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VOLONTÉ, L’ATTORE DEGLI ULTIMI


9 Dic , 2025|
| 2024 | Terza Pagina

“S’alza il vento. Bisogna tentare di vivere”. Una citazione di Paul Valéry, considerato uno dei principali esponenti del simbolismo e della riflessione estetica del Novecento, campeggia su una piccola lapide di granito a forma di vela, ornata da una pietra che ricorda un cuore, nel cimitero di La Maddalena in Sardegna. Lì, dal 1994, anno della prematura scomparsa avvenuta a causa di un arresto cardiaco durante le riprese di un film, è sepolto Gian Maria Volonté. Non deve stupire: fin dagli anni Sessanta, infatti, il grande attore milanese era solito trascorrere lunghi periodi sull’isola, dove conseguì il titolo di istruttore di vela, coltivando uno dei suoi grandi amori, il mare.

Nato a Milano il 9 aprile 1933, in pieno Ventennio, in seno alla media borghesia lombarda e in un contesto familiare piuttosto autoritario – papà Mario fu un ufficiale della Milizia Fascista, la Brigata Nera di Chivasso, qualcosa che Gian Maria faticherà a superare; mamma Carolina, originaria della Valtellina e probabilmente casalinga, fu invece l’artefice della sua coscienza politica ed emotiva – per lui infanzia e adolescenza significarono, al pari di troppi altri concittadini, prima la guerra, con i bombardamenti sulla città e la fuga nelle campagne lontano dalle esplosioni, poi gli anni contraddittori della ricostruzione post-bellica. Anni, questi ultimi, costellati da profonde dicotomie sociali destinate a segnare la sua maturazione.

La Milano che prova a mettersi alle spalle la tragedia è una faticosa coesistenza di macerie e cantieri, di povertà e rilancio, di rassegnazione e vitalità. Le inevitabili tensioni tra sentimenti antitetici che ne scaturiscono, quelle di una città spaccata in due tra impulsi antifascisti e rigurgiti conservatori, sono accompagnate dai noti fenomeni dell’industrializzazione, dell’immigrazione e della nascita delle periferie degradate, la cui coesistenza nella struttura meneghina ha come inevitabile risultato l’amplificazione delle disuguaglianze e la non linearità degli eventi. Ricchi contro poveri, con accanto un’energia culturale nuova. Tensioni di classe, al solito, quale motore della storia che avanza grazie al conflitto tra chi detiene il nuovo potere economico e chi, al contrario, piomba dalla guerra allo sfruttamento.

Così, nella Milano sospesa a metà tra lotta di classe e fuoco culturale, Volonté divenne formidabile interprete della complessità umana, imparando a trasformare l’osservazione critica del contesto in arte, assurgendo a voce narrante di un’epoca di profondo rinnovamento. Il sodalizio tra Gian Maria e il cinema, però, ebbe genesi altrove, non a Milano ma a Roma, dove si formò all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Una scuola, diretta da Sergio D’Amico, che poteva vantare la presenza tra i docenti, seppur sporadica, di Giorgio Strehler, che influenzò i tratti distintivi del suo teatro realistico e impegnato, ossia la capacità di fare apparire credibili comportamenti ed emozioni e di veicolare un messaggio sociale, politico o morale servendosi del personaggio e della storia.

Se all’inizio la notorietà cinematografica fu dovuta ai film western di Sergio Leone, Volonté emerse artisticamente interpretando personaggi complessi e talvolta scomodi. Con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” si inserisce nelle trame del potere investigando sé stesso; in “Il caso Mattei” e “Lucky Luciano” ritrae rispettivamente il grande visionario italiano e un criminale impenetrabile; con “Sacco & Vanzetti” descrive la fragilità della democrazia e la natura deviata delle istituzioni, che diventano strumenti di oppressione anziché garanti della giustizia. Solo per citarne alcuni. 

Ciò che fu importante, al di là dell’abbacinante qualità delle sue interpretazioni, fu che queste riflettessero il suo interesse viscerale per le dinamiche di potere. Considerava la sua professione di attore come un efficace mezzo per interrogare la società, insinuare dubbi nelle coscienze e la politica come un dovere etico di ogni cittadino, intrecciando arte e militanza. Consapevolmente addentro ai movimenti operai degli anni Sessanta e Settanta, Volonté, pur non essendo un operaio, frequentò fabbriche, realtà di base e lavoratori, nel desiderio di comprenderne la condizione.

Da qui la sua naturalezza nel portare sul palco o sul piccolo schermo la vita vera degli ultimi della società, dove gestualità, linguaggio e psicologia assunsero i connotati dell’autenticità, e Volonté assurse, pertanto, a voce degli sfruttati. La sua fu anche definita militanza antropologica, proprio perché fatta di studio del comportamento delle persone, del loro modo di esprimersi e delle dinamiche che le governano, la cui comprensione gli consentì di creare un filo rosso tra cinema di denuncia e realtà sociale. Non fu un semplice simpatizzante della lotta operaia: Volonté ne fu anima. “Un attore – disse a riprova di ciò – ha il dovere di osservare la società, metterne in luce le ingiustizie e restituirle con tutta la forza della propria arte”.

Comunista con un sogno: dedicare la vita affinché l’arte, il cinema e la cultura tout court potessero evolvere in strumenti di liberazione delle masse popolari, di emancipazione dal giogo padronale e di presa di coscienza rivoluzionaria. Lo inseguì sempre, con cuore e coerenza, fino al 6 dicembre di trentuno anni fa, quando fu stroncato troppo presto da un infarto. Di lui resta, a memoria imperitura, l’esempio tangibile di come cinema e teatro abbiano intrinseca la responsabilità civile e, insieme, la peculiarità di poter essere concepiti come potentissimi strumenti di riflessione collettiva, di critica delle storture della società e pungolo per la coscienza, oltre che emozione pura.

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