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Vivere tempi apocalittici: come abitare l’interregno?


26 Gen , 2026| e
| 2026 | Visioni

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto,

bisogna rimettersi tranquillamente all’opera,

ricominciando dall’inizio.

(Antonio Gramsci)

Nell’introduzione al libro “Modernità liquida”, il sociologo Zygmunt Bauman scriveva:

«Tendo sempre più a supporre che quello che stiamo vivendo è un periodo di “interregno”, uno di quei momenti in cui gli antichi modi di agire non funzionano più, gli stili di vita appresi/ereditati dal passato non sono più adeguati all’attuale conditio humana, ma ancora non sono state inventate, costruite e messe in atto nuove modalità per affrontare le sfide, nuove forme di vita più adeguate alle nuove condizioni»[1].

Il nostro tempo storico sarebbe perciò costituito dal trovarsi nel mezzo, nel transito, fra un regno passato, in cui i vecchi modi di agire non funzionano più, e un nuovo regno, le cui forme di vita non sono state ancora inventate e costruite.

Fa eco a questa citazione una famosa nota scritta in carcere da Antonio Gramsci, dove dice che la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”[2].

L’interregno è dunque caratterizzato da una crisi, da una morte del vecchio e da una non-nascita del nuovo. Proprio per questo motivo possono presentarsi i fenomeni più morbosi, perché nel vuoto lasciato aperto dal fatto che ancora il nuovo non abbia preso il posto del vecchio, il pericolo è quello della assenza di forma di tutte le cose.

Che forma abbia lo stato di diritto per esempio, o la democrazia, o ancora la famiglia, l’identità di genere, la scuola, il diritto internazionale, la Chiesa, nessuno sa più dirlo.

I. Interregno geo-politico

A livello geopolitico assistiamo alla rottura radicale, al fallimento dell’ordine internazionale liberale, con il ritorno della possibilità di un conflitto aperto fra grandi potenze[3]: ovvero lo scontro fra un’egemonia in crisi di identità, quella nord-atlantica, e l’emersione di soggettività imperiali che sono refrattarie al suo dominio, come Cina e Russia e più in generale i paesi Brics.

Gli Stati Uniti modificano radicalmente la loro visione strategica, dopo ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e avviano un politica nella quale «l’attenzione sarà rivolta agli interessi fondamentali della sicurezza nazionale americana»[4].

 Un cambiamento epocale, con la ridefinizione sistemica degli equilibri geopolitici, l’indebolimento dell’egemonia Usa, e la crescente tensione militare, di competizione tecno-scientifica ed economica.

A livello politico nazionale assistiamo poi alla crisi radicale delle democrazie liberali[5], contrassegnate ormai dall’astensionismo crescente e ai massimi storici, dall’erosione della sovranità popolare, mediante l’avanzata decennale della controrivoluzione neoliberale, e il potere decisionale dei mercati e dei grandi fondi di investimento[6] sugli asset pubblici e sulla politica dei governi.

Le democrazie liberali perdono cioè di legittimità politica dovendo ricorrere ad emergenze continue per ritrovare la fonte della propria sovranità. Lo stato di eccezione, per dirla con Benjamin, diventa la regola, rivelando così il carattere intrinsecamente autoritario del neoliberalismo, che mira a svuotare la sostanza delle democrazie lasciandone intatta la forma, ad erodere lo stato sociale, e a plasmare l’intera società secondo il modello del mercato.

II. Interregno psico-sociale

La crisi attraversa dunque i rapporti fra le grandi potenze globali, ridefinendo e riplasmando tutti gli assetti di potere, e lasciando emergere fenomeni morbosi che già appaiono alla luce: dalla impotenza radicale di fare valere il diritto internazionale, dallo sterminio deliberato di migliaia di innocenti, alla imposizione forzosa di regole e riassetti energetico-economici. Allo stesso modo  accade nella società e negli individui.

I fenomeni morbosi o patologici attraversano come un’epidemia la nostra civiltà, dalle depressioni all’uso estensivo di psicofarmaci, alle dipendenze e al crescente isolamento e perdita di fiducia verso il futuro.

L’assenza di cognizione e di una direzione come progetto di vita e della società, genera sentimenti di angoscia, di vuoto e disperazione. Fioriscono in questo vuoto i succedanei della pubblicità, delle maratone televisive, del lavoro ossessivo come compensazione al vuoto interiore, e infine le vere e proprie depressioni che isolano totalmente dalla società, come nei fenomeni degli Hikikomori giapponesi.

Ognuno cerca di farcela come può, di sopravvivere in questo interregno senza più direzione, senza più interpretazione, dove il messaggio che viene lanciato è “si salvi chi può!”.

Le persone poi nella società neoliberale vengono abituate a esperire il disagio e il malessere in un’ottica individuale, deficitaria, come se appartenesse ad un problema del soggetto che non è in grado di adattarsi e inserirsi nel sistema. Il malessere è cioè indice di una soggettività debole, che appunto deve trovare delle tecniche per tornare a funzionare in un mondo che non ha alcun senso oltre-mondano, ma che comunque è l’unico immaginabile, quello della produzione e del consumo.

Lì dove il dolore e la sofferenza diventano eccessivi e insopportabili, come prefigurato da Huxley nel “Mondo Nuovo”, si ricorre a dosi di soma, capaci di farci dimenticare per qualche ora la brutalità del mondo, a calmarci, e ad assicurare la stabilità.

«Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene, è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di comportarsi come si deve. E se per caso qualcosa non va, c’è il soma…».[7]

Una società il cui rischio cioè è quello della spoliticizzazione radicale, grazie ad un condizionamento della popolazione resa innocua, “felice”, appagata, e se questo non accade, se cioè qualcosa non va, se si apre un contatto con l’insoddisfazione radicale essa viene subito medicalizzata o ricondotta ad una anomalia del soggetto.

Alcuni dei filosofi e scrittori più illustri infine, consapevoli di tutto questo, operano una analisi lucida e radicale del sistema di potere attuale, ma invece di prospettare una nuova forma di rivoluzione politica, parlano di “rendere inoperoso il potere” o di “diserzione”, rischiando così di votarsi ad una forma di vita eremitica, ermetica, che rinuncia in partenza alla dimensione politica.

III. Come abitare l’interregno?

È chiaro che la risposta, la prognosi, dipende dalla diagnosi, dalla interpretazione che facciamo di questo interregno. Che cosa sta morendo, quali antichi modi di agire e stili di vita appresi/ereditati dal passato non funzionano più?

Per alcuni autori è l’intera parabola del capitalismo moderno che sta finendo, appalesandosi nelle diseguaglianze estreme, così come nella cannibalizzazione della società e delle risorse del pianeta. Per altri autori è l’intera civiltà occidentale che tramonta, venendo a segnare la fine dell’eurocentrismo, di una secolare pretesa di dominio e superiorità e “fardello dell’uomo bianco” nell’opera di civilizzazione dei popoli arretrati.

Proprio perché sta finendo, proprio quanto più diventa insostenibile ed evidente la disfunzionalità del vecchio, tanto più esso si arrocca in se stesso e si incattivisce, procedendo verso la catastrofe.

Potremmo dire infatti, seguendo l’opera dei maggiori filosofi e artisti fra ‘800 e ‘900, che stia tramontando un’intera figura e modalità di essere umani, come in queste parole di Martin Heidegger:

«Siamo noi forse alla vigilia della piu inquietante trasformazione della terra intera, e dello spazio storico-temporale a cui essa e legata? Siamo forse alla vigilia di una notte che prelude un’alba nuova? (..)E noi odierni, siamo già occidentali in un senso che sorge solo mediante il nostro transito nella notte del mondo?(..) Siamo noi gli ultimogeniti che siamo? Ma siamo anche al tempo stesso i precorritori, le primizie del mattino di un evo del mondo interamente altro, il quale ha lasciato dietro di se tutte le nostre odierne rappresentazioni storiografiche della storia?»[8]

Come scrive il poeta e filosofo Marco Guzzi:

«Quale figura di umanità si sta consumando in questa svolta antropologica? In estrema sintesi potremmo dire che la figura antropologica in stato terminale sia quella egoico-bellica.

È questa forma della soggettività umana che sta tracollando, è questa modalità di essere un Io umano su questa terra che si sta manifestando come falso, deviato, e quindi insostenibile, e portatore di morte a tutti i livelli: stiamo faticosamente comprendendo che un Io che vive di contrapposizioni e separazioni produce alla fine distruzioni globali(guerre mondiali del XX secolo); devasta l’anima delle persone(collassi ed esaurimenti nervosi, crisi d’identità e di significato); e alla fine distrugge lo stesso pianeta»[9].

La società neoliberale ha creduto di potere superare la forma egoico-bellica delle soggettività con una relazionalità fondata sui modelli del mercato, senza trasformazione profonda delle coscienze. La relazionalità degli ultimi trent’anni è stata quella della globalizzazione, dell’american way of life, che ora mostra tutte le sue crepe strutturali e ombre profonde.

È questa forma della soggettività umana che sta tracollando, e proprio nel tracollo porta alla luce, senza più maschere, tutte la sua distruttiva volontà di potenza.

L’interregno tuttavia è appunto una terra di mezzo che prelude ad un nuovo mattino, ad una nuova forma di vita.

Per ora possiamo solo intravedere verso dove ci vorrebbe portare questa dinamica della storia. Il nuovo autentico cioè è in una esperienza della soggettività non più predatoria nei confronti dell’altro da sé e della natura.

Una soggettività e una politica capaci di non rimuovere le ombre e le negatività profonde che le abitano, e proprio per questo tentare, in un processo condiviso, di non soggiacere alle logiche della paura, della difesa preventiva, e della guerra più o meno ibrida, ma di immaginare un mondo capace di rifiutare e ripudiare categoricamente la guerra.

Questo punto critico e terminale-inaugurale della storia umana, può essere perciò favorevole per una grande svolta, per un profondo processo di rivolgimento delle coscienze e delle nazioni, per abitare l’interregno come il transito verso un nuovo spazio e un nuovo stadio della specie umana.


[1] Z.Bauman, Modernità Liquida, Laterza, Bari, 2011, p.4

[2] A.Gramsci, Quaderni dal carcere (Q 3, §34, p. 311)

[3] Colombo A., Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale ha fallito. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025.

[4]https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf

[5] C. Galli, Democrazia, ultimo atto?, Einaudi, Torino, 2023.

[6] A.Volpi,  “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”, Laterza, Roma-Bari, 2024.

[7] A.Huxley, Il Mondo Nuovo, Mondadori, Milano, 2015, p.199.

[8] M.Heidegger, Holzwege. Sentieri erranti nella selva, Bompiani, Milano, 2002, p.761.

[9] M.Guzzi, Transizioni Profetiche. Prospettive di rinascita in un cambio d’epoca, Paoline Edizioni, Roma, 2022, p. 20/21.

Di: e

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