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Socialismo utopistico realizzato: il caso di Campomaggiore


16 Gen , 2026|
| 2025 | Visioni

L’esempio storico di Campomaggiore di applicazione di una sorta di socialismo utopistico ante litteram è illuminante su come si potrebbe risolvere oggi il problema dello spopolamento delle aree interne. Il Conte Teodoro Rendina, affascinato dalle idee socialiste che germinavano in seno all’Illuminismo, allorché comincia a gestire il fondo paterno, costituito dal paese di Campomaggiore, alle pendici delle Dolomiti lucane, affidato alla propria famiglia da Filippo IV nel 1673, ha un’idea geniale: costruire una vera e propria “Città dell’Utopia”. I riferimenti ideologici, naturalmente, sono notevoli e partono dalla “Repubblica” platonica fino all’”Utopia” di Moro, dalla “Città del Sole” di Campanella alla “Novella Atlantide” di Bacone. Per costruire la Città il Conte si avvale della grandiosa competenza dell’architetto Giovanni Patturelli – allievo di Luigi Vanvitelli, l’ideo-grafo della grandiosa Reggia di Caserta – il quale realizza un progetto rivoluzionario con schema di abitazioni a scacchiera. Le abitazioni debbono risultare eguali ed eguali gli appezzamenti di terreno assegnati a ciascuna famiglia. L’eguaglianza è un concetto tipico dell’Illuminismo, insieme alla libertà. Un principio simile, d’altronde, veniva applicato nel catasto, tipo quello teresiano, al fine di una perequazione fiscale. Intanto il progetto del Nostro in realtà funzionava, se si pensa che il numero degli abitanti di Campomaggiore passa da un centinaio a più di 1500 nel giro di pochi decenni a partire dal 1741, data della fondazione di Utopia, alla nobile presenza della baronessa Marianna Proto, vedova del Conte Nicola Rendina, e del cognato Ferdinando Rendina. Siamo in un periodo propizio; infatti, re Carlo III di Borbone (1734-1759) lancia un vasto progetto di riforme con la collaborazione del toscano Bernardo Tanucci. Se questa nuova ondata di innovazione fosse continuata nei successori, forse il Regno di Napoli si sarebbe salvato! Ed ancora noi oggi avremmo intatto questo bellissimo Regno che ha fatto la sua gloria nella storia del Mondo! Ma Ferdinando IV la prima cosa che fa è quella di licenziare il Tanucci! E per ironia della sorte, purtroppo, il destino rima avverso alle intenzioni, seppure positive, del nostro illuminato Conte, infatti, il 10 febbraio del 1885 una frana travolge Campomaggiore e così svanisce nel nulla anche la Città dell’Utopia, come Atlantide venne travolta dal mare. Cosa ci può suggerire oggi questo illuminante esempio illuminista? Come ripopolare le nostre campagne spopolate: attraverso un progetto di riforma agraria a partire da un revisionismo del catasto, rilevando tutti gli appezzamenti che si stanno polverizzando, perché non c’è cura, ed attraverso un’opera di sensibilizzazione al re-insediamento in agricoltura da parte delle giovani menti e leve. Ma se ci pensiamo bene ciò andrebbe notevolmente contro la prospettiva agraria dell’Europa, che già da tempo ha fomentato, invece, l’abbandono dell’agricoltura con la politica dei ritiri ventennali e del neo-latifondismo agrario. Purtroppo, le aree interne, meridionali, ma anche settentrionali, perché c’è uno spopolamento spaventoso dalle montagne, sono condannate ad essere verghiane vinte della storia. Ma dobbiamo ammirare questi esempi, sebbene sparuti, di grandi riformatori, che hanno sognato di trasformare queste aree in lussureggianti giardini di Arabie felici (testimonianza ne sono i giardini pensili che si possono ancora scrutare nei ruderi del palazzo Rendina a Campomaggiore, come ai palazzi di Babilonia la grande), invece di guardarle così, oggi, in condizioni spaventose, come emirati inquinatissimi e nel deserto non solo reale, ma nel deserto delle persone, che si addensano tutte a valle, negli impersonali agglomerati: qui, pur vivendo intensamente vicine come sardine, anche attraverso le finestrelle degli schermi telematici, non si parlano e soffrono una sconvolgente solitudine. La città perfetta, come sosteneva Aristotele, non deve essere né troppo grande, né troppo piccola, né costituita da cittadini troppo ricchi, né troppo poveri: «Tre sono in ogni stato le classi dei cittadini. I molto ricchi, i molto poveri e quelli che sono in una condizione media tra questi due estremi. Poiché si è sempre riconosciuto che la moderazione e la via di mezzo sono sempre il meglio, ne consegue necessariamente che il possesso dei beni limitati costituisce la situazione più favorevole. In tale situazione, infatti, si sano ascoltare i comandi della ragione, mentre è difficile riuscirci, sia quando si è dotati di straordinarie doti di bellezza, di forza, di nascita o di ricchezza, sia quando la povertà, la debolezza, la meschinità dominano»[1]. Perché in medio stat virtus. Una massa troppo popolosa per natura è disordinata e difficilmente controllabile, a meno che di sottometterla a poteri totalitari. E quale città meglio di questa? Ove tutti tendono alla similitudine, ove tutti hanno le stesse possibilità, ove a tutti viene assicurato il minimum, una casa, un appezzamento di terreno per la sussistenza? Ove non regna ancora l’avidità, la brama, madre del capitalismo? Il grande Stagirita fa una distinzione tra economia e crematistica, cioè accumulo di ricchezza. Proprio quest’ultima, che potremmo definire una specie di ‘capitalismo’ dell’antichità, vien condannata come innaturale e disumanizzante. Una città utopistica non è avulsa dalla naturale sfera spirituale dell’uomo. L’uomo non è solo un animal oeconomicum. È un essere spirituale. È più facile creare una città platonica con aspirazioni spirituali, che solo materiali. Non dimentichiamo, a proposito, l’agostiniana città celeste: «Fecerunt itaque ciuitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui»[2]. Non a caso possiamo affermare con certezza che le più antiche e durature città socialiste siano stati i monasteri, i conventi e le comunità religiose: in queste si attua più facilmente il comunismo, perché è corroborato dalla fede e non riposa unicamente su basi materiali. Il capitalismo nasce, infatti, da un problema morale, da un vizio ancestrale: la concupiscenza. E ogni vizio nasce dalla superbia, dall’egolatria. Il capitalismo si fonda sulla calvinista religione di Mammona, il comunismo non può che fondarsi sulla virtù della povertà e della rinunzia ai beni materiali, altrimenti non funziona.


[1]Aristotele, Pol., 4.1295b: «ἐν ἁπάσαις δὴ ταῖς πόλεσιν ἔστι τρία μέρη τῆς πόλεως, οἱ μὲν εὔποροι σφόδρα, οἱ δὲ ἄποροι σφόδρα, οἱ δὲ τρίτοι οἱ μέσοι τούτων. ἐπεὶ τοίνυν ὁμολογεῖται τὸ μέτριον ἄριστον καὶ τὸ μέσον, φανερὸν ὅτι καὶ τῶν εὐτυχημάτων ἡ κτῆσις ἡ μέση βελτίστη πάντων».

[2]Agostino, De Civ. Dei, XIV,28.

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