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Ordine mondiale post-mortem
Appare buffo che sia stato proprio un americano di (lontana) origine asiatica, più precisamente nipponica, il rinomato politologo Francis Fukuyama, a postulare nel 1989 con entusiasmo una nuova (e decisamente finale) epoca geopolitica, audacemente soprannominata la “Fine della Storia”. Perché buffo? Lo vedremo in seguito, nel frattempo ricordiamo alcuni passaggi “suggestivi” dell’opera di Fukuyama:
Da “La fine della storia?“, 1989:
“Il ventesimo secolo vide il mondo sviluppato scendere in un parossismo di violenza ideologica, mentre il liberalismo si confrontava prima con i resti dell’assolutismo, poi con il bolscevismo e il fascismo, e infine con un aggiornamento del marxismo che minacciava di condurre all’apocalisse finale della guerra nucleare. Ma quel secolo cominciato con il pieno di fiducia nel trionfo finale della democrazia liberale occidentale sembra giunto alla fine del cerchio al punto di partenza: non a una “fine dell’ideologia” o a una convergenza tra capitalismo e socialismo, come previsto, ma a una vittoria senza vergogna del liberalismo economico e politico.
Il trionfo dell’Occidente, dell’idea occidentale, è evidente innanzitutto nell’esaurimento totale delle alternative sistematiche e praticabili al liberalismo occidentale. Nell’ultimo decennio, si sono registrati cambiamenti inequivocabili nel clima intellettuale dei due più grandi paesi comunisti del mondo e l’avvio di significativi movimenti di riforma in entrambi. Ma questo fenomeno va oltre l’alta politica ed è visibile anche nella massiva diffusione della cultura consumistica occidentale in contesti assai differenti, come dimostrano i mercati contadini e i televisori a colori ora onnipresenti in tutta la Cina, le catene di ristoranti e negozi di abbigliamento aperti nell’ultimo anno a Mosca, nonché la filodiffusione di Beethoven nei grandi magazzini giapponesi e della musica rock da Praga a Rangoon fino a Teheran.
Ciò a cui potremmo assistere non è solo la fine della Guerra Fredda, o l’attraversamento di un particolare periodo della storia del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: cioè, il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e dell’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale di governo umano.”
Liberalismo classico oggi, liberalismo classico domani, liberalismo classico per sempre!, per parafrasare il famigerato segregazionista dell’Alabama George Wallace.
Una simile esagerata affermazione in quel contesto storico – consideriamo attentamente l’ordine cronologico degli eventi! – costituiva un fraintendimento che, proprio in quanto offuscava la (lodevole) sfera di cristallo di Fukuyama, era più che comprensibile: nel 1989 “sballarsi” con i fumi degli onnipresenti postulati neo-liberisti, che si confondevano per larga parte con diversi principi del liberalismo classico, era assai facile … direi quasi “naturale”.
Non esistevano più veri rivali ideologici del liberalismo classico a livello internazionale; l’ordine (neo)liberista, con gli Stati Uniti in testa a guidare, esercitava l’egemonia globale; tutti nel mondo volevano un paio di jeans blu, una Chevy Corvette, una bionda sexy al braccio e gli eccessi gloriosi del capitalismo liberale, ormai sulla strada del “crony capitalism”.
Quindi, anche se Fukuyama risultava – a parole – un acerrimo critico dei principi estremi alla base del neo-liberismo, sfortunatamente la sua visione del mondo, nei fatti, risultava in molti punti – quelli cardinali, essenziali – sovrapposta al crescente neoliberismo che ormai andava dilagando.
Purtroppo, l’utopica “Fine della Storia”, ironicamente, non è durata così a lungo: oggi, nel 2026, il liberalismo (classico) universalista sembra avere finito la sua strada: chiuso in un vicolo cieco a soli tre decenni e mezzo da quando Fukuyama lo ha definito la “forma finale di governo umano”.
Il cosiddetto “diritto internazionale”, che sostiene l’ordine liberale classico globale (da distinguere dal termine “liberal”), è sempre stato più rilevante in termini di “aspirazione” e auspicio che non in termini reali, effettivi, sopravvivendo, alla fine dei conti, solo nella regione inferiore dello spazio tra teoria (in basso) e pratica (in alto). Applicato e rispettato in modo erratico e arbitrario a seconda delle convenienze del Paese più forte, senza portare conseguenze a quest’ultimo nei non rari momenti in cui lo violava, purché esso avesse il potere militare per ostacolare i tentativi di attribuzione di responsabilità da parte di terzi.
Molti esempi abbondano, ma uno principale, che ha ricevuto relativamente poca attenzione grazie al forte focus mediatico puntato sull’America Latina e il Medio Oriente, è stato quando Xi Jinping ha annunciato nel suo discorso di Capodanno che la forzata “riunificazione” di Taiwan nel nascente Impero Cinese è “inarrestabile”: una sfida, appena velata, alle potenze internazionali che minaccerebbero di opporsi militarmente a una simile mossa.
Per inciso, penso che la Cina premerà il grilletto per l’invasione prima della fine dell’anno se non riesce a sottomettere Taiwan con la pressione economica o politica esercitata sotto la minaccia dell’azione militare: quest’ultimo approccio è sicuramente preferito (per motivi di immagine e perché Taiwan è etnicamente cinese: non può esserci sete di sangue se i cinesi considerano i taiwanesi propri parenti).
