La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

MUHAMMAD ALI, AUGURI AL PIÙ GRANDE


17 Gen , 2026|
| 2025 | Visioni

Emmett Till aveva solo quattordici anni, uno più di lui. Ammazzato di botte dai bianchi, sfigurato in volto e steso in una bara. A Cassius Clay, quella vista cambierà presto la vita. Tanto che, appena maggiorenne, con sdegno per la società suprematista dell’epoca – che, per la verità, è la stessa di oggi – getterà nel fiume Ohio la medaglia d’oro olimpica appena vinta a Roma. “Ho combattuto per i padroni”, disse. E che, quattro anni più tardi, si rifiuterà di prestare sé stesso all’imperialismo statunitense in Vietnam, convertendosi all’Islam e modificando il suo nome. Anche a costo di sacrificare le stagioni migliori della sua carriera, sospeso per tre lunghi anni dall’establishment corrotto dello sport professionistico.

Fu lo Stato di New York a revocargli la licenza da pugile. L’accusa, invece, fu quella di renitenza alla leva: disertore. “Non ho niente contro i Vietcong: loro non mi hanno mai chiamato negro”, era solito ripetere. Muhammad Ali, abbandonato il suo nome da schiavo, non è più soltanto un pugile meraviglioso: assurge ad ambasciatore di pace e uguaglianza nel mondo. Popolarità planetaria e voce di ogni uomo in lotta per affermare il diritto all’esistenza e, per questo, inviso ai potenti. Non combatte, ma c’è.

Nato a Louisville, Kentucky, nel 1942, proviene da una famiglia umile, non poverissima. Papà è imbianchino, mamma parrucchiera. Afroamericano, appunto: la vita nel Sud degli States è terribile per chi non nasce bianco e, possibilmente, benestante. Le famigerate leggi Jim Crow, quelle della segregazione razziale, definiscono lo status di “separati ma uguali”, in virtù del quale i servizi pubblici per i neri non sono gli stessi di quelli per i bianchi. È il contesto nel quale il giovane Cassius costruisce la coscienza di classe che farà di lui un’icona.

A Joe Martin, poliziotto, deve invece l’assist che di lì a poco farà di lui uno dei pugili più forti di sempre. Joe, titolare anche di una palestra, lo invita a provare la nobile arte quando lo trova in lacrime per essere stato derubato della sua bicicletta e desideroso di farsi giustizia da sé. È un ragazzo serio, niente vizi, sei allenamenti a settimana. Talento debordante: quando mette il piede fuori dalla palestra è per diventare campione olimpico, il resto è storia.

Più Malcolm X che Luther King, perché rivoluzione significa “con ogni mezzo necessario”, non a caso provarono a togliere di mezzo entrambi. Uccisero il suo mentore e impedirono a lui di combattere. “Perché mi chiedono di indossare una divisa, andare a 10.000 miglia lontano da casa e lanciare bombe e proiettili sulle teste dei Vietcong quando i cosiddetti ‘negri’ della Louisiana sono trattati come cani e privati dei diritti umani?”. L’opinione pubblica americana si divide: guai a toccargli la guerra. Ma ciò che conta è che milioni di persone nel mondo lo venerano come un dio, il dio del riscatto.

Così, tornato alla boxe dopo la lunga parentesi da ambasciatore, i suoi non sono solo spaccati di sport. Ogni incontro è una picconata al muro della differenza razziale. Inattivo da più di tre anni e costretto a ripartire da zero, Ali subisce la prima sconfitta della carriera per mano di Frazier. Un accadimento che accresce, se possibile, la sua voglia di riprendersi ciò che gli è stato tolto. Questione di orgoglio. Fatta propria la prima rivincita – che saranno poi due – per tornare a essere considerato il più grande di tutti serve lo scalpo di Foreman, il nuovo campione indiscusso dei pesi massimi. Una furia della natura.

Due le locuzioni chiave. “The Rumble in the Jungle”, il nome dell’evento. Kinshasa, Zaire, il teatro dell’evento. “Rope-a-dope”, la tattica usata da Ali: attendismo sfiancante. I colpi terrificanti del suo avversario, con il trascorrere dei minuti, perdono intensità, si annacquano; così, all’ottavo round, Ali passa all’incasso e mette Foreman al tappeto. “Ali Bomaye!”, grida il popolo dello Zaire, all’epoca Congo Belga, stufo della dittatura di Mobutu Sese Seko. L’uomo nero voluto dalla CIA per affamare la nazione, il solito traditore in vendita.

Intorno al ring, la peggior feccia dell’umanità: dittatori africani, servizi segreti occidentali, mafiosi, giornalisti di regime. Dietro di loro, il popolo. Tantissimi bambini. Centomila persone presenti, milioni di telespettatori a ogni latitudine. Sport quale paradigma di vita. I pugni di Ali, infatti, sono quelli degli ultimi che rialzano la testa. Foreman, per il quale lo stesso Ali conia il soprannome di “negro bianco”, è invece l’archetipo del potere da combattere. E finisce ko.

Ma, sportivamente parlando, non poteva essergli sufficiente. Un anno più tardi, quindi, a Manila, tra lui e Frazier, per la terza e ultima volta, ci si gioca lo scettro di numero uno. Quello che ne viene fuori è probabilmente il match più brutale che si ricordi a memoria d’uomo; incontro che si chiude con l’abbandono di Frazier all’inizio dell’ultimo round. La chiusura del cerchio.

Nel 1984, già ritirato, gli viene diagnosticato un male terribile, il morbo di Parkinson, e il 3 giugno del 2016, in un ospedale di Phoenix, muore. Di Muhammad Ali, che oggi avrebbe compiuto 84 anni, resta il mito imperituro. Il lungo viaggio del genere umano attraverso le storture della società che noi stessi abbiamo scelleratamente edificato ha in lui un momento chiave. Ali è uno spartiacque. Pugni, i suoi, che hanno avuto il merito di fare breccia nella coltre di indifferenza che, oggi come ieri, giustifica le disuguaglianze di un mondo capace di essere un habitat fortemente inospitale per chi ha la sfortuna di nascere nel suo lato peggiore.

“Ali Bomaye!”, pertanto, è l’urlo ancestrale che continua ad agitare il sonno dei potenti e a dare speranza agli ultimi. Tanti auguri, campione di sport e di vita, ovunque tu sia. E grazie di tutto.

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!