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Contro il “Principe”. Il machiavellismo non passi per il Machiavelli
Abbiamo voluto esprimere una nota critica contro il principe machiavellico, ma non contro il “Principe” di Machiavelli, che costituisce di per sé un’opera bellissima. Ogni opera ha un valore contestuale, o storico (veritas filia temporis) e un valore decontestualizzato, o astorico (veritas aeterna). Se non centriamo appieno questa sottile differenza, rischiamo di cadere in ideologizzazioni pericolose. Ad esempio: la “Repubblica” di Platone è stata tacciata da Popper di essere la madre di tutti i totalitarismi. Nulla di più falso! Altro esempio: il pensiero di Marx è stato utilizzato per fare tutt’altro! Solo così possiamo cogliere il vero senso delle cose: va distinto il sub specie aeternitatis dal sub specie temporis. Il post-modernismo ha subito tacciato di metafisicheria il valore eternale delle teorie. Così, c’è un fascismo storico ed uno eterno. Amadeo Bordiga aveva capito questo senso finissimo delle cose, quando si esprimeva chiaramente e distintamente in questi termini: «Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici»[1]. Pensiamo all’uso spropositato che è stato fatto del “Principe”, il quale, a nostro modesto avviso, è solo una parte periferica del corpus machiavelliano e non determinante e ci fa dimenticare il Machiavelli repubblicano, quello dei “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”, quello delle “Istorie fiorentine”, ove ritroviamo anche un Machiavelli socialista, quando fa proferire al Ciompo un famoso discorso:
«Perché tutti gli uomini, avendo avuto uno medesimo principio, sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti a uno modo.
– Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro ed eglino delle nostre: noi senza dubbio nobili, ed eglino ignobili parranno, perché solo la povertà e le ricchezze ci disagguagliano»[2].
Non possiamo, per così dire, far passare un Machiavelli repubblicano per un repubblichino.
Le weltanschauung storico-mondane possono essere utopiche, se prospettate in avanti, al futuro, retro-topiche, se prospettate al passato, o eco-topiche[3], se prospettate al presente, ma possono essere anche a-topiche, cioè a-contestuali. Nei periodi di crisi di solito si guarda al futuro. Pensiamo al Seicento, come esempio princeps: in quel secolo è sorta Utopia di Moro, la Città del Sole di Campanella, la Novella Atlantide di Bacone. Ad uopo si succedono, come già prevedeva Saint Simon, periodi di crisi a periodi di stabilità. Ciò è vero anche per la scienza, stante alla teoria kuhniana delle rivoluzioni scientifiche. Nei periodi di stabilità si può guardare al passato, o al presente. In base a questa direzione vettoriale della visione storica, si possono produrre tre topo-tipi storicistici: i passatisti[4], i presentisti e i futuristi, in più gli “eternisti”. Pensate ad una visione “eternista” del Principe quali effetti può produrre? Oggi, ad esempio, una visione retro-topica non corretta ci può portare dritto al fascismo. Il guardare indietro a volte è pericoloso: pensate alla moglie di Lot, o alla moglie di Orfeo. Guardare indietro pietrifica. Gli umanisti e i rinascimentali, come anche un Machiavelli, erano passatisti, cercavano un modello sociale da imitare nel passato, idealizzando il passato. «Gli antichi siamo noi!» esclamava Leonardo. E di fatto gli umanisti seppero, in maniera originale, creativa, reinterpretare il passato. Così ci può anche stare.
Tutti i dittatori del Novecento hanno studiato la “Repubblica” di Platone, il “Principe” di Machiavelli, la “Psicologie delle folle” di Gustave Le Bon, ma in che modo hanno interpretato le idee contenute in questi testi? In che modo le hanno applicate? Bisogna stare attenti! Platone, Machiavelli, Le Bon e tanti altri, non sono assolutisti, “principisti”. Si è confuso Machiavelli col machiavellismo, Marx col marxismo. Giustamente il professore Oldrini esclamava:
– Io sono marxiano, non marxista!
Ad esempio, la visione futuristica, confusa con quella presentista, produce ansietà ed angoscia, mania, quella passatistica melancolia e depressione. Per avere un’idea chiara di questa prospettivistica, dovremmo rileggere Agostino: il presente del passato, o memoria, il presente del presente, o intuizione, il presente del futuro, o attesa. Noi presentifichiamo tutto.
L’elaborazione politica del “Principe” matura il Machiavelli da dopo il 1513, anno del ritiro all’”Albergaccio”, come anche quella dei “Discorsi”. Anche qui si può notare un’analogia col Dante in esilio, che man mano si sposta verso il monarchismo. Un’altra analogia la si può notare nel Mussolini fascista. Abbiamo dimenticato che la parte più pregnante della vita di Mussolini è quella di militanza attiva nel socialismo rivoluzionario. Perché c’è questa involuzione? Il Machiavelli lamenta con l’amico Vettori l’emarginazione politica cui viene condannato. Situazione simile in Dante, simile in Mussolini! Nel momento in cui Lenin lancia la Terza Internazionale con la pretesa di allineamento unilaterale, ecco, i socialisti si estremizzano sui poli e confluiscono all’estrema sinistra e all’estrema destra! I fascisti originari erano socialisti delusi, altrimenti non si spiega l’ascesa di un moto balordo, qualunquista, populista e nichilista. Un fenomeno analogo è accaduto dopo la caduta di Craxi. Bisogna stare attenti alle sfumature della storia.
