Cosa ci auguriamo per il nuovo anno?
Anzitutto meno Europa, che resta uno dei nostri maggiori auspici. Perché meno UE significa, nei fatti, più pace e meno riarmo, più sovranità popolare e meno “pilota automatico” liberal-tecnocratico, più dialettica democratica e meno emergenzialismo, più Stato e meno mercato.
Poi, verrebbe da dire: aridatece la Prima Repubblica, con tutti i suoi difetti.
Vale a dire: il ritorno al proporzionale e l’azzeramento dell’astensionismo, il primato dei grandi partiti di massa, l’economia mista, le grandi assunzioni nel pubblico impiego, l’articolo 18, il lodo Moro e una politica di amicizia verso il mondo arabo, la distensione verso l’Est, un Presidente della Repubblica davvero garante della Costituzione, e Governi capaci di rilanciare il senso dell’autonomia della politica e la centralità degli interessi nazionali-popolari.
Certo, occorre andare oltre il richiamo nostalgico alle migliori esperienze del passato, che si basavano su presupposti in parte venuti meno. Oggi si tratta di promuovere e ricercare nuove vie, nuovi indirizzi, per inaugurare una nuova promessa di futuro, nel segno – ieri come oggi – della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale.
Questo è il compito che continueremo a darci. Intanto, buon 2026 da tutta La fionda!
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