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Uragano Melissa in Giamaica: metà isola al buio e la leptospirosi uccide


5 Dic , 2025|
| 2025 | Visioni

È trascorso oltre un mese dal passaggio dell’uragano Melissa in Giamaica, che ha seminato morte e distruzione, infierendo soprattutto nel Sud dell’isola.

Il bilancio dei danni finora è già spaventoso: quasi 9 miliardi di dollari USA, ripartiti in 3,7 di abitazioni distrutte, 1,8 di edifici pubblici (tribunali, scuole, ospedali) 3 di infrastrutture (ponti, strade, acquedotti e tralicci della corrente). 

I danni all’agricoltura sono così estesi, in un’isola che già dipendeva dalle impostazioni, che molti supermercati hanno chiuso per mancanza di merce, oltretutto privi di elettricità per mantenere la refrigerazione a causa di black-out che ancora persistono sul 30% del territorio. 

A soffrire di questa condizione, soprattutto i supermarket dei piccoli centri che vendono perlopiù prodotti locali: le perdite legate al settore agricolo e alla pesca assommano a circa 30 miliardi di Usd.

Scarseggiano vegetali, pomodori, frutta, tuberi, legumi, riso. Quei pochi rimasti sono venduti a peso d’oro: 3 dollari per un pomodoro singolo, 7 per un cespo di lattuga, in una sorta di Borsa Nera tollerata dalle autorità, immancabile in caso di guerre, epidemie, e calamità naturali come questa. Solo nei settori menzionati, i danni si riassumono nella perdita del 41% sul GDP (Gross Domestic Product, il nostro PIL)

Nel comparto turistico, che è quello che storicamente garantisce alla Giamaica le entrate più corpose, solo in ottobre i mancati arrivi sono stati 80.000, anche per il rafforzamento del warning dell’ambasciata USA, – già in vigore prima dell’uragano – che avverte i visitatori statunitensi sui rischi dei viaggi in Giamaica aggravati dal peggioramento dei servizi, con le attrazioni naturali chiuse per riparare i danni, e il coprifuoco per ridurre rapine e aggressioni, favorite dall’oscurità e dalla disperazione. 

Molti alberghi all-inclusive hanno chiuso i battenti, anche per consentire al personale di concentrarsi sulla sistemazione dei danni a casa propria. Riapriranno nella primavera 2026. 

Il buio oltre la siepe

L’uragano ha infierito sul lato sud con venti a 280 Km/h, sfiorando la costa dove sorgono gli hotel spagnoli e americani, accanendosi quindi sui piccoli centri e nelle province rurali di Hanover, Westmoreland, St Elizabeth, Clarendon e Manchester. Centri come Savanna-la-Mar – capoluogo di provincia del Westmoreland – Whitehouse, Black River sono quelli che hanno registrato distruzioni maggiori e il numero più alto di vittime. Oltretutto gli edifici dedicati ai servizi pubblici sono stati spazzati via, e lo scenario che appare in molti casi riporta alle macerie di Gaza.

L’ospedale di Sav (così i residenti chiamano la loro città) è stato letteralmente scoperchiato; per mancanza di elettricità i macchinari sono inutilizzabili.

Distrutta la scuola pubblica Mannings e lo storico tribunale di Black River – che faceva parte dei tours per il suo passato coloniale – oggi ridotto a un rudere sventrato; l’iter processuale è sospeso a tempo indeterminato.

È qui che la JPS (la società elettrica a capitale misto giapponese e coerano, che opera in regime di monopolio con partecipazione al 20% del governo) ha perso oltre la metà delle sue strutture, lasciando al buio per settimane ⅔ della popolazione.  E non basterà impiantare ex novo centinaia di tralicci, abbattuti dal vento come bastoncini del gioco di Shanghai dalle colline alla costa, ma bisognerà ridisegnare tutto lo schema per sostituirli, allargando la collocazione anche nei nuovi complessi residenziali che sono sorti ovunque, senza una sequenza logica, per via di una scriteriata deregulation edilizia favorita dal governo JLP del premier Andrew Holness.

