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Sostiene Marcello. Conversazione con Dario Ferrari


23 Dic , 2025| e
| 2025 | Terza Pagina

«La ricreazione è finita», edito da Sellerio nel 2023, è un libro che ci ha affascinato sin da subito perché abbiamo ritrovato qualcosa delle nostre esistenze, per l’intreccio forte con i problemi di una generazione. Come se questo testo squadernasse apertamente una Cultura in crisi – una generazione che, svincolata ormai da qualsiasi collocazione predefinita, non riuscisse tuttavia più a trovare il proprio posto nel mondo.

Quando pensavo a che tipo di romanzo avrei scritto, avevo l’idea di qualcosa che assomigliasse a un romanzo di formazione ma senza, tuttavia, la possibilità di trovare quella casella finale che normalmente un romanzo di formazione porta a riempire. Più che un romanzo di formazione si potrebbe allora dire che questo è un romanzo sull’impossibilità di trovare il proprio posto nel mondo. Mi piaceva dunque quest’idea di una struttura circolare in cui le esperienze di Marcello, il protagonista – un vitellone di provincia che non riesce a prendersi sul serio – contribuissero sì a donargli maggiore consapevolezza, ma senza che, alla fine, lo trasformassero integralmente. Volevo, cioè, che rimanesse incompiuto. E mi sembra che quest’elemento di non percepirsi padroni del proprio destino sia oggi condiviso, forse uno dei ganci perché questo libro circolasse.

Non è presente, infatti, quella retorica dickensiana del romanzo di formazione.

Non è più possibile, forse, oggi, il romanzo di formazione classico perché si è concluso quel mondo lì e perché anche noi, di riflesso, appariamo più deformati, più informi.

Anche se nel finale vi è un atto di grande forza del protagonista, che si mette contro una delle figure più autorevoli del mondo accademico, il professore Sacrosanti. Però, appunto, questa non è la premessa a una trasformazione individuale o comunitaria. Quello che ci chiediamo è se oggi sia possibile pensare a un nuovo atto rivoluzionario o se invece, ormai, sia sempre più difficile costruire un’alternativa.

Credo che la scelta finale del protagonista, ovvero quella di sottrarsi, di fare una scelta in negativo, di dire «io non sto al vostro gioco», costituisca a suo modo un’alternativa. Certo non fa saltare il banco – il suo, forse, è un tentativo di fuga individuale. Con questo non voglio dire che le possibilità per un altro mondo siano esaurite o che non esista più la possibilità di maturare una presa di coscienza rivoluzionaria, ma credo che almeno per una generazione il privato sia stato dominante. Si è avuto quel quarto d’ora di entusiasmo con il movimento No global, che è esploso e si è esaurito a Genova, ma poi non c’è più stato un altro largo e popolare movimento politico. Forse, invece, i ventenni di oggi potrebbero pensare di costruire un’alternativa. Sarei stato più scettico due mesi fa, prima delle manifestazioni per Gaza, che mi sembra invece abbiano quantomeno riaperto il tentativo di costruire un discorso pubblico e collettivo. Inoltre, i giovani di oggi si trovano davanti a un mondo più apertamente ostile, e questo può essere un vantaggio: la percezione evidente di avere un muro di fronte può suscitare una reazione più dura. La mia generazione, invece, ha trovato un mondo tutto sommato carino, divertente; avevamo ancora l’onda lunga dello Stato sociale, all’interno di una società che era sì ostile ma non così esplicitamente.

Marcello, di fronte all’ostilità di un mondo, alla fine fugge. Un tema anche questo molto attuale perché l’estraneità rispetto a questa forma-mondo può condurre, in ultima istanza, anche alla fuga, a una solitudine scelta.

La fuga non è la soluzione, ma una possibilità, sicuramente la possibilità che aveva Marcello. Quella, infatti, è la decisione di quel personaggio, conseguente alla narrazione del romanzo. Poi sì, probabilmente lui è anche l’esponente di una generazione, ma quella singola storia non deve essere letta come un modello di risposta sul piano politico perché, anzi, quello che bisognerebbe ricercare oggi è proprio lo stare insieme, il toccarci, il costruire delle vite in comune, qualcosa che accade sempre meno. Dal punto di vista politico auspico dunque una comunità, una presenza fisica, tutt’altro che una fuga. Ma che gli spazi per questa comunità siano oggi sempre più ristretti è un dato di fatto ed è lì che bisognerebbe provare a scardinare qualcosa, non accettando più di essere solamente degli atomi dispersi.

