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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
Parte 3
Tecnologia, modo di produzione, nuovi equilibri
L’esito della guerra in Ucraina è stato determinato non da uno specifico sistema d’arma (nella fase iniziale del conflitto la superiorità ucraina/NATO nei droni e nella catena di comando digitalizzata era significativa), ma dalla quantità e qualità delle risorse materiali e umane e dalla capacità di “mettere a terra” lo sviluppo tecnologico e scientifico in tempi e quantità superiori.
Un’affermazione fondamentale e riassuntiva dell’articolo di Baluevsky e Pukhov (2) è la seguente:
«La campagna in Ucraina ha segnato la fine di quasi un secolo di dominante concezione di guerra meccanizzata, caratteristica delle società industriali.» (ibidem)
In accordo con quanto sostengono Qiao Liang e altri teorici cinesi, è la tecnologia il cuore della potenza militare, ma soprattutto la capacità di adattarsi ad essa con creatività, sfruttando i propri punti di forza e individuando quelli di debolezza degli avversari.
Il fatto che si stia parlando di guerra simmetrica (e di confronto simmetrico) indica che si confrontano sistemi produttivi che hanno capacità di sviluppo tecnologico comparabili, capacità produttive competitive, capacità importanti di gestione dei sistemi informativi e comunicazionali, capacità di relazioni internazionali che amplino le risorse dei contendenti.
Qui sarebbe utile iniziare una riflessione su come la struttura del sistema produttivo incida sulle scelte tecniche, strategiche e tattiche di ciascun paese, e su come ciò porti situazioni inizialmente e potenzialmente simmetriche a realtà operative di reale disequilibrio.
Come gran parte degli analisti rilevano, la “sorprendente” capacità russa di produrre armi ed equipaggiamenti in grado di sovrastare l’intera produzione dei paesi della NATO, nonostante una forza economica ritenuta una frazione degli stessi, è legata in grande misura alla proprietà statale dell’apparato militare-industriale. Tale ruolo dello Stato nell’economia è stato rafforzato in Russia dal 2014, anno in cui — Georgia, Ucraina, Siria — è diventata evidente la volontà americana di smontare pezzo a pezzo la potenza statale russa, escludendo ogni tentativo di composizione degli interessi. Questo processo di ritorno alla decisionalità politica nell’economia ha avuto un impulso straordinario dopo la guerra in Ucraina, riportando sotto controllo diretto o indiretto dello Stato tutte le attività strategiche russe, cancellando di fatto, anche se non ancora di diritto, le privatizzazioni forsennate degli anni ’90.
Ciò ha significato razionalizzazione delle produzioni, costi ridotti perché privi dei giganteschi margini di guadagno delle aziende private occidentali, possibilità di modificare le richieste senza passare attraverso la contrattualistica privata. Tra le tante lobby che in Occidente prosperano sul business militare, ed hanno un potere spropositato nel determinare politiche e scelte, in Russia (ed ancor più in Cina) prevale la ragion di Stato: le necessità che emergono dal campo di battaglia. La politica è al comando.
Questa differenza inizia ancor prima della fase di produzione, in quella dello sviluppo dei progetti di armamenti, che nell’Occidente finanziarizzato rispondono a criteri di massima redditività del prodotto finale e dello stesso processo di progettazione, senza alcun riguardo per i costi unitari ma soltanto per la massima soddisfazione dei requisiti richiesti, con la massima sofisticazione possibile. (6)
Ancora prima, lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica è orientato da indicazioni politiche e di governance, che definiscono anche gli stanziamenti necessari in base alle necessità individuate e operano attraverso strutture pubbliche ad ogni livello.
Quando si arriva alla produzione di materiali, la diversa impostazione del sistema sociale e produttivo comporta, alla prova dei fatti sul campo di battaglia ucraino, una progressiva accentuazione delle differenze. Inizialmente meno reattiva, la parte russa ha rapidamente modificato la postura, adattandola alle esigenze che emergevano.
Questo è vero sia per la parte quantitativa, dirottando risorse da altri settori, sia — e soprattutto — per la parte qualitativa. La più grande fabbrica russa di mezzi corazzati, che dal 2022 lavora su turni di 24 ore ed ha espanso di parecchie volte la sua capacità produttiva, pare abbia recentemente deciso di ridimensionare in parte il proprio personale, trasferendolo ad altre fabbriche di componentistica più utile per i nuovi sistemi d’arma. È stata avviata un’attività programmata di “dronizzazione” a livello regionale in tutto il paese per stimolare la crescita economica e strategica dell’intera economia nel settore.
Contemporaneamente l’esercito russo ha attuato una profonda ristrutturazione della sua organizzazione, creando un corpo autonomo (7) in cui sono confluiti tutti gli addetti ai droni, dalla progettazione e sviluppo alla formazione e addestramento, fino all’utilizzo sul campo sia con funzione di ricognizione sia di difesa e attacco. Questa scelta è stata realizzata in tempi brevissimi ed ha fatto seguito alla sperimentazione di Rubicon, un reparto che ha raccolto i migliori operatori di droni già dal secondo anno di guerra.
Non possiamo evitare di sottolineare che gran parte degli investimenti colossali che l’Europa sta programmando sono invece diretti a far sviluppare la produzione di carri armati (in parziale sostituzione delle auto sempre meno competitive). Rheinmetall e Leonardo, aziende leader in Europa nel settore militare, hanno avuto ordini miliardari dai loro governi per centinaia di carri armati e progetti di nuovi carri futuribili. Sarebbe da ridere se non fossero soldi sottratti al welfare e allo sviluppo.
