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Da Galeone ad Allegri è cambiato un mondo
Crediamo dunque nella nostra amicizia stellare
anche se, sulla terra, dovessimo essere nemici
[F. Nietzsche, La gaia scienza]
Nel minuto di silenzio in ricordo di Giovanni Galeone prima dell’imminente Milan-Roma, la telecamera gira sull’allenatore rossonero Massimiliano Allegri. La «formalità» del rito sembra non esser più così distante dal «sostanziale» tragico legato ad una perdita personale – quel giorno, infatti, se ne è andata una delle figure più importanti, forse quella decisiva, nella formazione calcistica ed umana dell’allenatore livornese. Quando la telecamera lo inquadra egli sembra come voler estraniarsi dal contesto circostante: una postura rigida, eretta, con uno sguardo lucido, raccolto in un «solo punto». La rappresentazione plastica di un «dolore privato» impossibilitato immediatamente a condividersi che ci richiama alla mente un’immagine antica di contegno rispettoso di fronte all’enigma della morte.
Se ne è andato il «maestro», come Allegri appella più volte Giovanni Galeone, ma maestro non è colui che «trasmette» dottrine o contenuti specifici, bensì colui che mostra la propria «via esistenziale» e spera che quella dimensione esemplare possa divenire il motore di ricerche «singolari» dei propri allievi, o discepoli. In questo passaggio si cela la riconoscenza di Allegri verso Galeone: «mi ha trasmesso non solo principi e concetti di calcio, ma un modo di vedere le cose che forse avevo dentro e che è riuscito a tirarmi fuori». Perché se è vero, come dicevano gli antichi e come hanno poi ripetuto i nostri contemporanei, che «o si è già qualcosa o non si diventa niente», la fortuna, poi, è quella di trovare nella vita «caratteri» umani che attivino (o riattivino) la propria singolare ricerca. Discutendo del rapporto tra Galeone ed Allegri sarà dunque impossibile prescindere anche da questa vicinanza «esistenziale, umana».
Tuttavia da un punto di vista strettamente calcistico i problemi da sciogliere sono molteplici. Non solamente perché il calcio di Galeone assumeva contorni ariosi, spumeggianti, alla ricerca della categoria del «bello» più che di quella dell’«utile», mentre quello di Allegri, soprattutto nell’ultimo quinquennio, tende sempre più verso una dimensione reattiva, ma anche perché le dichiarazioni dell’allenatore livornese nella moderna guerra mediatica tra «risultatisti» e «giochisti» da cui è stato totalmente assorbito non possono che coinvolgere, alla fine, la storia del suo stesso «maestro». È ormai divenuta quasi un «manifesto» la conferenza stampa che chiude il primo ciclo alla Juventus di Massimiliano Allegri: «cosa vuol dire giocare bene? Io non l’ho ancora capito a 50 anni. Se qualcuno lo sa, me lo dica. Ci sono allenatori che vincono e altri che non vincono mai: cazzo, se uno non vince mai ci sarà un motivo», parole che sembrano procedere in una corrente diametralmente opposta a quel romantico credo spirituale di Giovanni Galeone: «forse non ho vinto tanto, ma non ho mai tradito il mio modo di vedere il calcio. E questo, per me, è una vittoria».
Potremmo dunque affermare che Galeone rappresenti il vero «buco nero» di questa narrazione che l’allenatore toscano sta costruendo negli ultimi anni. Come se questa vicinanza troppo stretta con il suo «maestro» rendesse, ad un occhio esterno, necessariamente equivoca o incompiuta la sua posizione. Perché nel palmares di Galeone figura infatti soltanto la mitica Serie B con il «Pescara dei giovani» nel 1986-1987 (anche se nel complesso, sotto la sua guida, le promozioni dalla Serie B alla Serie A saranno quattro) oltre il fatto che Allegri stesso continua a definirsi, prima di ogni altra eredità calcistica, innanzitutto come della «scuola di Galeone». Insomma, qui la potenziale contraddizione – che colui che dichiara apertamente che «ci sarà un motivo se quelli che perdono, perdono sempre» ci tenga più volte a definirsi discepolo di una delle figure più romantiche del nostro calcio, che non ha vinto (o ha vinto poco) e che, nonostante questo, rimane ancora oggi un simbolo nell’immaginario collettivo. Ma il vero maestro è sempre un «cattivo maestro» e il discepolo più fedele non è colui che ripete pedissequamente la «Lettera» bensì colui che ne comprende e afferra lo «Spirito». Il nostro compito sarà dunque quello di indagare cosa è rimasto – se è rimasto qualcosa – di questa peculiare eredità.