Tornando quindi al romanzo, si potrebbe dire che Marcello, per vie traverse, arrivi a incarnare il prototipo di un eroe romantico sui generis? Tra il consapevole e l’inconsapevole e tuttavia contro una società in cui è prassi dominante anteporre la ricerca della propria posizione, del proprio piccolo ruolo, in un processo di continuo adattamento.

Non so se è un eroe romantico, ma sicuramente diventa qualcosa di diverso da quel Marcello iniziale che evitava qualsiasi responsabilità. Si mette in gioco a suo modo. E sicuramente quello che lo spinge a diventare un po’ più intransigente è la relazione che istituisce con Tito Sella, lo scrittore militante degli anni ’70 che sta studiando per la ricerca di dottorato. Da qui Marcello, che è sempre stato impermeabile ai problemi del mondo, si rende conto che c’è stata una congiuntura storica, neanche troppo lontana, in cui sembrava all’ordine del giorno prendersi la responsabilità di caricarsi la storia sulle spalle e tentare di darle un corso diverso. Questa consapevolezza apre al cambiamento perché comincia a pensare che, chissà, anche noi, forse, potremmo diventare degli intellettuali, dei rivoluzionari, innamorarci, prendere posizione…

A questo proposito ci chiedevamo se le relazioni amorose instaurate da Marcello nascondessero un qualche simbolismo. Come se Letizia, la sua fidanzata storica, rappresentasse quella parte più conservatrice (legata alla provincia, ai primi affetti), mentre Tea, invece, la donna incontrata a Parigi con cui avrà una breve relazione, rappresentasse la possibilità, pur se alla fine illusoria, di un salto verso il cambiamento. Anche Parigi, come scelta, sembra tutt’altro che casuale.

Io tenderei a non ragionare per simbolismi; mi concentro piuttosto su delle funzioni narrative, ovvero su come i personaggi possono far progredire lo sviluppo del testo. Parigi, da questo punto di vista, mi serviva per offrire un’alternativa radicale rispetto a quel mondo della provincia periferico, chiuso, con delle dinamiche che rendono difficile il cambiamento. Inoltre, nel momento in cui scrivevo e in cui è ambientata l’azione, a Parigi vi era una forte presa di coscienza politica con il movimento dei Gilet gialli. Così mi sembrava una collocazione spaziale appropriata perché sembrava il frangente, pur se rivelatosi illusorio, in cui sembravano aprirsi delle possibilità – potevi innamorarti di qualcuno che sembrava incarnare i tratti della rivoluzione di un tempo antico, dedicarti alla lotta, potevi immaginare di essere finalmente anche tu un vero intellettuale e non la sua parodia. Parigi mi serviva, quindi, per creare la distanza. Credo, infatti, che per far passare dell’energia narrativa occorrano delle tensioni e qui le tensioni sono principalmente due: quella generazionale tra Marcello e Tito e quella geografica tra provincia e cuore della rivolta. Ma alla fine anche le possibilità rivoluzionarie legate a Tea e all’ambiente parigino si rivelano fallimentari perché, forse, ciò che a me interessa non è raccontare delle storie di trionfi, ma di sconfitte – mi sembrano più affascinanti.

Alla fine, infatti, si conclude tristemente con Tea e con tutto il movimento parigino, anche perché sembra che Marcello comprenda come quella possibilità rivoluzionaria assuma, nell’attualità dell’Occidente, sempre più i caratteri del simulacro. La stessa Tea si rivela come una figura senza reale sostanza ed impossibilitata a costituire una vera alternativa. Così Parigi, che sembra essere per un momento il cuore della rivolta, in realtà non è paragonabile rispetto al contesto storico degli anni ’70 in cui viveva ed operava il militante Tito Sella.

Sono d’accordo: alla fine la questione non è tanto muoversi dalla periferia al centro, ma riflettere sul fatto se sussistano delle condizioni di possibilità storiche affinché un’azione politica non sia velleitaria. E, appunto, nell’attualità, le condizioni di possibilità di intervento sul reale sono estremamente limitate rispetto agli anni ’70, in cui poteva capitare, anche per sbaglio, che si finisse per fondare un nucleo di militanti. Che è poi quello che racconto nel libro: questo gruppo di vitelloni, senza una reale preparazione teorica o politica, che vengono portati dalle condizioni storiche ad operare sul contesto perché esiste quella potenzialità lì. Il punto è che se la possibilità di fare il rivoluzionario non te la offre la realtà non puoi importi di farlo. Puoi tuttavia cominciare a lavorare affinché queste condizioni storiche si ripresentino.

Un diluire delle possibilità rivoluzionarie che si lega anche a un mutamento delle condizioni materiali. Il contesto in cui agisce il militante Tito Sella è il duro ed antico mondo operaio delle fabbriche. Sembra invece che Marcello ed i suoi amici vivano dentro questa narrazione, anche se solo apparente, di una presunta condizione di benessere.

