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Nei pannelli espositivi del British Museum è vietato ogni riferimento alla Palestina
È più riprovevole l’ordine rivolto da potenti gruppi israeliani al direttore del British Museum di cancellare dai pannelli espositivi dei reperti di origine palestinese ogni riferimento alla Palestina, sostituendoli con espressioni come “cananeo” e “giudeo”, oppure la rassicurazione menzognera del suddetto direttore alla comunità palestinese residente nel Regno Unito, secondo cui quella cancellazione non sarebbe mai avvenuta? Nulla quaestio, perché Cullinan ha provveduto alla sostituzione dei termini in oggetto e, se Cullinan esegue gli ordini di Israele, entrambi, in un modo o nell’altro, perseguono gli stessi obiettivi.
Sulla credibilità intellettuale di una figura come Cullinan sorgono a questo punto molti dubbi. Su quanto sia credibile come direttore di un’istituzione tanto importante quale il British Museum, ma anche su quanto sia moralmente rispettabile semplicemente come essere umano. Solo in epoca nazista si è realizzato un allineamento tanto forte ai voleri della classe dirigente di un solo Paese.
La cultura è dunque prona ancora una volta al potere, che mantiene un assedio sempre più serrato intorno al popolo palestinese, restringendone ulteriormente le pertinenze: terra, vita, futuro, passato, tutto è in pericolo, pronto a scomparire. E si sa: scomparire quando non si possiede nemmeno un nome è molto più semplice e veloce.
In quel nome qualcuno obietterà che non c’è vita e che i palestinesi, grazie al piano di pace di Trump, sono invece vivi. Non scenderò nel merito di quanti morti produca ogni giorno quella pace; mi limiterò a sottolineare che la cancellazione dei nomi, individuali o di un intero popolo, è sempre il preludio della morte fisica, individuale o collettiva.
La cultura accoglie e custodisce i nomi di ogni cosa. Decenni di pace ci hanno però fatto dimenticare che anche la cultura può corrompersi, perché corruttibili sono gli uomini. Far valere oggi la legittima applicazione di un principio virtuoso può essere pericoloso, e non tutti sono disposti a rischiare. Cullinan sa bene che la comunità scientifica prima o poi ricorderà le sue scelte, ma sa anche che è molto probabile che a quel tempo non sarà più nemmeno in vita; e allora che importa una macchia sul nome di chi non potrà più vergognarsene?
Una minoranza idealista si indigna, la cinica maggioranza invece non si nutre di ideali. Non si registrano contestazioni, né gli organi di informazione danno risalto alle pretese di Israele di attribuire nomi diversi ai protagonisti della Storia.
Sullo sfondo prosegue l’atavica violenza che si nutre del sangue dei palestinesi, senza che autentiche prese di posizione cerchino e trovino spazio. E le ragioni di questo disinteresse andrebbero indagate con maggiore attenzione.
Quante volte, visionando le immagini di Auschwitz, ci siamo chiesti come sia stato possibile pensare che le vittime non avessero diritto al rispetto dovuto a tutti gli appartenenti al genere umano in quanto tali? Eppure è accaduto.
Epstein, poco prima di morire, nei suoi file scriveva che gli uomini di colore non sono in grado di comprendere e sviluppare le teorie della matematica e della fisica, e ne discuteva con le figure più rappresentative della scienza mondiale. È accaduto, sulla base di assunti non dissimili, che per secoli taluni popoli abbiano colonizzato e schiavizzato altri popoli al solo scopo di trarne il massimo profitto, adducendo come motivazione la presunta inferiorità dei sottomessi.
È quanto, tra l’VIII e il V secolo a.C., accadde con la colonizzazione greca dei territori poi definiti Magna Grecia, un tempo abitati da popolazioni indigene delle quali poco o nulla è rimasto. È tutto ciò che ancora oggi chiamiamo “civiltà greca”: la civiltà di chi ha vinto.
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