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Nel calcio, come nella vita, esistono le categorie?


21 Feb , 2026|
| 2026 | Visioni

«Perché ci sono le categorie, come dice il mio amico Massimiliano Allegri»

Francesco Repice, noto radiocronista sportivo italiano.

Ma che cosa si intende quando si parla di «categorie»? E soprattutto perché assistiamo alla rinascita di questo problema all’interno del nostro dibattito Culturale e sportivo? Il contesto: è il maggio del 2019, il primo brillante ciclo di Allegri da allenatore della Juventus sta volgendo al tramonto in modalità sempre più malinconiche (nonostante il quinto scudetto consecutivo conseguito, la sconfitta contro l’Ajax ai quarti di finale di Champions League sembra rappresentare un punto di non ritorno per l’ambiente bianconero), e soprattutto in un momento storico in cui comincia ad inasprirsi la discussione su un presunto «bel gioco» e su che cosa significhi giocare bene. Da questo punto di vista Allegri rappresenterebbe il modello di un calcio difensivo, conservatore, superato, ormai, dalla «modernità calcistica». Così, nella conferenza stampa di addio, l’allenatore livornese passa alla controffensiva: «nella vita e nel calcio ci sono le categorie. Se un allenatore non vince mai ci sarà un perché. Io al gabbione a Livorno i tornei li ho sempre vinti tutti. Altri no. Non c’è più mestiere, è tutta teoria».

E questo tema delle «categorie» – che qui ci interessa come problema Culturale, oltre Allegri – è stato subito accolto con entusiasmo, ed è cominciato ad entrare nel tessuto del nostro dibattito Culturale come la rinascita di qualcosa di «antico», di «primordiale»: una critica a quell’egualitarismo progressista che ci vorrebbe tutti uguali, indifferenziati. Le «categorie», allora, sarebbero come delle «caste» da intendere alle soglie del gerarchico – differenze di struttura tra persona e persona, sulle quali è impossibile intervenire. «Ci sono quelli che vincono e quelli che non vincono mai, piaccia o non piaccia» – ancora Allegri, che ritornerà più volte su questo tema, divenendo la guida principale di questo contrasto, inizialmente sportivo.

Ma appunto, se ne parliamo, è perché questo tema va oltre Allegri, e cioè va oltre il calcio in senso stretto, riguardando, piuttosto, una visione teorica complessiva, da prendere seriamente in considerazione, perché dentro le pieghe, e dunque dentro l’antropologia, del nostro Paese. D’altronde era lo stesso Allegri ad accentuare un’universalità metodologica delle «categorie», che esistono sì «nel calcio», ma anche, e forse soprattutto, nella «vita». E allora se ne va della «vita», ne va anche della nostra Cultura (non solo sportiva) e bisogna dunque interrogarsi su da dove arrivi una «concezione del mondo» siffatta (contro cosa essa muova) e su quali siano le sue possibili problematiche.

Si potrebbe dire, molto sinteticamente, che questo tema delle «categorie» ritorni, polemicamente, contro una Cultura moderna che si interpreterebbe come piatta, indifferenziata, solo falsamente «egualitaria». Un’opposizione al contemporaneo che vedrebbe nella reintroduzione degli ordini o dei livelli – anche «spirituali» – la possibilità di ritornare ad un «passato mitico», all’interno del quale l’armonia collettiva si costituiva proprio attraverso le differenze. Insomma, una visione del mondo che nasce e si forma da un’insoddisfazione verso il presente, e quindi dall’impossibilità di vivere all’interno di esso, ma di cui, ora, si dovranno indagare tutte le sue possibili conseguenti implicazioni.

Perché ciò che risalta, innanzitutto, in questo richiamo alle «categorie» è l’integrale assenza di Storia, o dell’origine sempre contingente degli individui. Una teoria delle differenze specifiche che varrebbe solo nei risultati, mai nelle condizioni di partenza (che siano esse economiche, Culturali, o spirituali) – il che non può che condurre ad un’uguaglianza di fondo, o un «indifferentismo», delle origini. Ma ciò che manca, allora, è il riconoscimento della complessità o tortuosità di ogni «vissuto», tutto quel portato storico ed esistenziale che accompagna la formazione dei Singoli e delle comunità. Partire dalla conclusione, o dai risultati, significa, invece, «eternizzare» il presente, immobilizzare il mondo: una ripetizione sempre uguale di coloro che vincono e di coloro che sono sconfitti (e che, allora, lo saranno per sempre…). Eppure la storia ci insegna come le vie ed i tentativi singolari di un’esistenza siano così vasti e stratificati che racchiuderli in una formula (o in una «categoria») significa, in realtà, irrigidire la Vita stessa.

