La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

La Cina reale restituita nel libro di Pino Arlacchi


2 Mar , 2026|
| 2026 | Recensioni

La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, 2025) di Pino Arlacchi è il libro che mancava. Non perché sulla Cina si sia scritto poco, ma perché nessuno, finora, aveva messo ordine seriamente nel caos ideologico che domina il nostro sguardo su Pechino. Arlacchi lo fa con un’opera imponente, sorretta da un apparato di fonti che attraversa sociologia, storia, economia politica, filosofia, e che soprattutto restituisce la Cina reale, quella che sfugge alle caricature che riempiono i talk show, spesso le pagine dei giornali, per non parlare dei rapporti parlamentari. Il suo obiettivo è dichiarato: “smontare l’industria della paura e dell’ignoranza”, che in Occidente ha trasformato la Cina in un feticcio negativo, in un nemico immaginario utile a coprire il nostro declino.

Da qui prende forma un racconto che non concede nulla alla retorica, né a quella filo-cinese né a quella anti-cinese. Arlacchi parte da un punto fermo: la Cina non si capisce con le categorie dell’Occidente. Non si capisce con Hobbes, con Smith, con Huntington, con la dialettica amico/nemico che affonda le sue radici nelle città-stato dell’antica Grecia, ovvero con l’idea che la storia sia una sequenza di conflitti irriducibili.

La Cina nasce da un’altra cosmologia, da un’altra grammatica del mondo, da un’idea di ordine che precede la politica e la ingloba. Il Tianxia, “tutti sotto lo stesso cielo”, vecchio di tremila anni, è la matrice di una visione universalista e pacifica, dove l’alterità non è un nemico da annientare ma un problema da risolvere. È un tratto che spiega, più di mille analisi geopolitiche, perché la Cina non ha mai sviluppato un impulso espansionista paragonabile a quello europeo. Mentre l’Occidente costruiva la propria identità contro un nemico interno ed esterno – gli schiavi, i barbari, i pagani, l’altro da sé – la Cina costruiva un ordine che inglobava, assorbiva, armonizzava.

Arlacchi non indulge in idealizzazioni, ma ricorda un fatto che in Europa si preferisce rimuovere: il genocidio è una pratica occidentale. Lo è stato nelle Americhe, dove tra il 1500 e il 1550 la popolazione indigena è crollata da ottanta a dieci milioni. Lo è stato nel Novecento, con la Shoah. Lo è oggi, in Palestina. Eppure è la Cina, non l’Occidente, a essere accusata di genocidio.

Il secondo pilastro dell’eccezione cinese è la meritocrazia politica. Qui Arlacchi è netto, quasi provocatorio, ma sempre documentato. Il Partito comunista cinese seleziona i suoi quadri tra i migliori laureati del Paese, attraverso un sistema di valutazione che combina esami, esperienze amministrative, risultati concreti. È un’eredità diretta degli antichi esami imperiali, che per secoli hanno costituito il più sofisticato meccanismo di selezione delle élite mai esistito. Il confronto con l’Occidente è impietoso. Arlacchi scrive che figure come Scholz, Meloni, Johnson, Starmer o i presidenti americani del dopo Guerra fredda, in Cina non avrebbero superato il livello di sindaco di una piccola città. Non è una battuta: è un modo per dire che la politica occidentale ha smarrito la competenza, la formazione, la responsabilità, sostituendole con la comunicazione, il marketing, la fedeltà ai poteri economici. In Cina, al contrario, lo Stato non è nelle mani dell’economia: è l’economia a essere nelle mani dello Stato-partito.

Il terzo segreto è il carattere socialista del sistema economico cinese. Non un capitalismo autoritario, come si ripete ossessivamente in Europa, ma un socialismo di mercato in cui la proprietà della terra, delle banche, delle imprese strategiche e delle risorse fondamentali resta pubblica. Le imprese di Stato rappresentano il trenta per cento del PIL e controllano metà degli asset industriali. La pianificazione non è un residuo del passato, ma la condizione che permette alla Cina di orientare lo sviluppo verso obiettivi di lungo periodo: energie rinnovabili, intelligenza artificiale, aerospazio, infrastrutture, lotta alla disoccupazione giovanile. La finanza non domina l’economia reale, la serve. Il caso Huawei è emblematico: non è quotata in borsa, il 98,6 per cento delle azioni è detenuto da un’unione dei dipendenti, il fondatore possiede l’1,4 per cento. Un modello che rovescia la retorica del “capitalismo cinese selvaggio” e mostra come la Cina abbia piegato il mercato a fini sociali, non il contrario.

Il capitolo sulla lotta alla povertà è forse il più impressionante. Arlacchi ricostruisce una delle più grandi operazioni di ingegneria sociale della storia contemporanea: 850 milioni di persone uscite dalla miseria, un risultato che António Guterres ha definito “il più importante contributo alla causa globale della riduzione della povertà”. Non un miracolo, ma un progetto: una piattaforma di big data che monitorava ogni intervento, applicazioni mobili integrate con il cloud, milioni di quadri mobilitati, infrastrutture costruite villaggio per villaggio. Dieci milioni di chilometri di strade rurali, elettricità per cento milioni di persone, acqua potabile per sessanta milioni. Un lavoro di cui in Europa non si parla, perché incrina la narrativa di un Paese autoritario e inefficiente, incapace di garantire diritti e benessere. Eppure è lì, documentato, verificabile, enorme.

Arlacchi affronta anche i terreni più minati, come il Tibet, mostrando come la narrativa occidentale sul genocidio sia costruita su falsità, omissioni, manipolazioni. Il Tibet di oggi è una regione trasformata dallo sviluppo economico, dall’integrazione, dalle opportunità professionali. L’indipendentismo è minoritario, non perché represso, ma perché la vita materiale è cambiata. Non è un quadro idilliaco: Arlacchi riconosce la presenza di corruzione, disuguaglianze, contraddizioni. Ma mostra come la campagna anticorruzione di Xi Jinping sia stata una delle più vaste operazioni di pulizia politica e amministrativa mai realizzate, con centinaia di migliaia di funzionari rimossi o processati. Anche questo, in Europa, non si racconta. O si racconta male, per avallare la tesi del carattere repressivo e violento del sistema cinese.

Il libro si chiude con una tesi forte: la transizione egemonica dagli Stati Uniti alla Cina è già in corso ed è l’evento più importante del nostro tempo. Arlacchi non crede però allo scontro militare tra le due superpotenze. Non perché immagina un mondo in armonia, ma perché la Cina ha reso il costo della guerra così alto da renderla impraticabile. La storia, scrive, dopo una parentesi di cinque secoli, sta tornando alla sua norma millenaria: un mondo multipolare, non più centrato sull’Occidente. Un mondo che Marco Polo riconoscerebbe più del Novecento.

Il merito più grande del libro è questo: non difendere la Cina acriticamente, ma difendere la realtà cinese dai pregiudizi. In un’Europa che parla di Pechino senza conoscerla, che confonde propaganda e analisi, che scambia il proprio declino per colpa altrui, il lavoro di Arlacchi è un atto politico nel senso più alto. Un invito a guardare il mondo com’è, non come vorremmo che fosse. Un libro necessario, finalmente.

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!