È chiaro che le condizioni materiali sono le prime a determinare la possibilità di un’azione storica ed è chiaro che è un problema vivere in un benessere anche se solo percepito. Ma ciò che credo manchi, alla fine, è il salto verso la collettività perché in realtà molte persone, dentro le nostre città, qui in Occidente, vivono delle situazioni di forte disagio. Il problema è che quel disagio lì non crea poi una comunità di rivendicazioni politiche ed anzi siamo tornati a una situazione in cui quasi ci vergogniamo di vivere in condizioni difficili. Da qui una guerra tra poveri – mors tua, vita mea.

Anche probabilmente perché, come dice Marcello in un bel passaggio, «questa struttura ci divora l’anima». Così, nonostante le importanti sacche di marginalità, questa nostra forma di vita integralmente assorbita non riesce a compiere più alcun salto verso la trasformazione. Nel romanzo c’è un personaggio apparentemente marginale, Romano, che decide alla fine di uscire da quel gruppo militante degli anni ’70 con queste parole: «le persone vogliono godersi la vita». Sembra che questo modello sia diventato il modello di tutti noi.

Sì, assolutamente. È il discorso per cui è più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del capitalismo, un sistema che sembra dettare come viviamo, desideriamo, sogniamo, ci relazioniamo, come pensiamo o non pensiamo. Questo è il punto: non siamo più in grado neanche di pensare a delle alternative politiche. Ed è questa la grossa differenza rispetto agli anni ’70, in cui il capitalismo era un modello possibile anche perché era presente e vivo, pur con tutte le sue storture, il modello socialista: mondi diversi che potevano coesistere. Ora, invece, la possibilità alternativa sembra essere evaporata: il mondo coincide con il Capitale.

Questo ha avuto riflessi su un’intera Cultura. Per rimanere all’ambiente toscano si può pensare al regista Francesco Nuti, figlio di un barbiere che votava PCI, nei cui film, pur essendo ormai legati a una dimensione soprattutto privata, continuava comunque a riecheggiare quello sfondo culturale con i riferimenti alle fabbriche o alle condizioni dei lavoratori sottopagati. Una questione che oggi sembra invece quasi del tutto rimossa. Come è stato possibile questo salto antropologico in soli dieci, venti anni?

Il PCI forniva un contrappeso al capitalismo e soprattutto costituiva un’altra possibilità di pensare il mondo. Gente organizzata collettivamente che poteva scendere in piazza a centinaia di migliaia di persone, al contrario della desertificazione in cui ci troviamo oggi. È un fenomeno che arriva dagli anni ’90: si è perso totalmente quel bilanciamento che costringeva la stessa DC ad avere su alcune questioni posizioni anche più di sinistra di quello che oggi sembra l’estremo radicale, Mamdani, diventato sindaco di New York con qualche proposta di buon senso sociale. Era una realtà presente, capillare in tutta la società. A questo proposito ho comprato da poco un manifesto, che credo sia tornato di moda in Cile, in cui Raffaella Carrà dice: «Siempre voto comunista». Era cioè assolutamente normale che un’icona pop dicesse «ma certo, è normale che voto comunista». Qualcosa che a nominarlo al giorno d’oggi sembra invece desueto, quasi assurdo.

Un modello culturale in realtà già attaccato nelle prime fasi della guerra fredda da una sempre maggiore egemonia culturale americana. Forse già in quel frangente storico si potevano scorgere i primi segni di un impoverimento.

Sì, certo, però poi anche gli Stati Uniti sono stati un vettore forte di emancipazione, dai movimenti di liberazione al superamento della segregazione razziale. Gli anni ’60 e ’70 hanno avuto molto di emancipatorio, antimilitarista, anche negli USA. Ma ciò era possibile perché appunto si sentivano minacciati da un altro sistema che si proponeva di creare uguaglianza. Fare allora come negli anni ’50 – il maccartismo, la caccia alle streghe – evidentemente non pagava. Ora, invece, l’assenza di un’alternativa ha cambiato moltissimo anche quel mondo; non a caso siamo dentro un momento storico in cui sembra tornare con forza il problema dell’autoritarismo.

Spostando leggermente il focus su un altro tema centrale del libro, come la crisi di una Cultura precipita poi nel mondo accademico? Esiste la possibilità di pensare diversamente l’università e quanto quest’ultima ha effettivamente risentito della crisi degli ultimi trent’anni?

