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Restituzione: tornare alla Madre
Leggere Ilaria Palomba ed entrare nel millefoglie di significati, suoni, biografia, arte e epica che chiama in te la tua storia, che ti fa cercare le parole per carpirne le metafore, che confonde e solletica l’inconscio, che chiede di lasciarti pervadere perché quello che sai basta a non opporre resistenza.
Se un verso verbalizza qualcosa che dormiva sotto le tue ceneri e adesso vedi quello che prima era sfocato, ma comunque non ti basta per fare un discorso logico, lineare, non temere: accetta il mistero. Le redini del testo, tenute saldamente sul crinale della fedeltà al pensiero, guidano il carro del senso, sia quello del contenuto che quello del percepire.
Tu sei davanti alle foglie bagnate della Sibilla, tu stai ascoltando, mentre leggi, l’incantesimo che ti trascina al largo e che forse domerà il serpente.
Ma chi sono io, di fronte a questi incantesimi, mentre ascolto questa musica sconosciuta?
Io adesso posso solo avvicinarmi al lampo come un greco antico e dirvi di queste poesie che Zeus è incazzato, che c’è un dio da qualche parte che tuona, che le stelle sembrano un’orsa, posso solo spiegarmi l’inspiegato con i miei parametri limitati. E i miei parametri sono i nessi psichici, le ipotesi interpretative, il risuonare in me di certi versi e le sensazioni mentre leggo. Non ho altro. Per farvi capire il mio grande limite, vi leggerò questa poesia:
Il visibile non ha segno,
il segno è lo scrigno,
lo scrigno è carcame.
Nulla muterà se non muta il sentire,
e non muterà il sentire
se non muta il sapere.
Questo dolore grande, tienilo
esposto alla luce.
Le anime trasmigrate in umani.
Ecco. Per me, questa poesia bum, d’impatto, è la base del cognitivismo. Nulla muterà, se non muta il sentire e non muterà il sentire se non muta il sapere. Quando leggo Palomba, io sono terra terra e mi schermisco dal sentire. Perché, rendiamoci conto, ‘le anime trasmigrate in umani’ che vertigine può darti, se la leggi veramente? Istintivamente mi sono difesa e di primo acchito ho bloccato il percepire al penultimo verso. Ecco, io credo che leggere veramente Ilaria Palomba ti faccia perdere l’equilibrio.
Tutto è scrittura, tutto è narrazione, tutto è testimonianza e Ilaria Palomba è Dante che torna dall’impossibile, irraccontabile, insopportabile. E testimone in greco si dice martire.
E non è soltanto il millefoglie dei significati, è anche l’equilibrio della scrittura, il gioco di rifare il mondo tramite le parole, il ritornare di mare, cecità, buio, falene, precipizio, sparizione, assenza, mancanza, rinuncia, rifiuto, tornano e mi interrogano. Ecco, qui c’è la psicoterapeuta cognitivo comportamentale con le parole chiave, partendo da queste ipotizzare il sopra il sotto e l’intorno:
Mare potrebbe essere la madre, ma anche l’inconscio, ma anche la pazzia totale, il mare è una risacca di significati che va e viene, a fuoco e fuori fuoco, ipnoticamente. Il mare è un al di là…
Cecità torna più e più volte e per me, che sono sempre quella che va tentoni, parla di edipo, di errori fatali, di guardare dentro, di acuire l’ascolto, è il terribile non potersi orientare se non con la mente, è la mancanza che ti proietta dentro.
Buio, beh, buio è strettamente collegato a cecità, sfida la mente a fare a meno di ciò che appare. Buio è il mistero, il luogo della non conoscenza che potrebbe diventare conoscenza
La fotografia riluceva,
e mentre la guardava cadeva,
il vento infuriava,
e l’aria sbrecciava,
ogni cosa tremava nel buio.
Anche: il buio connesso al non spiegabile, non dicibile vs la superficialità, la bidimensionalità della fotografia. Il vero è nel buio. Ciò che trema è nel buio, ciò che è umano, intimo, mortale, sta nel buio.
Ma anche: Chi attraversa la notte possiede il giorno.