Per comprendere quale è il lascito di Giovanni Galeone non possiamo che partire dal Pescara, e soprattutto dalla città di Pescara, perché, come raccontato nel bel libro dall’indicativo titolo «Poveri ma belli» di Lucio Biancatelli, nella prima promozione in Serie A (quella del 1986-1987 – anche se è nella seconda, quella del 1991-1992, che incontrerà il suo «figlioccio» Allegri) si costituì una fusione ancor prima Culturale con il luogo. Un Pescara che si apriva al mondo partendo dalla propria irriducibile autonomia e che ritrovava nel calcio d’attacco di Giovanni Galeone il proprio biglietto da visita da mostrare all’Italia intera: la dimensione calcistica che nel «Simbolo» si fa portatrice di qualcosa che la trascende. Così quel calcio d’attacco di Galeone assumeva dei contorni mitici e metteva in discussione alcuni paradigmi «conservativi» del calcio italiano che sembravano ormai consolidati. «Amava l’estetica, la bellezza. Il suo calcio rispecchiava la sua persona, che cercava continuamente il bello» così racconta l’ex allenatore del Lecce Marco Giampaolo.
Ma il calcio d’attacco di Giovanni Galeone era tutt’altro che schemi o movimenti codificati. Egli non guardava ad un futuro che avrebbe reso il calcio sempre più legato ad una dimensione di «occupazione logica degli spazi» e dunque di «razionalizzazione», bensì tentava di «trattenere» questa tendenza. Era dunque sì avanti per quel suo tentativo di rompere con le tendenze conservatrici tipiche del calcio italiano ma con uno sguardo mai «futurista» o ciecamente progressista. Un «antischematismo» che si rispecchiava anche nella sua postura esistenziale (da più parti è stato definito come un allenatore «esistenzialista») fuori da modelli predefiniti o convenzionali e soprattutto fuori da quel processo di disciplinamento spesso solo «formale» che dettava la linea alla Società ed al calcio dell’epoca: «era un pò bohemien. Amava godersi la vita e nel nostro ambiente, allora molto serioso, era una mosca bianca. Capitava che il presidente lo cercasse e lui era a pesca. Però capiva molto di pallone, era avanti nell’atteggiamento».
Galeone ereditò dunque l’innovativa difesa a zona dal precedente allenatore del Pescara Enrico Catuzzi (figura spesso dimenticata del calcio italiano) ma, anche qui, donandole una postura ed un’interpretazione differenti. La «zona», infatti, in Galeone non aveva come sua prima finalità quella di dare «ordine» o «simmetria» nel campo di gioco bensì quella di salvare e curare l’individualità, la «giocata geniale», al contrario dell’insofferenza di tanti «zonisti», che germoglieranno nella Serie A degli anni ’90, verso le posizioni ibride, imprevedibili, necessariamente «equivoche» dei giocatori più talentuosi. Il fine ultimo, infatti, non era la costruzione di una «struttura» rigida. Al contrario, l’organizzazione doveva costituire il motore dell’«atto creativo», anche a costo di «sformarsi» o disordinarsi. In una bella intervista del 1993 alla rivista «Vario» Galeone sintetizzava in poche battute come si dovessero integrare, in questo nuovo modo di giocare, il Singolo ed il collettivo: «la zona per me è una forma di liberazione: il modo in cui i giocatori, pur partecipando e integrandosi in un collettivo, tirano fuori l’estro individuale, rischiando magari qualche fischio, tentino una genialità nella distribuzione nel gioco».
Questo è anche il motivo per cui Giovanni Galeone e Arrigo Sacchi, pur vicini nella comune rivoluzione della «difesa a zona» così come nell’urgenza di introdurre in Italia una mentalità non più solamente speculativa, costituiscano, poi, due vie molto differenti di giocare un calcio offensivo. Una distanza ben sottolineata dall’ex calciatore di Pescara e Milan (che fu dunque allenato da entrambi) Gianluca Gaudenzi: «Sacchi e Galeone erano completamente diversi. Sacchi era un allenatore straordinario ma il suo modulo era un 4-4-2 schematico, aveva portato alla ribalta il terzino che partiva e il mediano che tornava con incroci particolari, e il pressing asfissiante, mentre quello di Galeone era più un calcio fatto di ripartenze velocissime». Potremmo anche dire che se il calcio di Sacchi guardava al futuro, in direzione di una sempre maggiore metodica «razionalizzazione» (pensiamo ai racconti dei suoi calciatori su quegli allenamenti asfissianti al fine di giungere ad un «sincronismo collettivo»), quello di Galeone, invece, costituiva piuttosto una via quasi personale (o anche «esistenziale») di pensare un calcio d’attacco organizzato che rompesse sì con la speculazione e l’estrema rigidità della «marcatura a uomo», ma che conservasse nella creatività dei Singoli la radice ultima della sua attuazione.