In linea di massima il mondo accademico è stato, e continua ad essere, un mondo che è fondamentale che ci sia e che sia libero. Poi certo è una forma di vita parzialmente autoriferita, che rischia di rendersi impermeabile rispetto al mondo esterno e questo è un problema. Però credo che la grande crisi di quest’istituzione sia relativamente recente e quasi improvvisa. Innanzitutto l’università è stata fortemente colpita da un punto di vista economico. Ci sono stati periodi più munifici in cui, se tu eri uno studente brillante, potevi aspirare legittimamente a fare una carriera dentro l’università e quest’ultima ti avrebbe lasciato libero di svolgere la tua ricerca. Questo è un passaggio fondamentale: la ricerca in tutti i campi funziona quando è libera, quando non deve rispondere a trovare dei fondi europei, a parlare solamente degli argomenti che vanno di moda, a fare duemila articoli ecc. Ed un’università economicamente in salute è evidentemente più libera, non alimenta solamente guerre intestine o quella sofferenza esistenziale sempre più diffusa all’interno di quel mondo. Poi è chiaro che ci può essere vita anche fuori dall’accademia. Un’altra causa della crisi è invece l’eccessiva burocratizzazione, che ha colpito ovunque e che in alcuni contesti, come nell’università, si è sentita soprattutto dai primissimi anni 2000, conducendola a divenire sempre meno luogo di cultura e di vera ricerca.

Il problema è che poi la stessa ricerca in ambito umanistico, come si evince anche dal libro, vive oggi il pericolo di ridursi sempre più ad estetismo e specialismo. Diviene cioè sempre più centrale ciò che, con le parole ironiche di Lukács, si potrebbe definire «la scienza di ciò che non merita di essere saputo».

È evidente che c’è anche una responsabilità di chi ha trasformato le materie umanistiche provando a dare una veste scientifica a qualcosa che diveniva via via sempre più assurdo. Questo, in realtà, può essere anche parte della produzione di un dipartimento di letteratura – il problema però è se poi finisci per studiare solamente questi aspetti vacui. Allora diventa realmente una lotta sul nulla.

Una nota sul titolo, «La ricreazione è finita», che riprende, in qualche modo stravolgendola, quella celebre affermazione di De Gaulle. Con questo titolo ci si riferisce soprattutto a un tentativo esistenziale, legato al protagonista Marcello, di fuoriuscire da quello stato di vitellone di provincia? Oppure è forse anche un monito per l’attualità? È tornato il momento di ricominciare a fare sul serio.

Mi tolgo qualche responsabilità dicendo che il titolo non l’ho scelto io. È stato scelto dall’editore, ma devo dire che alla fine mi sono molto pacificato con la sua idea. È un titolo giusto perché coglie la temperie del libro. La questione centrale, infatti, è quando si smette di giocare e si fa sul serio e ciò valeva per questi brigatisti un po’ scalcinati degli anni ’70 che a un certo punto decidono di fare una militanza non solo simbolica ma anche reale; valeva per Marcello nel momento in cui comprende che non può continuare a fare l’adolescente sine die; e però vale anche come momento storico. È evidente, infatti, che l’idea che il mondo delle nuove generazioni possa restare nell’irresponsabilità ad libitum non funziona più ed allora, forse, bisogna compiere un salto.

Un ultimo appunto sulla chiusa del libro: «a volte uno si crede giovane, e invece è soltanto incompleto», che ribalta la citazione di Calvino «a volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane». Sembra che qui si evidenzi quella dimensione esistenziale molto forte che in realtà costituisce lo sfondo di tutto il libro. Come se Marcello e il brigatista Tito Sella, pur se dentro periodi storici molto diversi, siano vicini in quest’impossibilità di arrivare a una sintesi. E come se il problema, dunque, non fosse esclusivamente storico, ma riguardasse l’esistenza di ognuno di noi. Non è che più si va avanti più si arriva a una soluzione; al contrario…

Il fatto è che incompleti siamo ed incompleti resteremo, ma va benissimo così.

Non è una presa di posizione pessimista, quindi.

C’è sicuramente una parte di amarezza, è una cifra stilistica che perseguo, perché sì, ci deve essere la commedia ma anche, poi, una tristezza di fondo. Eppure non lo vedo come un finale poi così amaro, come alcuni hanno detto; anzi, lo vedo come qualcosa di bello. Lo direi anche ai miei studenti: «stay hungry», «stay foolish», ma soprattutto «stay incompleti», cioè rimani sempre in una situazione in cui le possibilità sono aperte, in cui si è in grado di cambiare, di cambiarsi, di non pensare di essere diventato qualcosa o di dover diventare qualcuno. È bene essere incompleti, non è un finale tragico»

Di: e

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