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Verso un’ontologia del denaro
La cosiddetta «linea di demarcazione» tra il campo dell’«attività economica» e il luogo di «ciò che è umano», come scrive Georg Simmel in Filosofia del denaro (Mimesis, 2025), non è un confine di separazione. Demarcare qui vuol dire porre accanto, accostare. E più ancora significa cogliere, nella prossimità, la rappresentazione di un’apparenza. La parte interpretata dall’economia monetaria e la parte riguardante la sfera umana, tra logiche dell’incontro, stati di sovrapposizione e momenti di collisione, generano un organismo vivente, qualcosa che umanizza il denaro e denarizza l’umano.
Nella Filosofia di Simmel, il grande tema del denaro è dunque declinato nel quadro di una generale Lebensphilosophie, una filosofia della vita nella modernità, con esemplificazioni regressive fino all’età medievale e alla civiltà greca antica. Il denaro e l’uomo moderno, quale tema centrale della Filosofia, intrattengono un dialogo foriero di complesse e del tutto inedite prospettive sia riguardo al significato del mezzo per eccellenza, sia riguardo alla ricaduta dello stesso denaro in termini di antropologia e nondimeno entro un orizzonte sociologico. Quando Simmel testimonia che La filosofia del denaro è un libro teorico-filosofico che opera una lettura di «tutta la vita storica e sociale» della modernità, il suo paradigma di riferimento riguarda l’incidenza, l’effetto messo in atto dal denaro nel turbolento alveo della Zivilisation, o meglio il denaro come vero fenomeno di fondazione della Zivilisation.
La modernità è dunque la grande scena, l’ambiente in cui si modella e fissa una nuova identità dell’economia monetaria, un’identità significante nella misura di un suo particolare effetto, anzi di una proiezione nel vissuto della società e, in specie, in quella «provincia», solo all’apparenza lontana e inaccessibile, che è l’interiorità individuale. Dunque, la Lebensphilosophie di Simmel opera a fior dell’umano, nel luogo in cui il denaro diviene la lingua egemonica del mondo e modifica, trasforma radicalmente la natura della società e con essa l’identità individuale.
A differenza di Marx, in cui il concetto di valore della merce è fissato dal tempo medio di produzione, dunque dalla quantificazione di forza-lavoro all’opera, Simmel sovverte il paradigma aprendolo a un altro orizzonte e individuando nella realtà pratica dello «scambio» il valore della merce, cioè il valore dell’oggetto cui si riconduce propriamente il dialogo tra due o più attori. Di qui transita il concetto fondamentale dell’opera, l’idea di interazione, la cui interpretazione allude a un’azione-tra, nel senso di una verifica reale in termini di reciprocità umana. Ma attribuire allo scambio la specifica funzione valoriale impone una cognizione soggettiva del valore tra gli attori dell’interazione, una soggettivazione del valore che si oggettiva proprio nell’interazione.
Le due parti della Filosofia di Simmel, la prima analitica, in cui si ricostruisce la storia della grande affermazione del denaro in età moderna, e la seconda sintetica, in cui è sviluppata un’indagine sull’effetto del denaro nella società, sono dunque attraversate dal concetto di «Wechselwirkung», la reciprocità come parola cardine, luogo di un evento, di un fenomeno in cui il denaro figura (non solo, però) l’istanza di un medium, appunto la lingua universale del mondo. Ma non solo mezzo il denaro, anche fine, l’equivalente cioè di una qualunque merce acquistata accumulando, l’oggetto di fondazione di un luogo senza prospettiva capace di frantumare la sua stessa natura di «mezzo assoluto», di ponte teleologico, in altre parole di porre in crisi il suo statuto di inclinazione all’oggettivazione, dissolta e tradita nel suo contrario, oggetto infine di una visione autotelica. Così, nell’uno come nell’altro caso, il denaro come mezzo e come fine contiene una promessa, che della sua duplice identità, per l’oggetto esterno e di oggetto in sé, interno, fa la materia stessa del desiderio, l’evidenza reale di una metafisica ontologica. Nella sua opera testamentaria, Intuizione della vita, Simmel scrive:
Non c’è nulla al mondo che sia così assolutamente privo di valore proprio e così esclusivamente «mezzo»; non c’è nulla insieme che per un’infinità di persone non appaia più del denaro, lo scopo di tutti gli scopi, il possesso più ambito, la fine di ogni fatica.
La Erforschung relativa al denaro, la sua conseguenza principale, è l’esito di un’incarnazione culturale diffusa a livello della società. Qui si tratta nientemeno che della radicale, e se si vuole, irreversibile sua ricaduta tragica: la rimodulazione antropologica della specie umana, ovvero una neo-formazione creaturale propria, tipica dell’essere moderno.
Fin dalle prime tesi di Filosofia del denaro, Simmel riconosce una dimensione «soggettiva» del «valore», pertanto si fa da subito chiara l’idea secondo cui la «possibilità del desiderio equivale alla possibilità degli oggetti del desiderio». Con ciò si fissa una relazione astringente, un nesso di coimplicazione tra il valore monetario, la monetarizzazione dell’esistente materiale, e il luogo del valore interiore, che sulla monetarizzazione dell’esistente plasma, schiaccia la sua stessa attitudine alla complessità, alla variazione, alla differenza. Nella Metropoli e la vita dello spirito, Simmel parla del denaro come di un mezzo di deformazione della soggettività, cioè di un «terribile livellatore» in grado di trasfigurare, di cristallizzare l’ordine degli esistenti materiali in una sola idea, la cognizione di valore rappresentabile appunto nel solo denaro. Ecco perché nella Filosofia Simmel scrive che il «mondo del valore è il mio desiderio», poiché il valore è finalmente divenuto il desiderio. D’altra parte, la cognizione di «Begehrtheit» esposta nella Filosofia, cioè il grande tema della «desiderabilità», appare una matrice dell’essere non strettamente legata alla nozione di utilità. Allora si comprende che la «formula del valore economico» acquisisce un valore assoluto, metafisico, quello, inquietante, di «formula del mondo», e ciò appunto attraverso la mediazione del desiderio. Pertanto il denaro, il luogo di innesco di tale logica, realizza la «formula dell’essere in generale», l’entità chiamata a generare l’«incorporazione del processo vitale e spirituale che tesse tutte le particolarità creando così la realtà».
