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ROMA: più cantieri, meno sicurezza e democrazia


5 Dic , 2025| e
| 2025 | Visioni

Procedure straordinarie diventano norma, la partecipazione è solo di facciata e la corsa alle scadenze sacrifica tutele e confronto: il volto nascosto della trasformazione urbana nella Capitale.

Un mese fa moriva Octay Stroici, 66 anni. Era un operaio impegnato nei lavori di messa in sicurezza della Torre del Conte, ai Fori Imperiali. È caduto dopo un crollo strutturale, in un cantiere pubblico, nel centro simbolico di Roma.

Questa morte non è un fatto isolato, ma si inserisce nel quadro di una città trasformata in macchina esecutiva, dove l’urgenza di fare – e soprattutto di mostrare – ha preso il posto del confronto, della cura, della giustizia sociale. Roma oggi è una città vetrina: si costruisce per i turisti e per attrarre capitali e investitori, per consolidare poteri. Ma ciò che appare in superficie – il decoro, le inaugurazioni, i cantieri-lampo – ha un costo che non si misura solo in bilancio, ma in lavoro sacrificato, in pressioni imposte a chi deve “realizzare”, senza tempo, senza tutele, senza voce.

I poteri commissariali sono diventati il metodo ordinario. Si governa con procedure straordinarie anche in assenza di emergenza, con regole elastiche e tempistiche che escludono ogni partecipazione reale. Le amministrazioni, spesso in ritardo strutturale, inseguono obiettivi fissati da scadenze europee o statali che non riescono a rispettare. E allora accelerano: appalti compressi, progettazioni forzate, percorsi ridotti al minimo. Si chiede a chi lavora – nei cantieri, nei servizi sociali, nelle reti di prossimità – un’adesione incondizionata, una flessibilità totale, una disponibilità a realizzare senza discutere.

Questo vale nell’edilizia come nel sociale. Cooperative, associazioni, operatori di comunità sono chiamati a “co-progettare” in spazi dove tutto è già deciso. La retorica della sussidiarietà finisce per celare un modello in cui la responsabilità dell’attuazione viene scaricata su attori spesso strutturalmente deboli o facilmente condizionabili: non viene chiesto loro quali siano i bisogni reali, ma soltanto se possono portare a termine il compito assegnato. È partecipazione solo di facciata, in un sistema dove il merito si misura in tempi rispettati, non in bisogni intercettati.

I quartieri sono troppo spesso trattati dalle istituzioni non come realtà vitali e articolate, ma come criticità da contenere. Sotto la narrazione della rigenerazione urbana si nascondono interventi imposti dall’alto, volti a disinnescare i conflitti – anche attraverso la collaborazione con percorsi di civismo organico – piuttosto che a comprenderne le cause profonde. L’assenza di autentiche pratiche di ascolto e partecipazione rende le politiche pubbliche incapaci di accogliere le esigenze espresse dalle comunità, come sta accadendo in maniera plateale nella gestione degli ex mercati generali.

I bisogni sociali, economici e culturali vengono così sistematicamente ignorati, sacrificati in nome di interventi che puntano più al decoro e alla spettacolarizzazione degli spazi che al loro reale miglioramento a beneficio della cittadinanza.

L’amministrazione capitolina, pur definendosi di centrosinistra, adopera dinamiche indistinguibili da quelle del governo centrale, tra i più reazionari della storia repubblicana. Cambia la retorica, ma non l’impostazione. La logica resta quella del comando verticale, della compressione del dissenso e della consegna della città a chi è in grado di trarne profitto. Grandi opere, infrastrutture e riconversioni urbane avanzano lungo questa direttrice, senza segnali di discontinuità.

In questo clima, morire sul lavoro è il sintomo più evidente di un sistema che ha rinunciato a prendersi responsabilità reali. Non si muore solo per un errore tecnico o per una fatalità. Si muore quando si costruisce senza controllo, si appalta senza garanzie, si chiede sempre di più in sempre meno tempo. Quando tutto è sacrificabile, purché si arrivi alla scadenza.

Octay Stroici non è morto in un cantiere marginale. È morto nel centro della città che si mostra al mondo. In silenzio, mentre si lavorava per mettere in sicurezza ciò che dovrebbe rappresentare la storia e la dignità di Roma. Ma la sicurezza, quella vera, resta fuori dall’agenda politica. E, con essa, il rispetto per chi tiene in piedi questa città ogni giorno.

Di: e

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