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L’oro di Hitler. È tempo di Europa (oltre l’UE)
Lo sciopero degli eventi è finito, gli eventi sono tornati. The Donald ne è l’irrefrenabile agente, la machina machinarum dei nostri giorni. È tempo d’Europa, di quei popoli che si opposero alla predazione delle riserve auree delle loro nazioni da parte del Terzo Reich. Oh Groenlandia…
La mattina del 9 aprile 1940, quando inizia l’invasione tedesca della Norvegia, il re norvegese Haakon VII e i membri del gabinetto norvegese fuggono da Oslo e si dirigono a nord verso Elverum. Allo stesso tempo, il ministro delle Finanze, Oscar Torp, fa caricare l’intera riserva aurea del paese, poco più di 54 tonnellate, in 1538 casse, su ventisei camion e la trasporta fuori da Oslo in una cantina di cemento ben sorvegliata dalla Norges Bank a Lillehammer, poco meno di 160 chilometri a nord della capitale. Sin qui l’incipit della storia ufficiale di come fu salvata la riserva aurea norvegese, narrata nel libro di Norman Ridley. Poi c’è il film, con lo stesso identico titolo, del 2022 diretto dal regista Hallavard Bræin. La storia di come in nome e per conto della libertà di una nazione e di un popolo (il popolo norvegese) l’oro non pervenne mai ad Hitler. Oh Groenlandia…
Un uomo del popolo
Come nella storia ufficiale, il film inizia la sera del 9 Aprile 1940, poco prima dell’occupazione tedesca in terra norvegese. Le truppe della Germania nazista sono intenzionate a controllare cinquanta tonnellate di oro custodite nella banca centrale norvegese. In seguito ai devastanti bombardamenti sulla città di Oslo, il direttore della banca centrale ordina subito di trasferire tutti i lingotti d’oro via dalla capitale. Un funzionario del Parlamento e membro del Partito Laburista, Fredrik Haslund è costretto ad abbandonare all’improvviso la sua famiglia e posto a capo di una missione segreta di enorme importanza per il futuro della Norvegia: deve salvarne le riserve auree.
Fredrik è un uomo senza esperienza militare, ma dotato di grande serietà e determinazione. È un uomo del popolo, agisce con altri uomini del popolo: impiegati di banca e soldati, civili, ufficiali ferroviari, la sorella Nini, già volontaria durante la guerra civile spagnola e il poeta norvegese Nordahl Grieg. Il loro viaggio verso il Nord, dove la banca centrale Norges Bank ha deciso di trasferire tutte le riserve auree, si fa via via sempre più complesso e pericoloso. L’avanzata tedesca è rapida e gli attacchi aerei, ordinati dal generale Otto, numerosi e organizzati (paracadutisti, bombardamenti aerei, veicoli corazzati). Fredrik e il gruppo da lui diretto non si lasciano frenare dagli ostacoli, la speranza di riuscire nell’impresa è più forte delle difficoltà e delle sofferenze, malgrado il fatto che nel frattempo la Norvegia stia crollando sotto l’occupazione tedesca.
Una corsa verso la libertà
Il popolo, ha scritto un giorno Simon Weil, detiene il monopolio di una conoscenza, la più importante di tutte le conoscenze, quella della realtà della sventura. Un ingrediente fondamentale in ogni costruzione politica, culturale e identitaria. Così, una corsa improvvisata e con poco tempo a disposizione per salvare un pesante carico di oro, fatta senza un piano preciso da uomini semplici e imperfetti, assurge a simbolo di una corsa sacra verso la libertà: salvare un tesoro nazionale e farsi carico della speranza di un intero popolo. Un’impresa collettiva, economica, politica, cooperativa. E l’impresa nella realtà, come nella finzione filmica, va a buon fine, malgrado la vera e propria odissea logistica a cui va incontro[1]. Le riserve auree verranno salvate e serviranno a finanziare il governo norvegese in esilio e sostenere la resistenza interna per tutta la guerra.
