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Un’altra scelta è possibile?
Man-soo è da oltre venticinque anni un pluripremiato dipendente di una nota azienda cartiera, i cui manager decidono di punto in bianco di licenziarlo dopo l’acquisizione da parte di una società americana.
Dopo aver provato invano a rientrare nel mercato del lavoro — tra colloqui senza esito e lavoretti con mansioni di gran lunga inferiori alle proprie competenze — si trova costretto a ridurre le spese familiari. I suoi cari devono così ridimensionare uno stile di vita fatto di corsi di ballo e tennis, mettere in vendita la casa dei sogni (frutto di grandi sacrifici) e rinunciare ai due cani che vivono con loro.
Dopo aver pensato di uccidere il dirigente di una ditta concorrente, che lo aveva scartato umiliandolo, Man-soo si rende conto che la lotta per la successione sarebbe stata comunque spietata e che le sue possibilità di subentrare minime. Pertanto, decide di rintracciare tramite un annuncio gli altri possibili contendenti e, dopo aver individuato i due profili più titolati del suo, si risolve a farli fuori, non senza titubanze.
Divenuto amico del manager della ditta rivale, sopprime anche lui, potendo così finalmente prenderne il posto in un’azienda ormai completamente automatizzata, nella quale Man-soo è l’unico dipendente.
Mentre si riprende la propria vita, la propria casa e la sua quotidianità familiare torna alla normalità, le indagini sulle morti conducono a moventi e responsabili che mettono del tutto al sicuro il vero colpevole.
No Other Choice è una rappresentazione plastica e piuttosto riuscita di un nuovo modello di lavoro e produzione che sempre più si va imponendo. Da questo punto di vista, No Other Choice sta ai nostri giorni come Tempi moderni di Chaplin stava al suo tempo: Chaplin riusciva a raccontare il modo di produrre del taylorismo, nel quale l’uomo diventava parte della macchina, minuscolo ingranaggio costretto a ripetere ossessivamente le medesime azioni meccaniche (stringere bulloni).
Oggi, invece, si ha un ulteriore upgrade che non significa soltanto progresso: l’uomo viene completamente sostituito da una nuova macchina che tutto ingloba, ovvero l’IA che, nata dalle capacità dell’uomo, finisce per divorarlo.
Partiamo proprio dalla scena finale, emblema dell’intero film, nella quale il protagonista, in una sorta di estasi, solitario e vittorioso, è catapultato in una sala macchine che controlla ogni processo di creazione della carta, mentre lui è soltanto il custode di tutto, avendo così rinunciato a quell’arte imparata in venticinque anni di duro lavoro.
Un uomo che da agente diventa agito: succube, mero controllore disumanizzato di una realtà che non gli appartiene.
Tuttavia, resta un uomo con le sue pulsioni e i suoi bisogni materiali. Perdere uno status sociale, perdere un certo stile di vita, rischiare perfino di rinunciare alla casa dei propri sogni, lasciar andare tutto ciò che si è costruito provoca una profonda crisi personale. Pertanto, o ci si adegua alla non-vita del virtuale, o si reagisce in maniera rabbiosa e disorganica o, ancora più spesso, le due cose si sommano.
È un meccanismo insito nelle teorie efficientiste del TPS (Toyota Production System), qui presentate in salsa cartiera coreana, e ora portate all’estremo dalla rivoluzione digitale. La riduzione degli sprechi nella catena produttiva si abbatte — soprattutto in periodi di compressione della domanda — ancor più violentemente su un settore come quello della carta di qualità, che subisce l’influsso negativo della digitalizzazione. Un colpo d’ascia sulla forza lavoro, che lascia dietro effetti sociali devastanti, tra cui l’alcolismo.
Ed è qui che Park Chan-wook, con il suo umorismo graffiante e acuto, coglie gli elementi più disumanizzanti del fenomeno della disoccupazione e dei colloqui di lavoro condotti da persone spesso molto meno preparate dei candidati.
