La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

La Fine di Israele di Ilan Pappé


4 Nov , 2025|
| 2025 | Recensioni

Ilan pappé è uno degli accademici israeliani più famosi al mondo: ebreo antisionista, già membro di un partito comunista, è parte di quella corrente di nuovi storici israeliani critica verso la storia del proprio paese. La posizione di Pappé è la più radicale, per esempio nel suo testo La pulizia etnica della Palestina considera l’esodo dei palestinesi del 1948 come il frutto di una politica preordinata e deliberata dei capi sionisti.

Il suo testo La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina (Fazi 2025) non è un testo di storia ma un saggio scritto sull’onda del genocidio a Gaza. Può essere considerato una novità e il corrispettivo di un raggio di sole in una stanza buia, più per lo spirito (potremmo dire) che per il contenuto. In questi due anni di massacri continui e della più esacerbante impunità di Israele per i suoi crimini provati in modo assolutamente inoppugnabile si è vista una vasta mobilitazione popolare con un tono combattivo; ma quando si riflette sulle prospettive realistiche per la regione regna lo sconforto. In effetti tutto l’arco delle manifestazioni, a ben vedere, ha avuto lo scopo di fermare la violenza ed impedire dei crimini spregevoli. Destituire il potere di Israele e minare le fondamenta di esso non viene nemmeno nominato come obiettivo. Il che, se alla luce dei rapporti di forza attuali è giustificato, determina un pessimismo di fondo riguardo al futuro, il cui esito più roseo comporta la destituzione di Netanyau e dei ministri più fanaticamente devoti ad un credo suprematista, a favore di un più normale sionismo laburista.

Il tono di Pappé invece è propositivo, vitale ed energico. La prospettiva che percorre è la inevitabilità del declino di Israele, che sarebbe già in atto; lo sforzo maggiore è motivato dall’incertezza di cosa sorgerà dopo. In tal modo tutto il testo è costruito tra una previsione di collasso dello Stato ebraico e una motivata speranza per il futuro.

La prima parte del testo infatti si intitola Il collasso. Il primo capitolo consiste in una rapida ricognizione storica su quello che è stato definito il processo di pace. Una falsa pace, guidata da negoziatori statunitensi che davano per assodate le acquisizioni di Israele, e che offrivano delle concessioni ai palestinesi che non avrebbero intaccato la posizione di forza dello Stato ebraico. Il secondo capitolo individua invece nella più stringente contemporaneità sette fattori in crescita nocivi per Israele: le divisioni interne, le conseguenze dell’occupazione, l’orientamento sempre meno filosionista della diaspora ebraica, la crisi economica, il declino della efficacia dell’esercito, le carenze dell’apparato pubblico e la comparsa di un nuovo movimento di liberazione palestinese. Non si vede la fine di Israele per un attacco esterno, ma per le contraddizioni che il paese produce da sé e che covano al suo interno.

Fra di esse soprattutto la prima pare essere di grande importanza: il contrasto sempre più vivo fra la componente più identitaria, religiosa, con spinte messianiche e l’elemento laico, più modernizzante, cuore della intelligentzia tecnologica. È un conflitto che spunta fuori in molti altri paesi – si pensi a quello fra trumpiani e dem negli Usa – ma la descrizione del messianismo sionista è davvero impressionante; la misura del suo fanatismo ottenebrato è potente, i suoi referenti politici hanno vinto le ultime elezioni e la sua furia è rivolta verso i palestinesi, ma l’alleggerimento del conflitto su tale fronte potrebbe portare a una sorta di guerra civile nel paese. Il retroterra teologico disegnato da due rabbini Kook, padre e figlio, nel corso del XX secolo connette molti fili che all’osservatore esterno paiono scorrelati, dalla riforma giudiziaria di Netanyahu alla tolleranza di gruppi di coloni dediti a pratiche terroristiche.

La seconda parte, La strada per il futuro, è molto più ambiziosa. I presupposti consistono tanto nel constatare che la soluzione due popoli, due stati è oramai irrealizzabile che nel fatto che la ineluttabilità del collasso di Israele rende necessaria una riflessione su come impostare un assetto futuro.

Negare la legittimità di Israele e caldeggiare la sua distruzione è quanto più simile, nell’intero arco politico occidentale, ad una bestemmia in chiesa, e ci sono molte avvisaglie che nell’intero mondo euro-atlantico verrà punita con norme penali. Tale stigmatizzazione viene legittimata col presupposto che volere la fine di Israele significherebbe la morte o la deportazione dei suoi attuali abitanti, eventualità che risuonerebbe come una seconda Shoah. Tale argomento non può che apparire strumentale visti gli attuali rapporti di forza (il “diritto all’esistenza” brandito per giustificare i più atroci crimini di Israele), ma fuori della contingenza resta l’interrogativo: come ci si può immaginare una Palestina senza più Israele? 

L’intera seconda parte è dedicata a rispondere con puntualità e precisione a tale interrogativo, entrando nel dettaglio delle singole questioni. L’orientamento di fondo, sottostante ad ogni singola questione, è che non solo non si dovrebbe espellere o vendicarsi con violenza sugli ebrei israeliani, ma nemmeno vanno ridotti a minoranza mal tollerata. Andrebbero integrati nel nuovo Stato unificato come componente etnolinguistica con pari diritti e dignità. Ma come porsi di fronte alla serie di ingiustizie, alcune delle quali sono orribili crimini, commesse contro i palestinesi? 