È tempo d’Europa
È di nuovo tempo d’ Europa. Il tempo perbenista delle inconsolabili vedove di “questa non è la mia America” e del “c’era una volta il diritto internazionale” è terminato. Lo sciopero degli eventi è finito. Meglio, gli eventi c’erano già (la storia non era affatto finita) e, comunque, sono tornati più forti che pria. Il trumpismo ne è l’irrefrenabile agente, la machina machinarum dei nostri giorni. L’Unione tutta chiacchiere e distintivo è morta. È tempo d’Europa, di una Europa che da Maastricht non c’è e che oggi si intravede all’orizzonte dell’Artico. Una Europa multilaterale perché multinazionale, una Europa sovrana perché pacifica e pacificatrice, un’Europa dei popoli perché non populista. Ma che cosa può e deve essere Europa di domani, al di là dei calcoli e delle convenienze, economiche, geo-economiche e geopolitiche? Il confitto russo-ucraino ha riaperto – ha scritto Luigi Zoja nel suo ultimo libro – antiche ferite, ma anche vecchie attrazioni: la Russia è percepita non solo come minaccia ma anche come enigma, come richiamo. Non tanto per ciò che è oggi, quanto per ciò che ancora rappresenta nell’immaginario europeo, uno spazio di lentezza, profondità, silenzio, qualità perdute in un Occidente accelerato e nervoso. Poi dietro la Russia, c’è un altro specchio; quello dell’ebraismo. Non inteso soltanto come identità religiosa, ma come componente rimossa, eppure fondante, della cultura occidentale. Se l’Europa è figlia del monoteismo, lo è anche – forse soprattutto – della sua matrice ebraica: una parte che resta viva anche in chi non è ebreo per nascita, ma in qualche modo lo è culturalmente, simbolicamente, affettivamente. L’identità ebraica diventa così un luogo denso del pensiero europeo, la chiave della sua profondità e anche della sua nevrosi: ciò che genera amore e rifiuti, identificazione e paranoia. Infine c’è l’Europa ricca, fragile, disabituata al sacrificio e forse anche alla vita comune (https://www.bollatiboringhieri.it/libri/luigi-zoja-il-nostro-tempo). Grande, immenso, temerario, è il compito che ci attende. Ricordarci dell’oro di Hitler e di quel popolo che si oppose al suo “possessivismo” può aiutarci. E diventare presto, questo è il mio auspicio, l’incubo di The Donald. Se l’è cercato, se lo merita.
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[1] Tra strade innevate, ferrovie interrotte e traghetti assediati, il convoglio si muove verso nord per raggiungere le navi alleate ad Åndalsnes. Per guadagnare tempo prezioso, l’affondamento della nave tedesca Blücher da parte della fortezza di Oscarsborg ne rallenta l’avanzata sul fiordo di Oslo, consentendo l’evacuazione del governo, del re Haakon VII e delle riserve auree verso nord. Il tesoro viene trasferito su camion civili da Oslo a Lillehammer, poi su treno fino ad Åndalsnes, sfidando bombardamenti e tentativi di blocco da parte dei paracadutisti tedeschi. Nel frattempo ad Åndalsnes le truppe britanniche sono sbarcate e, sotto continue incursioni aeree, circa un terzo dell’oro viene imbarcato sulla HMS Galatea il 25 aprile. Parte viene trasferita sulla HMS Glasgow, che prende a bordo anche il re, il governo e 18 tonnellate d’oro, dirigendosi verso Tromsø dove il resto del carico viene imbarcato su piccole imbarcazioni da pesca per eludere l’attenzione tedesca. Giunto a Tromsø all’inizio di maggio, l’oro viene caricato sulla cruiser HMS Enterprise che sfida due attacchi aerei e raggiunse la Scozia, per poi sbarcare il carico a Greenock. Da lì viene trasportato in treno alla Bank of England di Londra. Nei mesi successivi, la maggior parte del tesoro viene trasferita in più tappe verso Canada e Stati Uniti, depositato nelle sedi della Bank of Canada a Ottawa e della Federal Reserve di New York.
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