Un mare di porti lontani (54’, 2024) è un documentario del regista Marco Daffra che riporta l’attenzione su uno dei soggetti più controversi del nostro tempo: le ong che operano nel Mediterraneo. Eroi per alcuni, figure losche se non criminali per altri; ma perché la definizione della loro correttezza è diventata un tema così importante e divisivo?
L’immigrazione è il tema divisivo per eccellenza, rispetto al quale il progressismo esprime una visione più positiva, sottolineando l’accoglienza, mentre le destre hanno una visione fortemente negativa e avanzano la necessità del contingentamento. La componente più famosa e mediatizzata, per quanto sicuramente non maggioritaria, sono i flussi per mare, che – com’è noto – presentano un alto margine di rischio, in quanto si tratta di canali non ufficiali, gestiti da gruppi e individui che non garantiscono condizioni adeguate di sicurezza. L’espressione diventata famosa, le “carrette del mare”, indica l’inadeguatezza di tali natanti, spesso – per non dire sempre – superaffollati, con la conseguente possibilità di naufragi; si possono citare, fra gli episodi che hanno fatto più scalpore mediatico, il naufragio di Lampedusa del 2013 (366 morti) e quello al largo della Libia nel 2015 (circa 800 vittime).
La politicizzazione del dibattito ha costretto chiunque vi prendesse parte ad aggiornarsi sulle specificità tecniche di questo tipo di eventi e, soprattutto, su chi ricada la responsabilità: cosa indica la sigla SAR? Cos’è un porto sicuro e chi lo deve indicare? Cosa dicono le convenzioni sul cosiddetto “diritto del mare”? Da dove vengono coloro che si imbarcano e a che titolo devono essere accolti? Cosa indicano i termini Triton e Mare Nostrum? Tutte questioni che hanno infiammato il dibattito politico.
Fra i soggetti più al centro dell’attenzione ci sono le ONG (organizzazioni non governative) che operano nel Mediterraneo al fine di salvare e soccorrere i migranti che fanno naufragio. Si tratta di soggetti privati che allestiscono autonomamente navi in grado di prestare soccorso. L’apice delle dispute su di esse è stato il 2017, in particolare con il video di un blogger che, sulla base di dati riguardanti la loro geolocalizzazione, ha mostrato come la loro sfera di operazioni arrivasse assai vicina alle coste libiche. Una parte dell’opinione pubblica le ha considerate conniventi con i gruppi illegali che incassano soldi dai migranti promettendo loro un imbarco verso l’Europa – anche se, a dire il vero, l’autore di tale video non muove mai tale rilievo, accusando piuttosto l’ipocrisia degli Stati europei e del “sistema dell’accoglienza”, che lucrerebbe sull’esternalizzazione di tale funzione ai privati.
L’intero documentario è dedicato a restituire il punto di vista degli equipaggi delle navi ONG, che l’autore – senza alcuna ipocrita pretesa di neutralità – condivide appieno, e lo dichiara. Il sottotitolo del film è Omaggio di verità per chi tende le mani ai naufraghi del Mediterraneo. La prospettiva è quella di far parlare direttamente il personale delle ONG per restituire al mondo la loro verità, di contro alle critiche di destra, alternando immagini del mare (esteticamente stupende) e interviste ad alcuni componenti degli equipaggi. Il regista, infatti, ha trascorso un anno in viaggio per girare le immagini per la sua opera: dai porti di Carrara e Livorno, dove erano ormeggiate alcune navi di ONG, per poi imbarcarsi verso Siracusa e trascorrere infine un mese intero a Lampedusa.
L’intento è dichiaratamente militante: scontare le accuse e le falsità di cui le ONG sarebbero state oggetto. La voce narrante dell’autore tiene un profilo abbastanza basso, preferendo far parlare i marinai, i capitani, i cuochi ecc. di queste imbarcazioni.
Dal punto di vista di tali persone emerge, senza troppa sorpresa, un’idealità impegnata: il diritto di tutti di migrare, il fatto di essere tutti persone (che fonderebbe un’universalità di diritti), una perplessa disapprovazione verso le limitazioni poste dalle autorità – per esempio, una nave non può fare più di un singolo salvataggio, restrizione che non viene esercitata sulla Guardia Costiera. Si deve notare che più di uno degli intervistati sottolinea il fatto che tutto ciò che fanno è in stretta comunicazione/collaborazione con le autorità marittime – e non risultano smentite.
Ma gli equipaggi narrano anche le loro tensioni, paure, insicurezze; le difficoltà logistiche del momento stesso dei salvataggi, la dimensione personale come dedizione a una causa.
Il focus è soprattutto su di loro; il resto resta un po’ ai margini: tanto le complessità del quadro giuridico e del rimpallo di responsabilità, quanto – paradossalmente – gli stessi migranti. Per questi ultimi le immagini proposte sono sobrie e non indulgono nel sensazionalismo del mostrarne impudicamente la sofferenza. Le autorità italiane vengono evocate come una presenza ostile, mentre si parla molto dell’inferno libico, da cui buona parte dei migranti intercettati in quelle zone cerca di scappare. Sulle violazioni che vengono perpetrate in tale Paese ci sono molte testimonianze, e praticamente nessuno le nega.
Il fine dichiarato è smontare le falsità contro le ONG, ma dubitiamo fortemente che chi ha maturato un’avversione verso di esse possa esserne distolto sentendo semplicemente il punto di vista di chi percepisce come un agente di un processo che avverte come rovinoso e ostile. Per più ragioni: prima di tutto, alcuni tipi di accuse richiederebbero una trattazione tecnicistica molto difficile da portare sullo schermo senza ammazzare gli spettatori di noia. Ma produrre argomentazioni di tal genere servirebbe?
Anche su questo punto lo scetticismo è d’obbligo. L’aspettativa di un dibattito razionale che prenda serenamente atto di un’analisi della realtà pare diventata irrealistica in merito a un tema il cui dibattito si svolge in un clima così incandescente da non interessarsi ad approfondire la realtà, ma piuttosto a sbandierare la propria opzione politica e valoriale contro chi la pensa diversamente.
L’attitudine a confrontarsi sulle posizioni di principio e non sulla realtà è particolarmente straziante per l’incapacità di cogliere il fenomeno e prospettare strategie a lungo termine. Uno dei personaggi intervistati nel corso del documentario è il celebre medico di Lampedusa Pietro Bartolo, il quale fa notare l’assurdità di parlare di emergenza per un fenomeno che è noto e vede ripetere abbastanza prevedibilmente le sue dinamiche oramai da anni. Dare una definizione emergenziale al fenomeno scalda gli animi – e, agli estremi opposti, indignazione e paure – ma non produce altro risultato.
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