Era assente dunque nei gruppi guidati da Galeone una qualsivoglia dinamica di «controllo totale» dall’alto verso il basso. Sia da un punto di vista prettamente calcistico sia da un punto di vista umano doveva essere lasciata ai calciatori un ampio margine per la libertà (o per l’esistenza), dove quest’ultima, tuttavia, non deve essere intesa contraria alla disciplina bensì come possibilità di «autodeterminarsi» collettivamente. Con le parole di Felice Mancini, tra i più giovani di quel Pescara dei miracoli, «la forza di quel gruppo era che Galeone ci ha lasciati tutti tranquilli. Non ci dava pressione. Ci responsabilizzava». Così anche in campo, di riflesso, pur all’interno di una forma organizzata, Galeone insisteva molto sulla necessità di dribblare, di creare superiorità numerica ed è per questi motivi che era affascinato, innanzitutto esteticamente, da quei giocatori che oggi definiremmo «anarchici», come l’ala destra Rocco Pagano, che esplose proprio con il mister e che Paolo Maldini definì come «uno degli avversari più difficili da marcare», ed il geniale slavo Slišković che risulterà determinante nella storica salvezza in Serie A del Pescara nella stagione 1987-1988. Galeone dirà di quest’ultimo: «quando ha il pallone tra i piedi fa solo passaggi determinanti. A lui le cose interlocutorie non piacciono» da cui si evince ancora una volta l’insistenza sul «rischiare la giocata», sul tentare di risolvere in modo creativo ed autonomo, contro una certa linea legata eccessivamente al «calcolo», i problemi che la partita di volta in volta pone, ma anche, poi, la necessità di giocare bene a calcio da un punto di vista tecnico. Uno degli altri cavalli di battaglia di Galeone era infatti proprio la pulizia tecnica, come ricorda Bergodi, altro giocatore storico di quel Pescara divenuto poi allenatore: «in allenamento le esercitazioni erano sempre basate sul possesso e sulla crescita tecnica: Galeone non voleva che commettessimo errori dal punto di vista della tecnica individuale».
Già qui, pur nelle differenze su cui torneremo, si possono evidenziare degli elementi di continuità con Massimiliano Allegri che ha insistito molto negli ultimi anni sulla critica ad una tendenza calcistica «razionalizzante» o «schematizzante» (che nell’allenatore livornese è caricata tuttavia a tal punto nell’ultimo periodo da rischiare di divenire «ideologica») e quindi sulla necessità di ritornare alle «basi» di questo sport che per lui coincidono con il lavoro sulla tecnica e sulla tattica individuali. Inoltre, e questo lo nota acutamente l’attuale direttore sportivo della Roma Ricky Massara, ciò che colpiva di Galeone era «la sua capacità di leggere e interpretare le partite: era in grado nell’intervallo di sintetizzare al meglio le difficoltà e trovare le chiavi giuste per capovolgere le situazioni». Forse è stata questa anche una delle maggiori qualità riconosciute ad Allegri, soprattutto nel suo periodo di grazia nel primo ciclo alla Juventus – la capacità di leggere l’andamento della gara, di coglierne i suoi «differenti momenti» come lui ama esprimersi. Riuscire ad individuare di volta in volta come agire in situazioni differenti, qualcosa che rientra soprattutto nel campo dell’intuizione estemporanea e dunque difficilmente allenabile. Forse è questo ciò a cui si riferisce Allegri quando parla del «mestiere» dell’allenatore in contrasto all’«eccessivo teoreticismo» – il fatto, cioè, che anche allenare richiede uno specifico talento che si sottrae ad una dimensione solamente culturale o pedagogica.