Non esiste, infatti, l’individuo assoluto, totalmente separato dallo spazio esterno – piuttosto dei Singoli che si danno nel mondo, che si formano (e si sformano) sempre all’interno di specifici contesti. Ed eludere tutto questo significa, invece, confondere contingenza ed Assoluto, eternizzare quello che è «già dato» da un punto di vista storico. Come caso paradigmatico, tornando allo sport, si può assumere Maurizio Sarri, a cui forse si riferiva Allegri in quella conferenza stampa di addio nel momento in cui, a proposito degli «allenatori che non vincono», continuava: «non faccio un nome, se no viene già tutto». Ma, appunto, si potrebbe dire che è proprio la differente storia di Sarri che rende impossibile, «in assoluto», un confronto con Allegri. Perché, infatti, l’attuale allenatore della Lazio, figlio di operaio, non è mai divenuto calciatore professionista e, conseguentemente, per allenare ha dovuto iniziare dalla seconda categoria prima di giungere, dopo 25 anni e decine di squadre, alla sua prima panchina in Serie A con l’Empoli solamente nella stagione 2014/2015.

Dopo essere stato dunque alla guida dell’Empoli e del Napoli (il periodo, secondo una narrazione illogica, ma tutt’ora in voga, di un «bel gioco» solo «teorico»), Sarri diventerà, nel giro di due anni, allenatore prima del Chelsea e poi della Juventus, squadre maggiormente strutturate nonché più attrezzate economicamente, conseguendo due prestigiosi trofei (Europa League nel 2018/2019 e Serie A nel 2019/2020), ed entrando solamente a 60 anni già compiuti nella categoria di «quelli che vincono». Ma come, allora, le «categorie» – questa suddivisione rigida del mondo – possono aiutare a comprendere una figura stratificata come Sarri? Piuttosto, la vicenda esistenziale e sportiva di quest’ultimo costituisce una dimostrazione di come sia limitativo discorrere di «categorie» eterne, o aprioristiche, e di quanto, invece, sia più importante comprendere e riconoscere la Storia, la contingenza, e dunque i vissuti (o le vie) individuali, sempre differenti.

Insomma, questo ritorno alle «categorie» – e cioè questa presunta rinascita della Singolarità contro alcune tendenze moderne – appare in realtà, alla prova dei fatti, come un movimento antiesistenzialistico. Perché l’esistenza, appunto, è Storia, «vissuto», ma soprattutto l’esistenza è anche «caos», in opposizione a ciò che è definitivamente rigido o ordinato. Ed in realtà è lo stesso Allegri che sottolinea costantemente l’aleatorietà del calcio (o della vita), l’impossibilità di controllare ogni aspetto e dunque la necessità di saper stare nella contingenza e nei suoi sempre differenti «momenti». Il punto, tuttavia, è che questa preminenza della contingenza sembrerebbe applicarsi solamente al mondo esterno, e mai al Singolo individuo, che invece ne risulterebbe separato e che potrebbe controllarne, se appartiene alla giusta «casta», i suoi molteplici processi. In una formula sintetica – totale contingenza per il mondo, massima rigidità per gli individui.  Ed è questo il profondo limite, perché «definire» in una formula una Singolarità – e cioè donargli compiutezza, inizio e fine – significa opporsi a quel carattere strutturalmente diveniente e aperto dell’esistenza, all’impossibilità di abitare mai in modo definitivo una qualsivoglia «Forma». Scriveva il giovane Lukács: «l’esistenza è un’anarchia del chiaroscuro: nulla si realizza totalmente in essa, mai nulla giunge a compimento; continuamente s’inseriscono nuove voci, che creano confusione, nel coro di quelle che già echeggiano». Ecco allora l’utopia impossibile di questa «rinascita delle categorie»: donare una Forma definitiva alla vita.

Caratteristico dell’esistenza, piuttosto, è l’eterna potenzialità, e dunque la strutturale «incompiutezza», che si rivela, in purezza, in quei caratteri in formazione, impossibili da ascrivere aprioristicamente in alcuna «categoria» e che, tuttavia, potrebbero esplodere da un momento all’altro. Allora uno dei limiti di questa teoria delle «categorie» rigide, necessarie (alle soglie del meccanicismo) è il seguente: bloccare il movimento diveniente, trattenere ciò che non era in alcun modo prevedibile. Ogni Singola esistenza, invece, percorre le sue strade, le proprie vie, ed è peccato mortale «chiuderla» a priori in un determinato livello o ordine. E questo a maggior ragione nel nostro periodo storico dove – in odio contro alcune tendenze del moderno – bisognerebbe romperle le «categorie», piuttosto che cristallizzarle.

Concludendo, questa critica alle «categorie» – in cui siamo partiti dal calcio per andare molto oltre di esso, in direzione della nostra Cultura – non significa ritornare ad un indifferentismo egualitario, o peggio al «sogno americano» di poter diventare, neutralmente, qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Piuttosto, significa rideclinare il tema della differenza specifica non più in modalità categoriali o gerarchiche, bensì in un senso integralmente esistenziale. In una formula: molteplici possibilità differenti, quanti individui e solitudini differenti – non più le categorie, bensì gli stili eterogeni ed i tentativi sempre singolari. Perché poi ciò che sembra decisivo in questa Storia nemica che abitiamo è proprio la necessità di prestare ascolto a ciò che è incompiuto, o che non ha forma – come se questi tentativi esistenziali (e antropologici) potenziali e mai aprioristici, pronti un giorno ad esplodere, custodissero oggi una relazione privilegiata con il problema della critica e della rottura di un mondo ormai, totalmente, convenzionale.

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