provvedimento elimina le funzioni del dipartimento che sono disallineate con l’agenda del Presidente e con l’espressa volontà del popolo americano”.
Rileggiamo queste parole con un occhio alla sentenza del processo a Galileo. Se ci concentriamo sul disallineamento tra le funzioni dell’ente di ricerca e l’agenda di Trump e, con le dovute precauzioni, lo paragoniamo alla contrarietà tra la ricerca di Galileo e le Sacre Scritture cominciamo forse a percepire che l’analogia storica del presidente-papa, che Trump stesso ha voluto promuovere, è forse ridicola, ma non è così infondata. I cambiamenti climatici giocano per l’amministrazione statunitense lo stesso ruolo che le osservazioni di Galileo avevano per la Chiesa. Per quanto documentati, ancora una volta, ciò che conta è il promotore di queste informazioni più che le informazioni stesse. In quest’ottica, Trump è effettivamente come il Papa: detiene il potere di negare delle verità fenomenologiche che vengono subordinate, non alle Sacre Scritture, ma, più profanamente, alle priorità della sua agenda programmatica. Anche in questo caso, si può ben pensare che nessuno dell’amministrazione Trump voglia davvero negare de facto il cambiamento climatico, ma piuttosto coscientemente istituzionalizzarne il disinteresse. A questo punto, la questione dell’influenza mediatica, accresciuta via via dalle rivoluzioni tecnologiche, si rivela in tutta la sua delicatezza. Il presidente-papa americano può trasmettere pubblicamente dei messaggi volti a mistificare la realtà. Sebbene scelga delle modalità apparentemente satiriche, l’altra faccia della medaglia è istituzionale, legislativa ed economica. E soprattutto, considerato il ruolo degli Stati Uniti, riguarda una scala globale. Guardando alle inevitabili problematiche etiche, sanitarie, energetiche ed ecologiche che ci aspettano nel prossimo futuro, chi può adempiere al necessario compito di verifica e critica dei contenuti e delle informazioni che circolano? Come si può garantire uno sguardo vigile sulla società?

La risposta si può estrapolare dalle giustificazioni dei molteplici tagli alla ricerca da parte dell’amministrazione Trump stessa. L’aspetto più caratterizzante, e allo stesso tempo preoccupante, di queste dichiarazioni è quello della dimensione temporale: tutto è riportato pragmaticamente all’immediatezza dell’agenda programmatica del presidente. Al di là di ciò che riguarda il solo cambiamento climatico, che impatta il nostro Pianeta su una scala almeno secolare, nessun provvedimento si prospetta in una dimensione maggiore a quella del mandato elettorale. In un lasso di tempo così ristretto, coerentemente, è invece dato ampio spazio al finanziamento dell’intelligenza artificiale, dell’energia nucleare e delle strumentazioni militari. La priorità istituzionale è continuare ad essere un leader mondiale di settori prettamente tecnologici, smettendo di finanziare quella che viene dispregiativamente classificata la “inutile scienza dei progressisti2”.
Ecco, siamo arrivati al punto cruciale. Denigrata, praticamente in disuso, la parola “scienza” fa una sua apparizione esemplare nelle dichiarazioni dell’amministrazione statunitense. È finalmente il momento per sottolineare il secondo punto in comune a tutte le rivoluzioni tecnologiche, quello relativo alle loro modalità di attuazione e che abbiamo volutamente lasciato in sospeso. Per quanto legata ad un episodio specifico e considerata alla stregua di un’invenzione, ogni rivoluzione tecnologica è in realtà il frutto incrementale di un lungo e travagliato processo. Un processo di ricerca, sia teorica che sperimentale, un susseguirsi di prove ed errori, una somma della fatica di tutte le persone che vi hanno contribuito. Dietro ad ogni rivoluzione tecnologica, c’è quello che ha la dignità di chiamarsi metodologia scientifica.
Perché il governo statunitense ce l’ha così tanto con la scienza? Perché nella metodologia scientifica vengono stravolti due concetti portanti della sua filosofia capitalista: il fallimento e l’utilità. Non esiste davvero un fallimento, in quanto è dall’accumularsi razionale di risultati negativi che si costruiscono quelli positivi. Il tempo “buttato” ad andare nella direzione sbagliata non solo è utile, ma è anche necessario per identificare la direzione giusta. È un tempo dedicato a prendersi cura di un’idea e ad analizzarne le conseguenze. Contrapponendosi per costituzione all’ideologia dell’istantaneità, dei risultati rapidi e a breve termine, la scienza insegna un approccio metodologico culturale: essa richiama infatti la radice etimologica di “cultura” come processo di coltivazione, che si è espansa semanticamente dal lavoro agricolo fino a significare l’insieme delle cognizioni intellettuali acquisite nel tempo tramite studio ed esperienza.
Nessuno strumento tecnologico è negativo in sé3, tutto risiede nei modelli culturali e nelle scelte politiche che determinano l’utilizzo che se ne fa. La risposta alla disinformazione e alla mistificazione della politica, esemplificate dall’episodio citato in apertura, va cercata nella promozione dell’essenza della cultura scientifica stessa e nel renderla accessibile e fruibile alla popolazione. Una cultura che dà strumenti pratici e concettuali per districare la complessità del mondo che ci circonda. Una cultura che impara dal proprio passato e dai propri errori. Una cultura che è autocritica e che si mette in discussione. Non da ultimo, una cultura che ha un respiro internazionale e che considera il sistema societario ed ecologico nell’insieme delle sue parti interagenti. In conclusione, una cultura cruciale per permettere, a livello individuale, di affrontare il futuro con la maggior consapevolezza possibile e, a livello collettivo, di provare a intraprendere la strada più efficace affinché sia un futuro migliore.
- Questa riflessione si limita al contesto occidentale. L’invenzione originaria della stampa a caratteri mobili in terracotta in realtà data il 1041 ed è attribuita a un tipografo cinese di nome Bi Sheng, ma non ci sono prove della conoscenza di questa tecnica in Europa. ↩︎
- Il motto diffuso su X è “buttare fuori l’ideologia woke dalla scienza”. Il termine woke, letteralmente sveglio, è stato usato, a partire dagli anni 2010, nei contesti del movimento Black Live Matters e di rivendicazione della comunità queeer. In anni più recenti, è spesso utilizzato per indicare con sprezzo correnti politiche statunitensi di sinistra. ↩︎
- Tra gli altri, questo argomento è lungamente discusso da M. Heidegger nella sua Questione sulla Tecnica, disponibile qui nella traduzione di Gianni Vattimo per Mursia Editore. ↩︎
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