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Su “La voce di Hind Rajab” di Kawthar ibn Haniyya
Il mondo in cui viviamo è terrificante e grottesco. Assistiamo a fenomeni così estremi e fin comici nella loro atrocità da farci dubitare della realtà o della nostra salute mentale; e proprio adesso che è urgente la necessità di elaborare in forma collettiva l’orrore che dilaga, l’arte si ritrova priva di ogni funzione che non sia di propaganda, intrattenimento, decorazione o segnalazione di status sociale. Il prodotto medio è affidato ciecamente agli algoritmi, le espressioni che si vorrebbero radicali (devianti, utopiche, resistenti, rivoluzionarie) arrivano al pubblico già digerite e indicizzate dal sistema integrato di produzione, distribuzione e promozione; dunque inattendibili, inerti. Estinta la cultura popolare per la prima volta nella storia, non ci sono più angoli bui dove non s’insinui il fascio di luce della cultura pop informata dall’economia di mercato.
Queste potrebbero essere le convinzioni di un cittadino europeo che va al cinema nell’ottobre del 2025 per vedere La voce di Hind Rajab. Il film racconta il lungo e vano tentativo da parte della Mezzaluna Rossa di ottenere dall’esercito israeliano l’autorizzazione a raggiungere e mettere in salvo una bambina bloccata tra i corpi senza vita dei propri cari, in un’automobile sotto il tiro dei carri armati a Gaza.
In apertura, una didascalia informa gli spettatori che quelle che sentiranno sono le autentiche registrazioni delle voci delle vittime. Dopodiché il film, con i modi consueti del cinema di finzione in modalità realistica (camera a mano, luce naturale, recitazione naturalistica), introduce la sua unica ambientazione: un ufficio con decine di operatori che rispondono a richieste di soccorso. Tra loro c’è Omar che, chiacchierando e scherzando coi colleghi tra una telefonata e l’altra, vive la routine di una tipica giornata lavorativa. È lui a ricevere la chiamata della madre di Hind, la quale viene uccisa da una scarica di mitragliatrice durante la telefonata. In seguito lo avvertono che c’è una bambina viva vicino alla donna con cui ha parlato e gli danno un numero da chiamare per parlare con lei. Nel momento stesso in cui sentiamo la voce di Hind tutto crolla e si fa evidente l’ovvio: il punto di vista della macchina da presa e i suoi movimenti sono pianificati, l’ufficio della Mezzaluna Rossa è una scenografia e i volontari che ci lavorano sono attori. Stanno recitando e sono vivi, mentre la voce che sentiamo al telefono è di qualcuno che non c’è più. A quel punto l’attore che interpreta Omar fa una domanda a Hind; al sentire la bambina che gli risponde, lo spettatore sprofonda, precipita.
La voce di Hind Rajab è un film abissale. Al cospetto di quelle registrazioni tutto assume un’intensità lancinante e di continuo si aprono, a tradimento, voragini, buchi neri nelle pieghe confortevoli della banalità del reale; restiamo senza fiato come quando, in sogno, siamo appesi per un dito al cornicione del decimo piano. Ogni film stabilisce col pubblico un patto attraverso un complesso di segni che regola la posizione di chi guarda rispetto agli eventi messi in scena. Ma anche nei film più irregolari, o che più ostinatamente sfondano la quarta parete, c’è una linea di demarcazione non oltrepassabile: di là qualcuno è sullo schermo, di qua qualcuno guarda. Questo film arriva a spostare quella linea, mettendo di qua noi (spettatori, critici, distributori, attori, cineasti, produttori, autori) che siamo vivi; di là Hind, che è morta.
Nel dialogo con la bambina il film stabilisce un’equivalenza (e non identificazione o immedesimazione) tra gli attori sullo schermo e noi spettatori in sala. Che questo sia voluto è evidente nei momenti in cui gli attori tacciono e si mettono ad ascoltare la registrazione delle voci dei propri omologhi reali al telefono con Hind: gli attori sono letteralmente spettatori come noi. Il risultato è che siamo chiamati a partecipare a una solenne, devastante seduta spiritica in cui i morti c’interrogano, e siamo noi stessi a morderci la lingua per aver detto una sciocchezza nel tentativo disperato di distrarre Hind dal terrore, a farle promesse che non possiamo mantenere, a trovare scuse insufficienti per la nostra assenza, a sentire nei nostri nervi l’impotenza dei soccorritori, l’orrore mortifero a ogni minuto che passa nella burocrazia del coordinamento dei soccorsi. Quella voce diventa un occhio, al cui sguardo indifeso e terribile non si sfugge e nel cui riflesso non possiamo che riconoscerci umani, ossia capaci di genocidi, torture e di una crudeltà inconcepibile; incapaci comunque d’impedirli.
A un certo momento si vede qualcuno che riprende con un cellulare la situazione dentro l’ufficio della Mezzaluna Rossa. Sullo schermo del telefono appaiono però i veri soccorritori mentre tentavano di salvare Hind, e non gli attori che vediamo nella stanza, con un effetto di straniamento necessario quanto raro in tempi in cui agli spettatori si chiede di lasciarsi cullare da affabulazioni coerenti e standardizzate, e ai cittadini di rinunciare al senso della realtà e accettare come inevitabile uno status quo sempre più invivibile. La voce di Hind Rajab, con caparbietà e metodo, trova il modo di far irrompere la realtà nella rappresentazione come un fulmine, facendo piazza pulita di ogni protocollo realistico, documentaristico, giornalistico. Non che sia ragionevole nutrire grandi speranze, ma forse questo film ci autorizza a immaginare, con uno slancio di ottimismo della volontà, che sia ancora possibile rifondare la nostra capacità collettiva di usare gli occhi, le mani, la parola, il pensiero — proprio adesso che la bestia umana torna a dare il peggio di sé.
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