“Non avrò pace finché non avrò spezzato le catene del dominio spagnolo in America”. A dirlo fu Simón Bolívar nel 1812, anno che la storia dei popoli ricorda come l’inizio della guerra di indipendenza dell’America Latina dalla tirannia spagnola. Ci riuscì.
Nato ricco il 24 luglio 1783 in una famiglia di Caracas ma di origine basca, nota al tempo come “i padroni della valle”, e rimasto orfano già da bambino per la prematura scomparsa prima del padre e poi di una madre mai troppo affettuosa, Simón venne sballottato da un tutore all’altro finché, nel bailamme della disputa legale per l’amministrazione di un’eredità inesausta, a prendersi cura di lui fu il maestro che avrebbe cambiato radicalmente le sue prospettive: Simón Rodríguez. Filosofo e pensatore anch’egli venezuelano, promotore di un modello educativo alternativo per l’epoca – critico e libero, ispirato al pensiero illuminista di Jean-Jacques Rousseau, precursore della sovranità popolare e teorico del contratto sociale – Rodríguez lasciò un’impronta indelebile sul giovane Bolívar.
La vita inizialmente non fu generosa con Simón. A Madrid per motivi di studio, incontrò María Teresa, di cui si innamorò e che sposò nonostante la reticenza della famiglia di lei, ostile alle origini creole di un uomo nato nelle colonie e quindi considerato socialmente inferiore ai nobili peninsulari. La portò con sé in Venezuela, dove però la giovane morì quasi subito a causa di una violenta forma di febbre gialla, aggravata, si diceva allora, dal mancato adattamento al clima caraibico. Bolívar non si sposò mai più.
Addolorato, la sorte lo spinse in Europa. Prima a Parigi, attratto dall’ammirazione per Napoleone, capace di abbattere l’Ancien Régime e il vecchio ordine feudale, dove approfondì gli scritti di Rousseau e Voltaire respirando l’aria rivoluzionaria; poi a Roma. La Città Eterna segnò una svolta. La visita ai luoghi della Repubblica romana – la Roma governata da consoli eletti, dal Senato e dalle assemblee popolari – esercitò su di lui una profonda influenza, ispirando i suoi ideali di autodeterminazione, indipendenza e unità dell’America Latina. Giurando sul Monte Sacro, dove secondo la tradizione i plebei si ritirarono durante la “secessio plebis” per ottenere diritti civili e protezione dai patrizi, disse: “Non darò riposo al mio braccio né alla mia spada fino al giorno in cui spezzeremo le catene del dominio spagnolo che ci opprime”.
Il resto è la storia del Libertador, una pagina di coraggio e dedizione alla libertà dei popoli. La “Campaña Admirable’, intanto, fu la genesi della Repubblica del Venezuela. Dopo l’esilio a Cartagena a seguito della caduta della Prima Repubblica venezuelana, Bolívar guidò un ardito ritorno in patria, attraversando territori orograficamente ostili per liberare Caracas dalle truppe spagnole. La campagna del 1813, alla testa dell’esercito dei patrioti, fu definita, appunto, “mirabile” per il coraggio, la rapidità d’azione e la strategia militare con cui Bolívar affrontò un avversario numericamente superiore, consolidando la sua fama di leader.
Le difficoltà incontrate da quella Seconda Repubblica non spensero il suo ardore, e diede vita a una nuova impresa volta a liberare non solo il Venezuela ma anche la Nuova Granada (Colombia), l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Tra il 1817 e il 1825 fu protagonista di una serie di trionfanti campagne militari. In questo contesto si inserirono le vittorie di Boyacá del 1819 e di Carabobo del 1821, che consolidarono l’indipendenza dei territori nord-venezuelani e colombiani. Quest’ultima, forse la più iconica, lo vide sconfiggere il “Conte delle Ande”, José de Canterac, e le sue truppe realiste.
La fase rivoluzionaria culminò nel 1825 con la fondazione della Bolivia e confermò Bolívar come il principale “Libertador” dell’America Latina. Il cerchio si chiuse con Venezuela, Colombia ed Ecuador unite nella Gran Colombia, il Perù diventato repubblica indipendente e l’Alto Perù liberato, prendendo il nome di Bolivia proprio in suo onore. Per l’America Latina significò l’affermarsi di stati sovrani: la fine dell’era coloniale spagnola nel continente, il sogno del Liberatore finalmente realtà.
Un sogno, tuttavia, durato troppo poco. Tensioni politiche interne, regionalismi e problemi amministrativi, sintomatici di uno Stato federale non ancora sufficientemente radicato, minarono l’integrità della Gran Colombia che si dissolse già nel 1831. Un anno prima, il 17 dicembre del 1830, Bolívar morì. Dopo aver dedicato tutta la sua esistenza alla causa dell’indipendenza dal giogo spagnolo, si trovò politicamente isolato, tradito da molti dei suoi ex compagni di lotta che si schierarono contro di lui nelle dispute di potere. Malato e povero, visse gli ultimi mesi perseguitato dagli avversari politici, consapevole che il sogno di un’America Latina unita da nord a sud – un continente coeso e solidale, in cui tutte le regioni potessero collaborare guidate da un unico ideale di libertà e giustizia, superando divisioni politiche e culturali per costruire uno Stato forte e indipendente – non si sarebbe più realizzato.
L’eredità teorica e politica di Simón Bolívar conserva tuttavia una straordinaria attualità e continua a costituire un punto di riferimento imprescindibile per l’internazionalismo contemporaneo. Lontana dall’essere un pensiero confinato al proprio contesto storico, si configura come un paradigma politico di lunga durata, fondato sui principi di indipendenza, autodeterminazione e sovranità dei popoli. A questo proposito, risulta particolarmente significativo ricordare l’interpretazione offerta da Hugo Chávez, secondo cui: “Bolívar non è morto, Bolívar vive nelle lotte dei popoli per la loro liberazione”. Una lettura che restituisce al pensiero di Bolívar una dimensione progettuale, capace di trascendere la contingenza storica e di orientare ancora oggi, in un mondo segnato dal feroce divampare delle endemiche disuguaglianze capitalistiche, le istanze di giustizia sociale, dignità collettiva e integrazione solidale. È in questa cornice concettuale che si collocano le basi teoriche del Socialismo del XXI secolo.
Al Libertador, nel centonovantacinquesimo anniversario della sua scomparsa.
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