Il Machiavelli dei “Discorsi” scruta la storia della Repubblica Romana e soprattutto la lotta tra patrizi e plebei, attraverso la quale si costituisce l’equilibrio repubblicano. La repubblica si fonda sull’equilibrio tra le classi sociali. E soprattutto – aggiungiamo – quando una minoranza giunge al potere con la violenza ed impone il suo programma politico abbiamo il totalitarismo, quando governa una maggioranza e la minoranza è libera di esprimersi abbiamo una democrazia. Sempre un regime è, che sia fascista, che sia democratico. Marx similmente aveva ben compreso che il motore della storia è lotta tra le classi per il potere. Il Machiavelli del “Principe” è un Machiavelli deluso. Al Principe, che sia Lorenzo de’ Medici, o Cesare Borgia o chiunque altro, rivolge l’esortazione di pigliare l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari. Il Principe diviene così un’opera messianista, apocalittica, né più né meno come un vangelo. Il Principe porta al Duce. Il fascismo si radica nella mentalità storica delle Signorie. Il Principe porta inevitabilmente al culto della personalità. Il culto delle personalità si sostituisce al culto dei santi. Cioè porta a quella religione laica che ha animato i totalitarismi del secolo XX. I totalitarismi hanno base religiosa, messianica. I modelli non mancavano neppure a Machiavelli stesso: dalla Ciropedia senofontea ad Aristotele, Cicerone, Egidio Colonna, Pontano, e tanti altri minori. Ma perché tutta questa foga nell’esaltazione dei tiranni? Da dove sorge? Dalla delusione, dallo smarrimento, dall’esclusione! Se non teniamo presente questo stato d’animo noi fraintendiamo le opere dei grandi. L’artista non è l’opera d’arte, come sosteneva Croce, no! No! No! L’opera d’arte dipende dall’artista. Dobbiamo contestualizzare, non decontestualizzare. E per di più questo principe si trasfigura in un mostro che deve essere temuto, più che amato, che deve essere volpe e leone, cioè usare la forza e l’astuzia. È la logica di un Trasimaco. A questo nuovo culto del principe contribuisce nondimeno la teologia luterana e protestante in genere, la quale insemina quel germe che porterà al Fuhrer-prinzip, con la virtù della cieca obbedienza al capo. Si inerpica quel distorto cammino che da qui porta alla cieca etica kantiana, fondata sul dovere assoluto, e da Hobbes conduce ad Hegel e di qui al nazismo. Ci meravigliamo di un Eichmann e della “banalità del male”? Quel pessimismo machiavellico porta alla scissione tra etica e morale e tra religione e politica, con la pretesa di un realismo. Nessuna potenza soprannaturale potrà garantire all’uomo politico, per quanto egli possa essere capace, buono, la sopravvivenza. Nasce il darvinismo politico. L’attivismo rinascimentale, l’homo faber, prende una brutta piega. Machiavelli escluso è un risentito, come il Mussolini espulso dal Partito Socialista dopo la lotta tra neutralisti e interventisti, come il Dante cacciato dall’urbe. Alla base del culto unilaterale della personalità c’è il risentimento, un brutto sentimento. C’è in fondo quella nietzschiana morale debole, oltre che dei deboli, che ostenta la sua forza nella violenza del potere. Un uomo al potere manifesta la sua essenza nella pienezza. Se al potere va un insicuro, come un Hitler, uno Stalin, costui genera l’inferno sulla terra. Il dispotismo produce adulazione, corruzione, scissione insomma tra essere reale ed essere politico. Produce asimmetria e distopia tra bourgeois e citoyen. Come fa un Machiavelli che nei “Discorsi” si erge contro la tirannide, contro il mito di Cesare, esaltando invece un Bruto, arrivare all’esaltazione principesca[5]? Come si fa a giungere a cotale pessimismo? «Nasce da questo una disputa: s’elli è meglio essere amato che temuto o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché gli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno dei dua. Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che essi siano ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno, e mentre fai loro bene, sono tutti tua, offeronti el sangue, la roba, la vita, e figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto, ma quando ti si appressa, e’ si rivoltano»[6]. La maggior parte dei modelli di potere sono fondati sul timor, sull’homo homini lupus, sull’hobbesiano bellum totale: tali sono un Mussolini, un Hitler, uno Stalin. Ma ci sono anche modelli fondati sull’amor, come Marco Aurelio, Cristo, Gandhi. Non è vero che il modello machiavellico sia assoluto. I poteri fondati sulla violenza di solito periscono di violenza: qui gladio ferit gladio perit. Ma la paura cosa può produrre, se non scissione, lacerazione psicofisica, quindi schizofrenia sociale? L’uomo per natura è nato libero, così, come sosteneva Spinoza nel suo capolavoro, il “Trattato teologico-politico”, che anticipa Rousseau: il dispotismo è la peggiore forma di governo, perché nega la libertà, genera fobia e instabilità, si fonda sulla superstizione e sull’inganno. Il principio di ogni principismo è: ogni uomo è nemico dell’altro uomo. Lo stato diventa un rifugio dal timore reciproco. Così si innalzava il contrattualismo hobbesiano, memore di quello atomistico degli Atomisti ed epicurei. Ma uno stato del genere è meglio che non sorga. Che sorta di contratto sociale è quello che ti inculca: trasferisci ogni potere al capo ed egli ti proteggerà e ti farà salva la vita? Il contratto sociale ha fatto una escalation che parte dall’assolutismo monarchico e tramonta all’assolutismo democratico rousseauiano. Dalla monarchia assoluta alla democrazia assoluta: che differenza c’è? La volontà generale è pericolosissima, nega ogni volontà individuale, instaura il totalitarismo.