Falene: farfalle di morte, paura, disfacimento… per me, appena leggo ‘falena’, scatta un’inquietudine…
Se la mia mano tocca il tuo addome,
e se il mio piede ti snoda il pianto,
da oggi appartieni a questo buio di falene,
a questo vuoto passaggio nel mare,
a questo mare di onde e schiume,
a questo sangue che mi macchiò le vesti,
a questo vento che sparigliò le acque,
a queste rocce franate in voci,
a queste croci,
a queste croci infrante in assenza,
a quest’assenza di perdono e voci,
agli asfodeli e ai crochi,
ai desideri e ai cardi.
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il volo dell’aquila, il sibilare della serpe,
le furie cieche e gli spettri, le falene,
Precipizio: questa parola evoca il contenitore del precipitare e ritorna in più di una poesia. Il precipizio è la matrioska vertiginosa di ciò che vedi quando cadi e non c’è solo qua. Io penso (bada bene: penso, non sento) che riscrivere una parola significhi ulteriorità esponenziali rispetto a scriverla.
Poi, nella mia idiozia interpretativa, nel mio disorientamento, ci sono queste cinque parole che riguardano il crinale tra l’esserci e il non esserci, l’avere e il non avere: sparizione, assenza, mancanza, rinuncia, rifiuto
Sparizione: c’è modo e modo di sparire, direbbe Nina Cassian. La parola sparire compare, si affaccia, fa capolino, cerca di farsi capire… Sparire come dissolversi o sparire come essere altrove? andare oltre la linea di confine.
C’è un’inquietudine indicibile
nelle cose conosciute, nelle risa,
nei vocaboli ripetuti miliardi di volte,
un sisma di cui non si vuol rendere conto,
un timore dell’altrui lingua o della maldicenza.
È nascosta nella cruda salvezza di un raggio
di luce su una bifora romanica, in provincia.
È sotterranea – linea di fuga – incosciente
frazione degli argini. Toccare la terra,
riconoscerne le sporgenze, avere
timore di ogni spazio – essere insieme –
di felicità che sarà rimpianto.
Dirsi di andare, non servire a nulla,
prendere tempo, per non essere.
Come puoi dirlo ora? Dovresti,
invece, dire questo: presenza.
Eppure resta l’ambizione di sparire.
Dovresti tacere, fare il loro gioco,
aderire. Ci si stanca dei buoni consigli,
si desidera ancora una volta
perdersi nel bosco, chiamarsi Alice.
Seimila lingue cresciute nel fango,
nell’ardore della lettura, la gola.
Ti giunga l’azzurro nella premura
l’impeto senza spazio, l’insolvenza.
Radura e folgore, trapassi i cieli
nella sete, non cercare la quiete.
Tutto raggiunge la pienezza,
all’apice dell’estasi si torna in basso.
Non ho mai vinto la bramosia
di esserci e sparire, di sparire dalla vita comune.
È un’illusione, la sparizione,
sei sempre nel mondo, chiunque può vederti.
L’ebrezza illude di esser vivi,
forze che non sono certa di poter contenere.
L’impermanenza della madre, l’inversione.
Voglio tornare indietro, tornare acqua,
non fiume, ma mare, voglio
andare oltre la linea di confine.
Assenza: non esserci può anche significare la parola sottintesa di un verso. Un’assenza può occupare molto più spazio cognitivo e emotivo di una presenza. L’ingombro del non essere, il momento successivo allo sparire, il gioco di prestigio ha un attimo perfetto: sparizione puf! Assenza!
Se una rosa è una rosa
io sono l’assenza
—————————
La presenza di una luce verticale
e la tua assenza, sfumata nel mito.
—————————–
Io non sono mai stata felice,
so indossare diecimila maschere
e poi dirti mi basta cadere
mi basta riconoscere le ore
divorate dal cuscino, l’assenza,
abbandonarmi al ricordo
delle tue dita sul pianoforte
Mancanza: tra le parole del togliere, del sottrarre, c’è mancanza, e la mancanza puoi percepirla solo se ci sei, se sei cosciente. La mancanza è collegata alla dannazione di esserci e sentire. Perciò hanno molto senso antalgico e reattivo le parole sparizione e assenza, sono strettamente collegate.
La tua mancanza è insonnia,
un pensiero opposto c’invade,
tu conosci i campi sconfinati,
ti chini a raccogliere gli invasi,
E nonostante la mancanza
ricorda i suoi capelli
nell’estate furiosa, il sorriso beffardo dei fantasmi
Quando si è fatti di materia viva
si rifiuta il rifiuto, si getta nella
cesta ogni mancanza
Rinuncia: che poi è la cresima, ma a questo punto potrebbe essere anche liberazione dal dolore:
Prometti di dire soltanto una parola – rinuncia –
e di non chiedere nulla se non la sparizione.
