La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.
Il Regno e il senso religioso
«Il Regno è già qui, quotidiano e dimesso e, tuttavia, inconciliabile con le potenze che cercano di travestirlo e nasconderlo, di impedire che la sua venuta sia amata e riconosciuta, o di trasformarlo in un evento futuro. La parola del Regno non produce nuove istituzioni né costituisce diritto: essa è la potenza destituente che, in ogni ambito, depone i poteri e le istituzioni».
(G. Agamben, Quando la casa brucia, 2020)
MALE NON NECESSARIO
Riflettendo sul potere come sovrastruttura che governa, protegge e controlla un determinato territorio e di conseguenza le relazioni, i corpi e le cose che lo riguardano, mi viene spontaneo pensare innanzitutto alle diverse forme di potere opprimente nel mondo d’oggi: che sia l’autocrazia russa o la post democrazia trumpiana, la piovra incontrollabile del sistema economico-finanziario neoliberista (fondato sulla triade malefica sfruttamento-competizione-profitto) o la soffocante e perversa teocrazia iraniana, solo per citarne alcuni. Un’analisi più profonda e disincantata (ma non cinica) sul potere mi porta però a rischiare una strada impervia, sicuramente scomoda: quella di riflettere sul potere come un “male” in sé. Un male che nei secoli ci siamo illusi (e ci hanno illuso) essere necessario, ma non lo è.
O IL POTERE O L’ALTERITÀ
Credo che Cristo, come Figlio di Dio, abbia incarnato (è proprio il caso di dirlo) pienamente la profonda convinzione che alberga nel cuore di ognuno: io sono anche l’altro, dunque senza l’altro non posso essere pienamente me stesso: «Per enunciare con pudore e precisione il movimento della sua fede, con timore o con sicurezza a seconda del caso, il cristiano parla al Signore come l’innamorato o l’amico: “No, non senza te”. “Che io non sia separato da te”. Ma egli si rivolge allo stesso modo agli altri: “Non senza di voi. Non sarei altro che il difensore di una società e del mio proprio successo, senza di voi”»[1].
Questa convinzione nasce da una domanda che mi pongo: “Ho totalmente in potere la mia vita?”. Una domanda che dice di un assurdo negativo, da eliminare, quello che implicitamente ci fa vivere come se fossimo creatori ultimi di noi stessi. Non mi fraintendete: è possibile trasformarsi, trascendersi sempre, ma non crearsi. E allora non possiamo bastarci, non lo possiamo strutturalmente. Manchiamo sempre di qualcosa perché inevitabilmente è Altro che ci ha “tolti dal nulla”, che ci ha dato vita. È ciò che chiamiamo Dio, ciò che per me è Dio-Amore, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e che per salvarci discese agli inferi (cfr. 1 Pietro 3, 19), è sempre negli abissi del nostro male.
POTERE, IDOLO SUPREMO
E allora perché il potere è un male in sé? Perché è un idolo. È qualcosa, cioè, che per sua natura non può rimandare a nulla d’altro, a nulla sopra e oltre sé. Che quindi schiaccia lo sguardo e il desiderio. Perché? Perché di per sé non può relativizzarsi ma solo modificare le proprie forme (fosse anche in senso progressista). Il potere è forse il primo e più forte idolo: è l’anti-comunione, è la morte dell’ascolto, del riconoscersi bisognosi. Il potere (la sua forma più subdola è quella del consumismo) considera l’alterità mai come tale ma solo come terreno da conquistare per riformarlo a immagine di sé. Non a caso, Satana vorrebbe dare a Cristo «tutta la potenza e la gloria di questi regni» (Lc 4,6). Ma Gesù incontra la persona, ricca o derelitta che sia, perché la ama tanto da assumerne la natura. Come scrisse don Giussani, «Cristo nel Vangelo ha esaltato il suo rapporto con i bambini, con gli ammalati, i vecchi, coi peccatori pubblici, coi poveri, con la gente segnata a dito, cioè con la gente socialmente incapace di difesa (…). L’antipotere è l’amore»[2].
CIÒ CHE CHIAMIAMO RIVOLUZIONE
Ma se Cristo come Dio-Amore è l’unica antitesi alle potenze di questo mondo, una rivoluzione che non rende più vera, bella e profonda l’esistenza non è vera rivoluzione, ma solamente un altro stratagemma che il potere usa per replicare, alimentare all’infinito sé stesso.
Opporsi radicalmente al sistema – a ogni sistema – significa quindi opporvisi con amore, quindi rifiutare ogni forma di violenza. Amare l’altro significa anche aiutarlo a liberarsi dalle sue catene economiche, sociali, culturali: la rivoluzione è un atto d’amore. Un Amore liberatore e creatore. E mentre si aiuta l’altro a liberarsi (con la lotta politica, nel senso più alto), oltre a compiere un grande gesto di carità, si libera sempre più anche sé stessi. Non leggete nessuna retorica sentimentalistica in queste parole; si tratta invece di far fruttare, nella gioia, quella nostalgia del Totalmente Altro: il desiderio, cioè, di una comunione piena con Dio, con i fratelli e le sorelle.
Un incontro da non procrastinare, ma da iniziare a vivere qui e ora, perché il bene è sempre il gesto e la parola hic et nunc (non un fine da raggiungere con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo!). Proprio come Cristo, nell’incontro con le persone che incontrava, manifestava loro il Regno già presente (pur in divenire), non compiuto ma pur sempre reale. L’alternativa al potere sta, dunque, nella riscoperta della prossimità, dell’io-tu, del piccolo. Su questo rifletteremo meglio in un prossimo articolo.
[1] M. De Certeau, in La debolezza del credere, 2020.
[2] L. Giussani, Il senso religioso, 1986.
La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!