Quando Simmel testimonia che lo statuto socio-economico dello scambio induce il «desiderio di incrementare negli individui il denaro posseduto», in realtà riporta una tesi in parte presente nella Metropoli, per cui la «logica del desiderio» è la logica del denaro e del guadagno di denaro divenuti il fine principale dell’esistente. Qui si enuclea un’idea fondamentale. Se il denaro è anzitutto un mezzo, lo è anche in quanto possibile di determinarsi effettualmente come un fine. Esso può dare luogo a quella che Simmel definisce l’interruzione delle «serie teleologiche». Diverse pagine della Filosofia sono allora dedicate al tema dell’avarizia, dell’avidità oppure della prodigalità. Ma la «parte sintetica» della Filosofia, in relazione al dominante tema del denaro, opera per illustrare altre forme di devianza, o meglio identifica persino una forma di limitazione-madre: la «libertà». Nell’atto di mediazione del denaro, la resa impersonale del rapporto umano identifica una forma di riduzione della libertà assoluta alimentando invece una crescita della libertà relativa. Poiché per Simmel la libertà è un «fenomeno di relazione», una via verso l’apertura dialettica, e il denaro il medium costante, la lingua egemonica o l’unità di misura nel villaggio globale, la mediazione attraverso il denaro, bloccando la relazione sociale al dato dello scambio, favorisce solamente ciò che si compie nello scambio, appunto la libertà relativa. La relazione personale è confinata in un’esistenza chiusa, impersonale, annientando così ogni apertura di orizzonte, ogni potenziale profondità umana. A un certo livello, la pratica dello scambio genera un effetto più dirompente, poiché esso sostituisce il rapporto sociale, da un lato censurando appunto la libertà assoluta, dall’altro innescando, nella evidente semplificazione della circolazione denaro-merce, la libertà così relativizzata, valorizzandola al punto da ricrearla come lingua dominante del processo storico. Vi è dunque un duplice movimento. Alla spersonalizzazione propria a ogni scambio consegue anche una maggiore indipendenza, un’autonomia più compiuta tra gli attori. Nella consuetudine quotidiana come in altri ambiti (il caso della prostituzione), la Filosofia di Simmel orbita nell’ambito della reificazione umana. Essa non è soltanto la riduzione a cosa dell’altro, ma l’interpretazione della stessa relazione come cosa (che non è), una cosa, come appunto nella prostituzione, che si traduce nello scambio del corpo per denaro e del denaro per un corpo. Il calcolo, la logica valoriale calcolante, che domanda a Simmel numerose pagine della sua Filosofia, costituisce allora un tema esemplare dell’opera, poiché la moderna società del denaro agisce sempre nella condizione di una valutazione quantitativa, rinunciando a priori a una relazione qualitativa senza il denaro. Ciò vuol dire che il pensiero simmeliano già allude a un luogo culturale impraticabile, poiché esso richiama prospettive utopistiche o palingenetiche.
La dimensione dialettica entro cui gravita il pensiero di Simmel non perviene a uno stato di sintesi sistematica. La problematicità del tema del denaro in epoca moderna, nel pensatore tedesco, non dà luogo a un’interpretazione teorica della storia. La riflessione pertanto non culmina in un sistema di pensiero aperto a uno sviluppo ermeneutico di lunga durata, epocale, collegato alla costruzione di una teoria sociale. Essa però perviene a una lettura trasversale per cogliere un’interpretazione socio-filosofica del denaro. Pertanto, Simmel non opera lungo il tracciato di una via critica negativa. Nel suo pensiero non troviamo empiti francofortesi, poiché la critica del denaro non risponde a una critica al denaro. Riguardo alla sua relazione con l’individuo, Simmel compone un’analisi in perfetto equilibrio tra l’ambito dell’espressione soggettiva e una non meno evidente riduzione della soggettività a una dimensione oggettiva. Così il pensatore intuisce l’esistenza di una duplicità, una doppiezza nella natura del denaro, una dualità incardinata tra l’autocreazione e l’asservimento individuali, e una generale linea di senso improntata alla relazione tra genesi epocale moderna e sua razionalizzazione. Qui La filosofia del denaro richiama il tema dell’alienazione, dell’alienazione capitalista quale effetto, anche socio-antropologico, della modernità. Essa è questione che il filosofo tedesco coglie anzitutto in due aspetti: la divisione e la mercificazione del lavoro. Nondimeno, l’alienazione si manifesta, si proietta in una deriva più generalmente socio-antropologica, dunque ascrivibile alla nozione di relazione, al dialogo tra gli uomini inteso però come progressivo ripetersi, sia nella forma sia nella sostanza, dell’imperante formula denaro-merce. Pertanto, l’egemonia del razionale nella sua razionalizzante azione biopolitica si manifesta paradossalmente da una scaturigine irrazionale, cioè le implicazioni del denaro, la lingua egemonica della storia moderna, sull’interiorità della specie umana.
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