È vero anche che gli orientamenti generali del sistema produttivo rispondono a interessi specifici. In Occidente, in particolare dopo il 1990, la politica è stata totalmente sottomessa agli interessi dei grandi gruppi finanziari multinazionali, eseguendone i desiderata fino a creare una situazione paradossale, in cui un singolo imprenditore privato ha negli USA il controllo delle attività spaziali e di comunicazione satellitare, e decide in autonomia se fornire o meno alle truppe ucraine i suoi sistemi di comunicazione.
La fine dell’immunità dell’impero talassocratico
La protezione data dagli oceani e dai mari prima all’impero inglese e poi a quello statunitense sta diventando un ricordo, e lo sarà sempre di più nell’arco di pochissimi anni. Anzi, sistemi d’arma come Poseidon e Burevestnik utilizzeranno gli immensi spazi oceanici, molto meglio dei sottomarini nucleari con capacità di lancio ICBM, per celarsi alla scoperta e portare minacce non intercettabili.
Paradossalmente la corsa al riarmo nello spazio, sempre più chiodo fisso di Donald Trump nella speranza di costruire lì una barriera di difesa invalicabile per blindare la “fortezza America”, sarebbe, se effettivamente implementata nonostante i costi pazzeschi e le incertezze tecnologiche, un ulteriore passo verso l’insicurezza, perché aprirebbe la strada all’occupazione dello spazio da parte dei competitori con armamenti non solo difensivi ma offensivi, anche meno intercettabili di quelli attuali e certamente meno costosi.
L’arroganza imperiale durata tre secoli di inglesi e americani era basata su una certezza di immunità: non avendo vicini pericolosi confinanti, protetti dal “muro d’acqua”, potevano dedicare le loro risorse alla proiezione di potenza all’estero, senza temere di pagare prezzi troppo elevati per qualsiasi scelta facessero, per quanto aggressiva e criminale essa fosse.
È persino patetico l’agitarsi di Ursula von der Leyen e dei sodali europei per “riarmare l’Europa”.
Riarmare cosa? Con che scopi? Con che armi?
Probabilmente non ci si rende conto dell’effetto collaterale e di lungo periodo della decisione di “abbaiare alle porte” della Russia. In Ucraina non solo si è consumata una sconfitta epocale della NATO, ma si sono consolidati i nuovi equilibri geopolitici e militari del mondo.
La Russia, costretta all’angolo, ha reagito come da sua tradizione e capacità: ha via via affinato l’unico esercito moderno veterano esistente oggi, implementando le novità tecnologiche in una macchina efficace nel colpire e distruggere bersagli ormai non difendibili. Lo ha fatto adattandosi e progredendo, mentre in Ucraina si consumavano centinaia di miliardi delle armi più potenti a disposizione della NATO, con lo sforzo congiunto di decine di Paesi, e si distruggevano le basi dello sviluppo economico della stessa UE. Prima di ogni altra cosa, si è dimostrato al mondo intero che l’Occidente collettivo è una tigre di carta del tutto inaffidabile moralmente e giuridicamente, incapace di affrontare razionalmente le sfide della convivenza e del governo mondiale.
Ciò che dovrebbe premere alle classi dirigenti europee, o almeno alle nostre, è convincere la Russia che non avrà più bisogno del suo esercito e potrà tornare serenamente a dedicarsi ai commerci e allo sviluppo, come è nel comune interesse di ciascun paese europeo.
Lo slancio militar-patriottico delle classi dirigenti europee, orfane della copertura settantennale dell’ombrello USA, si pasce nell’illusione che con un adeguato esborso di quattrini si possa andare a un confronto militare con la Russia (senza peraltro individuarne alcun motivo). Ma non hanno letto né di storia né di dottrine. La guerra con la Russia, che pare una prospettiva così eroica ai nostri piccoli uomini di potere e al sistema massmediatico, durerebbe da cinque a dieci ore, sempre che rimanesse qualche pezzo di governo in grado di trattare la resa, perché sarebbe una guerra nucleare monodirezionale. L’ultima cosa che interesserebbe ai russi è impelagarsi in una guerra infinita contro il quadruplo dei propri abitanti ed economie dal potenziale dieci volte superiore. Il trattato di Mosca del 1990 ha consentito l’unificazione delle due Germanie, ma a condizione che mai la Germania costruisse un esercito nella parte est né tanto meno si dotasse di armi nucleari. Quel trattato non potrà essere infranto.
Ma per capire che la collaborazione (quanto più disarmata possibile) con la Russia è l’unica strada percorribile serve una classe politica interessata al proprio paese, non costruita in laboratori esteri che si sono dimostrati strategicamente fallimentari e tatticamente inadeguati, e hanno prodotto impresentabili caricature in una parodia di governanti. La UE uscirà a pezzi da questa prova, avendo clamorosamente fallito in tutti i suoi obiettivi di pace e benessere.
Note
(2) Yuri Baluevsky, generale dell’esercito, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Federazione Russa (2004-2008); Ruslan Pukhov, direttore del Centro per l’analisi delle strategie e delle tecnologie.
https://globalaffairs.ru/articles/czifrovaya-vojna-baluevskij-puhov/
(6) Costo unitario stimato dei più avanzati mezzi corazzati: M1A2 Abrams SEPv3 (USA) 24 m; Leopard 2A8 (Germania) 29 m; Challenger 3 (GB) 12 m; Merkava Mk4 (Israele) 10 m; T-90M (Russia) 3–5 m; Type 99A (Cina) 2,5 m.
(7) Unmanned System Forces, ramo separato delle forze armate, al vicecomando di Sergey Ishtuganov (alla data in cui scrivo il comandante non è stato comunicato).
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