La rabbia sociale che gli individui hanno introiettato in questi anni di compressione dei salari e delle aspettative personali è la medesima di Man-soo, che rimane per tutta la pellicola un soggetto capace di agire, ma di un agire non più vincolato ad alcuna regola etica.
E di quegli elementi che lo rendevano umano — l’affetto familiare e la lotta sindacale — rimane solo la difficoltà di guardare in faccia il suo obiettivo.
Infatti, a un certo punto Man-soo decide di eliminare tre competitor più titolati di lui, anche se questi si dimostrano profondamente umani nei suoi confronti. È un agire che vede come unica possibilità di sopravvivenza quella della lotta, della guerra: un sistema nel quale la concorrenza spietata ci impone di essere naturalmente cattivi, disposti a tutto, perfino a uccidere.
Un modo di agire che il padre ha imparato nella guerra del Vietnam, mentre Man-soo lo impara sul lavoro e lo tramanda al figlio, al fine di evitargli il carcere dopo una bravata giovanile.
Se Charlot compiva, seppur involontariamente e meccanicamente, azioni di rifiuto verso il sistema, Man-soo è pienamente dentro il sistema. Non lo ripudia: anzi, lo accetta e lo fa suo con l’unica qualità che il mondo moderno richiede, la creatività.
Essere creativi è l’unico modo per poter stare al mondo, ma non in quanto forma d’arte: bensì come strumento per ottenere ciò che si vuole, qui e ora.
Il dono della figlia — una bambina che riesce solo a ripetere ciò che viene detto dagli altri, ma con un grande talento per la musica — non è visto come un mezzo di riscatto, ma come qualcosa da riscuotere con la forza, perché unica possibilità per poter stare al mondo autonomamente.
Infine, l’accettare senza minimamente protestare un lavoro presso un’azienda che procede a licenziare tutti i propri dipendenti fa venire meno ogni residua possibilità di redenzione sociale di Man-soo entro un sistema statale che non punisce affatto questo modo di agire.
La polizia che protegge Man-soo invece di indagarlo è un potentissimo emblema di tale sistema: essa è infatti preoccupata che Man-soo possa essere la prossima vittima, visto che tutti gli omicidi hanno riguardato persone impegnate nello stesso settore produttivo, e non arriva a pensare che ciò che lega le morti è proprio la concorrenza sul lavoro.
Il regista coreano ha il grande merito di mettere in scena con cinismo le contraddizioni di una tecnica che non è né neutra né soltanto progresso, in quanto può annientare e divorare.
Però noi dobbiamo chiederci se davvero non ci sia un’altra scelta da poter compiere. Se davvero non ci sia un altro mondo possibile.
La storia è una questione umana, così come l’economia e la tecnica sono questioni di potere. Certamente non è semplice imporre una rivoluzione antropologica e di pensiero; tuttavia si può pensare a un’alternativa, vista la caducità di ogni sistema umano.
La fuoriuscita da un modello nel quale si è considerati soltanto un numero è questione di presa di coscienza e di decisione individuale. Poi questa decisione, onde evitare derive superomistiche, deve fare i conti con un’ontologia dell’essere che è rapporto anche conflittuale con l’Altro, con il diverso (non omologazione con il simile, come Man-soo con la propria moglie che accetta tutto), e infine aderire a un assetto valoriale minimo.
Occorre dunque una nuova azione collettiva emancipativa che ci faccia uscire da questa fase di atomizzazione dei rapporti interpersonali, provocata da politiche votate alla liberalizzazione, alla frammentazione e alla flessibilizzazione dei contratti e dei rapporti di lavoro.
Perché, se è vero che le legittime aspirazioni individuali sono da recepire benevolmente, le grandi questioni che si combattono sul lavoro (sicurezza, salario, orario, parità di genere) restano ancora del tutto inevase da una politica prona a un capitale finanziarizzato e improduttivo.
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