Ma in un tempo che ci sembra ormai lontanissimo, anche Allegri, nelle prime stagioni in Serie A alla guida del Cagliari (2008-2009 e 2009-2010), poteva forse essere definito un «Galeoniano» per il modo di giocare della sua squadra. L’allenatore di Livorno, infatti, conseguì la «Panchina d’oro» nella stagione 2008-2009 grazie a un gioco coraggioso, fondato sulla ricerca di una risalita tecnica e veloce del campo. «Io credo in un calcio equilibrato ma offensivo, da giocare con coraggio e — diciamolo — divertendosi» afferma in un’intervista per Gazzetta che sembra appartenere ad un’altra era geologica o, ancora, riferendosi al pareggio per 1-1 del suo Cagliari contro l’Inter di Mourinho commenta così la prestazione dei suoi: «dico alla squadra “se davanti sono in tanti, vuol dire che dietro sono in pochi, dunque si va all’attacco”». Al punto che Silvio Berlusconi quando lo presentò al Milan per la stagione 2010-2011 poteva esprimersi in questi termini: «bisogna essere padroni del gioco e padroni del campo. Un Milan sempre offensivo».
Il rapporto con Berlusconi si incrina tuttavia rapidamente anche per l’accantonamento di giocatori come Ronaldinho o Pirlo (celebre il «no el capisse un casso» prima di un Milan-Barcellona) e questo, in realtà, rivela anche un graduale arretramento nelle posizioni di Allegri. Egli stesso, ancora oggi, ci tiene a sottolineare come buona parte del merito della vittoria dello scudetto con il Milan nella stagione 2010-2011 fosse dovuta all’intuizione dei «tre mediani». Ma molto schematicamente potremmo comunque dire che Allegri fino alla conclusione del suo primo ciclo alla Juventus, pur abbandonando quello stile calcistico strettamente «Galeoniano», abbia conservato un pragmatismo lucido, una gestione del gruppo elastica e flessibile che ancora, nelle sue fasi migliori, puntava, da un punto di vista offensivo, sull’associazione tecnica dei suoi giocatori migliori – esemplificativa la bellissima e molto tecnica azione che porta al gol dello 0-1 di Higuain contro il Monaco nella semifinale di Champions 2016-2017.
Ma nel secondo ciclo alla Juventus (2021-2024) sembrano esplodere quelle contraddizioni di cui già si vedevano gli embrioni nella lunga coda del primo ciclo. Esemplificative le polemiche sempre più sterili con Lele Adani ma più in generale l’essere totalmente assorbito dalla contrapposizione mediatica tra «risultatisti» e «giochisti». Si apre così una nuova fase per l’allenatore livornese in cui la critica ad una «Cultura del calcolo» sembra divenire un dogma senza sbocchi e non finalizzato più, soprattutto (come in Galeone), alla messa a frutto della creatività dei Singoli, ed ancora in cui il pragmatismo, l’intelligenza di «modellarsi» sulla rosa, sembrano snaturarsi in una «dottrina» miope in cui si dilegua sempre più quella componente di intuizione creativa che aveva contraddistinto il ciclo precedente. La Juventus in quei tre anni cambia moltissimi giocatori (per rimanere solo al reparto offensivo – Dybala, Morata, Kean, Vlahovic, Milik, Chiesa, Di Maria o ancora i più giovani Yildyz e Soulé) e tuttavia sembra esistere un unico modo di giocare a calcio: squadra reattiva, dal blocco basso, che punta ad attaccare gli avversari esclusivamente in transizione e spazi larghi. Non sono più dunque i calciatori a definire le associazioni e le «forme» della squadra ma, al contrario, è l’idea sempre più indirizzata «dall’alto» a fissare le funzioni, sempre più rigide, dei Singoli.
Ma ciò che è mancato nel triennio alla Juventus è stata soprattutto quel lavoro di cura per la giocata tecnica, per il gesto creativo, e cioè il far sì che la squadra, alla «Galeoniana» maniera, possa essere funzionale all’imprevedibilità del Singolo. Nonostante Allegri continui ancora oggi a ripetere «che il calcio sia arte e la gente viene allo stadio per vedere i gesti tecnici», la sua squadra sembrava piuttosto che desiderasse giocare delle partite senza eventi significativi. Ma allora, ribaltando la questione, in quel triennio, rispetto alla tecnicamente povera Juventus di Allegri, non vi è stata forse la possibilità di ammirare molti più «gesti tecnici» in squadre dalla struttura più consolidata, «razionale», pur forse con dei vincoli?