La visione pessimistica dell’uomo conduce, poi, a quella esaltazione dei capi: affidarsi ciecamente ai capi. È un moto anche di deresponsabilizzazione. È più facile obbedire ai comandi che comandare a sé. Marco Aurelio sosteneva che il vero potere non è sugli altri, o sul mondo, ma sulla propria mente. Kant redarguisce: «È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione»[7]. È tanto comodo lasciar pensare ad un’IA. Lo stesso sistema formativo globale provvede a forgiare degli esecutori, più che dei pensatori.
Il principe diviene invece l’arbitro della Fortuna, la nuova Provvidenza laica, come lo scienziato moderno diviene il ministro del Fato, la nuova Provvidenza laica naturalistica. Il fato spiega la ricorsività dei fenomeni naturali, la matematizzazione e il meccanicismo della natura Machiavelli fu uno scienziato della politica e Guicciardini fu il suo alter ego: «Guicciardini nega tutto quello che il Machiavelli nega, e in forma anche più recisa, e ammette tutto quello che il Machiavelli ammette. Ma è più logico e più conseguente. Poiché la base è il mondo com’è, crede un’illusione a volerlo riformare, a volergli dare le gambe di cavallo, quando esso le ha di asino, e lo piglia com’è, e lo acconcia e ne fa la sua regola e il suo istrumento. Conoscere non è mettere in atto. Ciò che è nella tua mente e nella tua coscienza, non può essere di regola alla tua vita. Vivere è conoscere il mondo e voltarlo a benefizio tuo. Tieniti bene tutti, perché «gli uomini si riscontrano». Stai con chi vince «perché te ne viene parte di lode e di premio» …»[8]. Questa è la nuova tavola dei valori degli umanisti esaltati da Nietzsche. La virtù suprema è l’albertiano dominio della fortuna: Homo faber fortunae suae, che si sostituisce al vecchio principio Deus faber fortunae omnium. L’esaltazione dell’individualismo, del volontarismo e dell’attivismo porta al principismo. La scienza politica approda anche essa al meccanicismo e non al finalismo, al determinismo e non al libertismo.
Il principismo machiavelliano porta inevitabilmente al fascismo, che non è una crociana parentesi, o un’uscita fuori di testa, un’estasi. Il Principe porta all’eroe cosmico di Hegel[9] e questi all’oltreuomo di Nietzsche, al superuomo dannunziano e questi al Duce e questi al Fuhrer. Il totalitarismo è un neo-cesarismo. La cosa più grave è che anche un Gramsci si fa infatuare da codesto principismo e vede nel partito comunista il novello Principe: cosa perniciosissima, che ha portato ai totalitarismi di sinistra e alla negazione del socialismo vero. Il socialismo ha preso la via del Principe e non quella giusta, quella del consiliarismo, propugnata, invece, da una Luxemburg.
Il principismo deriva dal ressentiment, dal vittimismo cosmico, di cui era vittima lo stesso Nietzsche e lo stesso Machiavelli. C’è un ressentiment inconscio che è peggiore di quello conscio. È lo stesso sentimento di Satana. Il titanismo deriva da questo risentimento, dalla sindrome di Titone, dal “titonismo”. Il partito non deve fare politiche di egemonie, non deve erigere nuove classi dominanti, perché così il sistema di potere non cade mai e non si raggiunge mai la società socialista autentica, autogestita, senza bisogno di capi. Il partito non deve dominare, deve servire la classe dei lavoratori e deve servire ad essa. Il principismo si coniuga bene col personalismo becero, col culto della personalità, che ha prodotto tante nefandezze nella storia.
[1] Passo di Una intervista ad Amadeo Bordiga, riportata in «Il comunista», n. 175, Dic. 2022.
[2] N. Machiavelli, Istorie Fiorentine, III,13.
[3] Ricorda la stoica οικεῖοσις.
[4] Laudatores temporis acti.
[5] Cfr. N. Machiavelli, Discorsi, I,10
[6] N. Machiavelli, Principe, c. XVII.
[7] I. Kant, Che cos’è l’Illuminismo?
[8] F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Torino 1958, p. 614.
[9] Hegel dedica al Principe una sezione del cap. IX della Costituzione della Germania (1830).
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