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Eddington: la più grande satira sull’America contemporanea
Leggerete cose pessime, di questo Eddington. Non fidatevi: è l’assuefazione all’ideologia hollywoodiana, che ormai si sovrappone con precisione sartoriale a quella liberal e progressista, per la quale il “grande romanzo americano” può essere scritto, diretto, interpretato solo da chi ha la patente.
Non è, in realtà, il film di Ari Aster, nemmeno il “grande romanzo trumpiano” (se così viene letto, è per disabitudine a uscire da un certo canone). Si tratta, in realtà, di uno sguardo che tenta di elevarsi al di sopra delle banalità indotte dalle polarizzazioni, e del loro sfociare nella perdita di senso, per chi un senso cerca di mantenerlo.
L’estetica non è nuova: è quella, almeno nella prima parte, dei fratelli Coen, con spruzzate di Joe Lansdale (molto meno c’entrano Tarantino o Stephen King, come pure si legge). Il racconto è invece quello della perdita, se non della verginità – sarebbe francamente troppo – quantomeno dell’ingenuità. L’ingenuità di un paesotto della provincia americana sprofondato nel New Mexico, ben incarnata dal protagonista, un bonario sceriffo che tenta di divincolarsi dalle beghe quotidiane (l’isteria del distanziamento da Covid-19, un sindaco che, per precedenti “familiari”, non ama, una moglie e una suocera cospirazioniste). Dopodiché, anche a Eddington irrompe il Black Lives Matter e i post-adolescenti locali, anch’essi ritratto dell’ingenuità perduta, aderiscono in maniera piuttosto goffa e farsesca (a proposito: da incorniciare il fotogramma in cui un ragazzo, al consunto rosario sulle minoranze recitato da un’amica, obietta: “ma c’è anche la classe”, e viene gelato come se avesse ruttato in chiesa). Sullo sfondo, il grande progetto di un’edificazione industriale dal sapore green e dalla sostanza devastante, che agisce con maestria dietro alla politica (e al sindaco in odore lib-dem, in particolare). Ecco: l’America del Centro ha irrotto in Periferia, ha “sporcato” quel poco che restava di puro. Compreso il nostro sceriffo, che da sempliciotto dall’animo buono si trasforma nel rappresentante della destra più becera, candidandosi contro il rivale di sempre. Da qui, irrompe una violenza cieca e distruttiva, che prende forma come in un videogioco splatter, contagiosa ben più del Covid. La forza che la agisce, che inizialmente appare oscura, si rivela nel grottesco finale come il capitalismo “dal volto buono”, che manovra i sopravvissuti, ridotti a larve umane dall’esplosione di sangue di cui nessuno, in una cornice quasi “disneyana”, sembra conservare memoria.
È vero: Eddington non è il grande romanzo americano. Non è Pastorale americana, non è Underworld. È però la più grande satira sull’America contemporanea. E serve a qualcosa anche a noi.
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