Allo stato attuale, sono le province di St Elizabeth e di Westmoreland quelle che necessitano di interventi più massicci, anche per ripristinare la centrale elettrica di Savanna-la-Mar che giace accartocciata come una lattina vuota. 

Da lì partiva la distribuzione di energia lungo un territorio enorme, di cui solo una parte minore è stata riallacciata. 

Dalla rotonda di Negril, percorrendo la strada principale che porta a Sheffield e Little London, la maggioranza dei caseggiati è ancora senza luce, con alcune zone prive anche di acqua corrente e potabile.

Le rassicurazioni recenti del Ceo di JPS che il 74% dei giamaicani avrebbe già riavuto la corrente, cozzano in realtà con il gioco delle percentuali: se nella North Coast (St Ann con il centro di Ocho Rios dove attraccano i transatlantici delle crociere, St Mary e Portland) e nella capitale Kingston almeno il 90% ha visto di nuovo la luce, nel Sud rurale siamo tuttora al 20%. 

È la vecchia storia dei polli di Trilussa, e l’inganno delle statistiche: se nella media risulta che mangiamo un pollo a testa, nella realtà c’è chi ne mangia tre e chi non vede neanche le ossa.

Zanzare, topi e malattie

Sui media internazionali, nei primi giorni fu riportato un totale di 30 decessi tra Haiti e Giamaica. In realtà nella sola Giamaica, finora sono stati confermati 45 decessi e 20 dispersi, ma il numero delle vittime è destinato a salire: ci sarebbero ancora corpi sotto le macerie, tra cui alcuni seppelliti in fretta e furia senza essere registrati per via del caldo bestiale,

poiché i soccorsi non riuscivano ad accedere alle comunità più remote sulle colline verso Montego Bay, prima di arrivare a Black River. Durante quei giorni di panico, con la gente senza cibo e acqua potabile, gli aiuti furono portati dagli elicotteri su cui vennero anche evacuati civili. A livello ufficiale non hanno trovato conferma le voci su corpi gettati a mare.

Ci sono però le vittime delle malattie: le persone più povere, soprattutto donne con bambini piccoli, hanno dovuto dormire per giorni a contatto con l’acqua infetta, dovuta alle pozze stagnanti che si sono formate dopo i nubifragi causati dall’uragano. Inoltre, dalle fognature danneggiate, i liquami sono confluiti nelle medesime acque, provocando il proliferare di topi che con le loro urine hanno causato l’epidemia di leptospirosi, dodici morti finora, più uno di tetano.

C’è poi la dengue, un’infezione classica presente da sempre sia nei ghetti dei Caraibi che nel Sud America, soprattutto nelle favelas di Brasile e Venezuela, cioè laddove le condizioni igieniche sono più precarie, e la presenza di acque ferme dovute ad acquitrini e paludi (oppure più semplicemente a recipienti lasciati scoperti dove si conserva l’acqua per lavarsi e per cucinare) attira la famigerata zanzara Aedes aegypti, che trasmette i virus della Dengue, Zika e Chikungunya, con sintomi simili: febbre alta, dolori ossei e articolari, e nella variante febbre emorragica, per il deterioramento degli organi interni, la dengue può causare anche la morte, come è successo a una guida italiana di mia conoscenza che viveva in Giamaica accanto a una palude.

Uragano Melissa in Giamaica: metà isola al buio e la leptospirosi uccide

Savanna-la-Mar è stata sotto lente, presidiata dai soldati, per dei casi sospetti di colera, che però due giorni fa sono risultati negativi.

La mancanza di acqua potabile e di elettricità necessaria alla conservazione dei cibi espone a nuove infezioni, oltre al fatto che Sav con le sue fogne a cielo aperto è un richiamo continuo per roditori e le malattie che essi si portano dietro.

L’epidemia di colera in Giamaica, scoppiata nel 1851, ne uccise 32.000.

Foto F.Bacchetta 

Di:

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