Comunque, sebbene la Cina abbia da tempo segnalato la sua intenzione di riconquistare Taiwan, che ha perso a metà del secolo scorso, arrendendosi dinanzi a quella che era l’ultima roccaforte dei nazionalisti che combatterono il PCC, Xi non avrebbe proferito un discorso così diretto solo un anno fa. Eppure, passo dopo passo, mentre l’ordine liberale (da questo momento definiamo così il liberalismo classico) perde il controllo sulla geopolitica, viene meno – o meglio si sfalda – l’imperativo diplomatico di formulare la retorica in termini conformi al diritto internazionale.
La questione è particolarmente buffa, come detto in apertura, perché sono proprio gli Stati Uniti, anzi per la precisione l’Amministrazione Trump, ad avere aperto le danze di questo nuovo atteggiamento nell’ambito dei rapporti diplomatici, di questo approccio rude e diretto alle relazioni internazionali, prima più sfumato e “ovattato”. Parlare chiaro, nel caso statunitense, rischia di ritorcersi contro il mittente: come dicono loro, “to backfire”.
Infatti, a forza di tirare, la corda si spezza: mentre l’Unione Europea valuta eventuali ritorsioni contro le ultime tariffe del presidente Donald Trump, la sua arma più potente, come ha evidenziato una nota chiave di Deutsche Bank, potrebbe trovarsi paradossalmente proprio nei mercati finanziari. Quei mercati tanto lodati dall’ideologia liberista (oltremodo stupida, a questo punto) … aggiungiamo quindi un bel “ben gli sta!”.
La Francia sta già sollecitando l’UE a utilizzare il suo “strumento anti-coercizione”, che può colpire gli investimenti diretti esteri e la finanza, oltre al commercio. Questo dopo che Trump ha annunciato nuovi dazi statunitensi sui paesi della NATO che hanno inviato truppe in Groenlandia, nel contesto dei suoi piani di conquistare il territorio danese semi-autonomo. In realtà, un dazio del 10%, seppure aumentasse al 25%, importerebbe conseguenze economiche minime, come ha dichiarato domenica scorsa il capo economista di Capital Economics Neil Shearing, stimando che i nuovi dazi ridurrebbero il PIL nelle economie NATO target di 0,1-0,3 punti percentuali ed aggiungerebbero 0,1-0,2 punti all’inflazione negli Stati Uniti. “Le conseguenze politiche sarebbero molto maggiori di quelle economiche” ha però proseguito, e qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di conquistare la Groenlandia con la forza o la coercizione potrebbe causare danni irreparabili alla NATO.
Il punto cruciale è però che gli Stati Uniti hanno una vulnerabilità chiave che l’UE può sfruttare, secondo il bravo George Saravelos, responsabile della ricerca FX presso Deutsche Bank. “L’Europa possiede non solo la Groenlandia ma anche molti titoli del Tesoro USA” ha scritto Saravelos in una nota domenica scorsa. Il mantenimento nei portafogli europei di queste obbligazioni aiuta a bilanciare i massicci deficit esterni americani, cosicché l’Europa è il più grande finanziatore mondiale degli Stati Uniti.
Come più volte ricordato su questa Rivista, per compensare lo squilibrio commerciale gli Stati Uniti hanno bisogno di un forte afflusso di capitali dall’estero, mentre il Dipartimento del Tesoro deve anche finanziare i deficit di bilancio emettendo più debito, spesso collocandolo presso investitori stranieri, che per la maggior parte sono Europei o nipponici!
Fatti i conti della serva, come ricorda Saravelos: “I paesi europei possiedono 8 trilioni di dollari in obbligazioni e azioni statunitensi, quasi il doppio rispetto al resto del mondo messo insieme”. E ancora: “In un contesto in cui la stabilità geoeconomica dell’alleanza occidentale viene compromessa esistenzialmente, non è chiaro perché gli europei debbano essere altrettanto disposti a continuare a svolgere questo ruolo”. Il ragionamento non fa una piega: “Il re è nudo!”
Insomma, la bomba atomica lanciata su Washington senza sparare un colpo! Cosa può essere più buffo di questo? Nulla è più buffo del gancio secco che mette a terra il bullo prepotente… e nulla è, al tempo stesso, più universalmente giusto ed equo. Una bella lezione di democrazia ai fautori “dell’esportazione dei principi democratici” e ai loro film western di propaganda “anti-storica”.
Direi che, come più volte sostenuto nei miei articoli, a fronte di tante belle parole e principi enunciati a gran voce (talvolta in modo ridicolo), questo richiamo fattuale e forte, anzi granitico, alla Realpolitik sia il modo più efficace ed efficiente per ricondurre alla ragione il gigante nord-americano, nella speranza che la bestia messa nell’angolo non inizi a dare segnali di pazzia e autolesionismo.
Insomma, “Viva l’Italia!” e, se rema nella nostra direzione, anche “Forza Europa!”, sebbene non quella edulcorata – vista finora – delle polverose stanze dei burocrati di Bruxelles! Facciamogliela vedere!
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