Ritorniamo dunque al problema da cui siamo partiti, e cioè la relazione tra Galeone ed Allegri e la grande questione dell’«eredità»: quale è stato – se vi è stato – il lascito del maestro nell’allievo? Se Allegri con il passare degli anni si è sempre più discostato dalla «lettera» di Galeone potremmo comunque sostenere che gli è rimasto fedele «in spirito»? E quanto in questo complesso passaggio, in questa «cattiva eredità», hanno influito i cambiamenti Culturali e calcistici che ci sono stati negli ultimi trent’anni? Come se, cioè, quel modello di Galeone non fosse più replicabile, in quelle forme, nella nostra modernità.
Un discorso che ruota attorno a quel processo di «razionalizzazione» che è divenuto via via sempre più incalzante anche nel calcio e su come dunque si possa rideclinare uno stile di gioco offensivo in questo «nuovo mondo». Da questo punto di vista i sopra ricordati Galeone e Sacchi, pur originando da alcuni presupposti comuni, hanno rappresentato al tramonto degli anni ‘80 due tentativi alternativi: con Sacchi che guardava al futuro, alla «struttura», ad un’occupazione sempre più funzionale degli spazi e con Galeone che tentava invece di rideclinare quelle novità in un contesto sì organizzato ma che doveva tuttavia essere sempre trasceso dalla genialità dei Singoli, in grado di costruire anche autonomamente sempre differenti associazioni tecniche. Dagli anni ’90 in poi potremmo dire che, pur con tutte le variazioni che vi saranno, ha vinto il modello Sacchi, almeno per ciò che riguarda la postura delle squadre che vogliono essere offensive o dominanti. Si è dimostrato cioè più efficace un modello che analizzando rigorosamente posizioni e spazi costruiva «strutture» al fine di creare problemi «geometrici» agli avversari. Al contrario, un calcio offensivo meno vincolante e per questo anche più asimmetrico o disordinato sembrava lentamente volgere al tramonto.
Tra il «tempo» di Galeone e quello di Allegri passano quindi queste domande fondamentali: dopo un processo così avanzato di razionalizzazione come si può ridonare valore alla creatività dei Singoli, alla loro capacità di associarsi in modalità «intuitive»? Come si può cioè ridonare linfa ad un calcio offensivo legato soprattutto alle associazioni tecniche, anche a costo di disordinarsi e rompere le «strutture»? Per compiere questo passaggio avremmo bisogno di un’operazione di «deskilling» – «superare» la modernità dopo esservi passati «dentro»? E quanto questo, dopo un costante processo di «pianificazione» ed «ottimizzazione», è oggi possibile?
A questo proposito ci viene in aiuto un dibattito che si sta affermando sempre più anche in Italia su «calcio posizionale» e «calcio relazionale» che va al cuore della relazione tra Singolo e collettivo. Densa di spunti a questo proposito è la conversazione tra Dario Pergolizzi, allenatore e video analyst, ed Antonio Gagliardi che è stato collaboratore, tra gli altri, dello staff tecnico dell’Italia vincitrice agli Europei di Roberto Mancini (qui l’intervista – https://www.ultimouomo.com/posizione-relazione-dibattito-tattica-cosa-significa-intervista-antonio-gagliardi). Argomenta Dario Pergolizzi come il «calcio posizionale» (che prevede sinteticamente un’occupazione razionale di posizioni e spazi al fine di disordinare le «strutture difensive» avversarie) rispondeva in realtà ad una penuria proprio di quei gesti creativi: «nella maggior parte dei casi c’era un gioco insufficiente a livello offensivo, anche nelle grandi squadre. Quello che ha portato il gioco di posizione ci ha portato a vedere giocatori di alto livello che potevano avere il pallone tante volte, potevano provare la giocata più volte». Ma in questo «sistema», tuttavia, continua Gagliardi, pur nella sua costante ricerca di una maggiore fluidità, si dà infine priorità alla «struttura» che non può che costruire anche dei «vincoli». Insomma, il talento offensivo viene sì effettivamente liberato, soprattutto da un punto di vista quantitativo, ma i calciatori rimangono alle dipendenze di quest’armonia già «costituita».