Cercando una via mediana fra politiche di vendetta verso i vecchi oppressori e una irrealistica tabula rasa del passato, le singole questioni sono affrontate nella prospettiva di attuare una giustizia di transizione e riparativa, come suona il quarto capitolo della seconda parte. L’ispirazione è tratta dalle varie esperienze di crollo di regimi oppressivi nel mondo, con la necessità del riconoscimento delle ingiustizie del passato, un’indagine storica che faccia luce sugli accadimenti chiarendo le responsabilità, e un misto di punizioni per i crimini più gravi e riconciliazione per altri. Un modello importante evocato più volte è il nuovo Sudafrica degli anni Novanta col crollo della Apartheid. Sui limiti di tale modello e di altri che appaiono ancora meno promettenti occorrerebbe fare una esposizione più specifica, ma il testo di Pappé in questa seconda parte dá una prospettiva per un nuovo status politico che metta le basi per la convivenza e la prosperità del futuro. Per rendere possibile tale traguardo il testo descrive una serie di mini-rivoluzioni che l’autore considera delle precondizioni irrinunciabili. La ricchezza delle argomentazioni è tale da suggerire di enucleare solo qualche spunto. 

Centrale è la necessità di rinnovare la leadership palestinese, che dovrà portare avanti il cambiamento, differenziandosi tanto dalla oramai scredita Fatah che da Hamas. L’autore ripone molta fiducia della generazione di palestinesi che sta emergendo, che grazie alle tecnologie digitali riuscirà a evitare la storica frammentazione dovuta al risiedere in differenti contesti (cittadini marginali di Israele, campi profughi in altri Stati, gazawi, cisgiordania, ecc.), e potrà porsi con pragmatismo e accettazione delle diverse ideologie in vista di un obiettivo comune.

Altri punti importanti sono: come integrare il nuovo Stato con i vicini arabi e la vecchia componente ebraica fuori dal vecchio sionismo. Per entrambe le questioni potrebbe essere decisiva componente di ebrei che vengono dai paesi arabi, chiamati sefarditi o mizrahi (anche se più esattamente tali termini designano l’adesione ad una tradizione rituale più che ad un’origine etnica); per quanto possa essere incredibile oggi, la distinzione arabo – ebreo è relativamente recente: gli ebrei iracheni o marocchini si autopercepivano come arabi di religione ebraica; fu il sionismo, in curiosa (ma non del tutto inaspettata) convergenza con l’antisemitismo a stabilire una differenza netta fra i citttadini di religione giudaica e il resto dei popoli in cui essi vivevano, come se gli ebrei fossero corpi estranei o una nazione separata. Tornando ad una convivenza con gli arabi i mizrahi potrebbero riscoprire le loro radici e diventare un elemento di mediazione.

Chiude il volume un “diario dei tempi futuri”  narrato dall’autore come se vedesse in tarda età il percorso di liberazione dai nostri anni al 2048, l’anniversario nella Nahkba che vedrebbe la affermazione di una Palestina libera.

Questo ricchissimo testo cerca di immaginare un futuro di speranza e liberazione, e lo fa in termini radicali, tali che il sistema dei media occidentali non può accettare: la fine definitiva del sionismo, come progetto di una statualitá per gli ebrei in cui gli arabi sono esclusi, marginalizzati o ostracizzati. Logicamente il lettore giudicherà quanto possa essere realistico o meno, a molti sembrerà un classico insieme di ricette per l’osteria dell’avvenire, per citare Marx. Al momento pare impossibile immaginare che gli apparati israeliani possano cedere il potere a meno di una offensiva che li destituisca con la forza, e non meno arduo è pensare che i palestinesi, genocidizzati e vittime delle più vergognose angherie da decenni, non si vendicherebbero; ma la storia ha un robusto margine di imprevedibilità, e per quanto si possa sentirsi di fronte a un potere invincibile, è un dato consolidato che non si conseguirebbe un orizzonte possibile senza la capacità di immaginare l’impossibile (o quello che al momento sembra tale).

Se dovessimo trovare un punto debole della trattazione, diremmo che i termini in cui Pappé ragiona sono quasi esclusivamente politici; per esempio, un punto di svolta che egli immagina per rovesciare i rapporti di forza è che una nuova presidenza Usa abbandoni il sostegno ai sionisti ed addirittura imponga loro delle sanzioni, lasciando uno spazio per la mediazione diplomatica di paesi emergenti meno faziosi. Ma è evidente che l’ascesa di una figura così radicale per gli standard Usa, al di fuori di qualche miracolo, sarebbe il punto di arrivo di profondi cambiamenti strutturali in tale paese, e dinamiche del genere che ridefiniscano il mondo politico statunitense in questa direzione non paiono minimamente alle viste. Quello che invece si profila, se guardiamo ai rapporti economici, è un progressivo declino statunitense e di tutto il fronte euroatlantico a fronte dell’ascesa di altre potenze, così che appare maggiormente plausibile più che una conversione politica di Washington una sua difficoltà effettiva a sostenere Israele. Per chi scrive il cambiamento dell’orientamento filoisraeliano da parte dell’Occidente appare di gran lunga più improbabile che un deciso ridimensionamento della sua influenza internazionale. Ma anche su questo piano, sebbene tale traiettoria geopolitica sembri salda, 25 anni possono riservare molte sorprese.

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!