Il libro è dedicato a Iside: magia, fertilità, maternità, rinascita: ricompone il corpo di Osiride:
- Perché il libro è dedicato a Iside? Mi chiedo se c’è anche una ricerca di riscatto o un essere madre di te stessa, un ripartorirti tramite la poesia…
Iside è una traccia: femminino sacro, conoscenza, ricomposizione, tramandare una tradizione antica che ha un presente in ogni donna.
- Il libro è diviso in sette sezioni:
Alluvione, spazzato via ciò che era stato costruito, detriti, ma anche nuovo spazio
Catabasi, scendere negli inferi
Ascesi, distacco dal mondo
Memoria,
Dissolvenza,
Restituzione, che poi dà il titolo, a mio avviso bellissimo, al libro, è una parola vasta, nella quale tu vedi cosa? Cosa intendi tu per restituzione? (io ci vedo risarcimento, vendetta, giustizia, riconoscimento, rimessa in asse dei piatti della bilancia)
I: Restituzione è per me l’essere stata restituita alla vita, la presenza e l’attenzione di tale restituzione per me è ancora un miscuglio di vita e morte, di inferno e paradiso, di esserci e sparire. La domanda è: io sono stata restituita, ma l’io esiste?
Mistica, esperienza spirituale attraverso la contemplazione del divino per mezzo del quale l’anima raggiunge la massima perfezione:
- A parte la cabbalistica del numero sette che ci porterebbe fuori strada e fuori tempo, è chiaramente un percorso che va dal sé distrutto al sé oltre, è così?
I: Il sette è un numero importante, mi trasmette pace, ricompone. L’oltre è certamente un desiderio.
- È un percorso di rinascita?
I: Deve e non può non esserlo, deve, malgrado me.
- Chi è zia Esther?
I: La zia di mio padre, visse sola in una grande casa sul mare; una specie di strega, la immagino ancora presente in quella casa.
- Che cos’è la falena nel tuo sentire?
I: Un canale tra i due mondi.
- Anche sul concetto di sparizione vivo l’ambiguità della parola, perché in molte poesie c’è la carezza dell’eventualità di sparire, quindi un flirt con lo sparire, però qui a me viene in mente l’opposto, cioè il dolore che l’altro sparisca:
Quando scrivi:
Tu giocavi con la via della sparizione,
dicevi di amare il mio respiro.
L’incanto smisurato nella pioggia,
non dicevi quando saresti venuto,
se saresti partito o tornato,
ci saremmo rivisti in altre lune.
Lo sai, nella notte, torneremo a essere.
Stai parlando della narcisistica tecnica della sparizione, cioè uccidere sparendo, cioè nutrirsi della sofferenza dell’abbandonata come se fosse la prova provata che si è davvero amati?
I: La sparizione, dunque, è un salvagente che amo, non per far soffrire, ma per sottrarsi, diventare invisibili, ma forse è anche in parte una ricerca di autenticità, domandare aiuto a un’esistenza non mondana, uscire dall’ordine del tempo, del quotidiano.
- L’abbandono è una malattia?
I: L’abbandono è una negazione dell’identità, occorre perdonare chi abbandona, al momento mi sembra di non riuscirci.
- Parlaci della tragedia greca, di Elettra e Medea
Solo inventando conosco,
solo nel sogno realizzo il mito.
Elettra e Medea, – figlia che uccide per vendetta dell’omicidio del padre, la madre vs madre che uccide i figli-
oggi resto estranea
e aspetto l’onda fortissima,
che mi sbalzi fuori.
I: Elettra uccide sua madre e s’innamora di suo padre, è accaduto inconsciamente anche a me, ma questa cosa nel mio caso è reversibile; Medea uccide i propri figli così come io ho ucciso i miei libri attraverso gli errori delle scelte esistenziali. Una vita che ti allontana dal tuo reale obiettivo e desiderio, e uccide ciò che hai di più caro – per me ciò che ho scritto, così come immagino sia per te – con una pratica costante di autosabotaggio relazionale. L’unica mia domanda è: sono l’unica sabotatrice e nemica di se stessa oppure vi è realmente un contesto che mi rifiuta e che provoca in me un odio per me stessa? Una volta risolto il rebus saprò da che parte andare. In ogni caso lontano da ciò che ferisce, dal male.
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