Questo «modello posizionale» è stato terribilmente efficace per almeno un decennio, ma questo successo ha portato anche ad una sempre più insistente ricerca di «contro-soluzioni». Così, soprattutto negli ultimi cinque/dieci anni il «ritorno a difendere sui riferimenti e non più sul reparto» è stato forse ciò che ha messo maggiormente in crisi questo modello perché il «calcio posizionale» si basa, infatti, sulla ricerca di un’occupazione geometrica posizionale al fine di mettere in crisi la «struttura spaziale» avversaria ma se gli avversari si disordinano difensivamente andando sui riferimenti, gli spazi oggi da trovare, secondo una nota conferenza di Spalletti, «non sono più tra le linee, ma tra gli uomini». Diviene insomma molto più difficile creare «strutture» che si approssimino al geometrico in un contesto spaziale assente di «linee corrette».
È in questa necessità di «giocare attraverso, dentro i corpi» che il modello relazionale, di cui la Fluminense di Diniz è stata uno dei più straordinari modelli, ha cominciato a svilupparsi. Al centro del «calcio relazionale» vi sono infatti strutture mobili, forme anche disordinate ed asimmetriche, che tentano di trovare soluzioni in base al mutare degli assetti difensivi avversari. Decisiva è dunque la capacità di riconoscere nel «momento» sempre differente lo spazio da attaccare fino al punto di poter associare (se non proprio ammassare) i migliori giocatori tecnici in un ristretto lato del campo (contrariamente ad ogni disposizione geometrica) al fine di superare, soprattutto grazie ad un’associazione tecnica, i «corpi» avversari. Tutto questo si è ben incastrato con un problema che poneva il calcio moderno – il ritorno di una disposizione difensiva sull’«uomo» – ma ha poi anche offerto la possibilità di riflettere su dove stava andando questo calcio, su come si possano integrare in modalità differenti Singolo e collettivo e soprattutto se oggi possa esistere un calcio offensivo non solo tutto dentro quel processo di «razionalizzazione».
Queste sono evidentemente differenze molto schematiche perché poi, nello sviluppo del gioco, questi due modelli non possono che necessariamente contaminarsi. Ma quello che ora si vuole sottolineare è come Galeone si possa forse considerare più vicino al «calcio relazionale» fondato sull’associazione tecnica tra i calciatori talentuosi e su una ricerca intuitiva degli spazi. Roberto Bosco, autore dello storico gol promozione del Pescara contro il Parma, descrive bene questa dinamica: «io e Rocco (Pagano) quell’anno lì sulla fascia destra ci capivamo al volo. Lui si allargava, mi creava spazi e io entravo. Erano quei movimenti che ti venivano naturali». Tuttavia, il contesto Culturale e calcistico che girava attorno a Galeone è totalmente differente da quello contemporaneo. Ciò significa che se il «calcio relazionale» di cui parliamo adesso (quello di Diniz per intenderci) è dovuto passare attraverso la modernità calcistica, quello di Galeone, invece, si stagliava solamente all’inizio di quel lungo ed inarrestabile processo di «razionalizzazione». Cambia un mondo e cambiano anche le possibilità: oggi si può essere «eredi» di Galeone in modalità necessariamente infedeli.
Così nel momento in cui Allegri affronta il tema della bellezza dei «gesti tecnici», della necessità di costruire relazioni tecniche spontanee tra i calciatori, si richiama ancora evidentemente al suo maestro. Ma poi, nella pratica, si è trovato di fronte ad un contesto differente in cui la modalità più efficace per far risplendere i Singoli sembrava essere quella di costruire attorno a loro Strutture più o meno vincolanti. Di conseguenza, soprattutto nel suo ultimo ciclo alla Juventus, all’impossibilità di ritornare ad un’origine creativa «pre-schematica» ha risposto con uno «schematismo» di segno opposto legato, cioè, ad un modo di giocare reattivo con funzioni sempre più rigide.
Insomma, l’allenatore livornese sicuramente ci ha messo del proprio nel suo essere «infedele» rispetto al maestro (pensiamo anche a Marco Giampaolo e Giampiero Gasperini che hanno rideclinato quell’eredità di Galeone in termini molto differenti) ma non si può, tuttavia, prescindere dalla cesura segnata dal passaggio d’epoca. Ancora oggi, infatti, non possiamo che chiederci come Galeone avrebbe potuto rideclinare quel suo calcio propositivo nella nuova modernità calcistica, se sarebbe rimasto affascinato da questo modello di «calcio relazionale», e soprattutto in quali forme avrebbe ricercato l’origine dell’atto creativo all’interno di questo frenetico processo di «razionalizzazione».
Se Allegri, in conclusione, gli è stato parzialmente «infedele», almeno calcisticamente, chissà se, e come, Galeone avrebbe potuto restare «fedele», in questa nuova epoca, a se stesso.
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