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“Girlboss”, beneficenza e affetti come un’arte: ecco il femminismo liberal di oggi


3 Mar , 2026|
| 2026 | Sassi nello stagno

«Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie “realizzazioni personali”, diventare fini conoscitori della propria decadenza».

Christopher Lasch

Ci sono due possibilità: o non tutto è femminismo, oppure non ogni femminismo è buono. Sarebbe un grave errore, per chi pretende di fare politica per le classi popolari, difendere il tipo di femminismo ormai dominante in Italia. Slegato dalle questioni materiali – e quindi dal lavoro, dalla produzione e dalla proprietà privata – questo brand di femminismo ruota invece attorno a temi come l’educazione sessuale e affettiva, la psicologia, la carriera e la beneficenza. Invece di mettere al centro la maggioranza delle donne lavoratrici, si concentra soprattutto sull’evoluzione psicologica individuale, sulla filantropia e sul successo professionale, come nei casi di Chiara Ferragni e Martina Strazzer, oppure sull’identità di vittima di violenza di genere, come nel caso di Giulia Cecchettin.

Quello dell’influencer e “imprenditrice digitale” – e negli ultimi anni anche indagata per truffa aggravata, poi prosciolta – Chiara Ferragni è forse il caso più evidente di una figura che per anni ha combinato le identità di girlboss e di vittima, con la beneficenza come principale alleata. Da una parte, Ferragni si è ripetutamente presentata come vittima: di cyberbullismo, del fatto di sentirsi «non abbastanza», di chi ha osato mettere in dubbio la sua buona fede. Dall’altra, ha sempre costruito la propria immagine ponendo il successo professionale al centro della sua narrazione. Nel suo discorso a Sanremo 2023 puntava il dito contro la «società che fa sentire in colpa le donne perché lavorando stanno lontane dai figli», un trattamento «mai riservato agli uomini».

Nella visione del mondo in stile Ferragni, il problema diventa essere criticate per aver dedicato troppo tempo alla carriera, non il fatto di non trovare lavoro o di trovare solo lavori che ti assorbono tutte le ore della giornata in cambio di uno stipendio misero. Tutto questo in un inverno demografico italiano in cui le donne hanno una media di appena 1,2 figli. In questo panorama, e dalla sua casa di lusso a Milano, Ferragni si faceva riprendere dall’allora marito mentre commentava quanto fosse «tossica» una relazione tra due ospiti del programma Mediaset C’è posta per te, suggerendo alla donna: «Scappa». Sarebbe lecito chiedersi dove sarebbe dovuta scappare questa donna, visti i prezzi delle case in Italia.

Ad accompagnare questa figura di imprenditrice “in rosa” c’è stata la beneficenza che, fino allo scandalo del pandoro del 2023 – legato proprio a un ulteriore tentativo di apparire filantropa – ha più volte contribuito a riabilitare e rafforzare l’immagine di Ferragni. Per esempio, quando il suo cachet al Festival di Sanremo risultò eccessivo agli occhi del pubblico, l’imprenditrice si impegnò a donarlo a un’associazione contro la violenza sulle donne. In un’altra occasione, Ferragni e l’allora marito Fedez furono criticati per aver “giocato” con del cibo durante una festa in un supermercato: in risposta all’indignazione promisero una donazione alle mense sociali.

Il problema non è solo che Ferragni si sia eretta a rappresentante di un femminismo egemonico per trarne profitto, ma anche che la sinistra italiana l’abbia sostenuta ripetutamente. Come riportato su Jacobin da Gabriele Di Donfrancesco, esponenti del Partito Democratico e media a esso vicini celebravano gesti banali come una storia su Instagram a favore del diritto all’aborto o la difendevano, talvolta in modo imbarazzante, dai commenti di Giorgia Meloni.

La figura della girlboss benefattrice e illuminata viene incarnata altrettanto bene dall’influencer e imprenditrice di gioielli Martina Strazzer. La ventiseienne è nota per presentarsi come una che “si è fatta da sola”. Attraverso i social – e non senza scandali che hanno fatto sospettare una certa ipocrisia – ha costruito l’immagine di un ambiente di lavoro idilliaco nella sua azienda di gioielli, Amabile. Secondo la narrativa proposta, ciò sarebbe dovuto alla sua bontà e bravura come capa e al fatto che l’impresa sia composta quasi esclusivamente da donne. Così si sposta l’attenzione dai rapporti di classe – chi possiede e chi comanda all’interno di un’azienda – a quelle di genere, dalle lotte collettive alla psicologia del singolo.

Inoltre, con collezioni come “Amore dannoso” – accompagnata da un podcast con una psicologa – Strazzer, come Ferragni, si presenta come «vittima di una fortissima violenza psicologica», ergendosi a femminista formata nella psicologia e nell’“arte” dell’amore “sano”. Questa collezione, uscita nel novembre 2023 in occasione del 25 novembre contro la violenza sulle donne, voleva ricordare alle vittime la propria forza «per riprendere in mano la loro vita». Tuttavia, Strazzer fu accusata di strumentalizzare la tragedia di Giulia Cecchettin, morta per femminicidio solo pochi giorni prima. Sui social venne anche attaccata per non aver inizialmente promesso di devolvere parte dei ricavi in beneficenza (cosa poi avvenuta): come se esistesse un copione obbligato e lei avesse dimenticato una battuta.

Il femminicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto l’11 novembre 2023, è stato per lungo tempo al centro dell’attenzione mediatica italiana. Giulia – giovane studentessa universitaria, una ragazza in cui molti hanno rivisto le proprie figlie – rientrava nel profilo di “buona vittima” caro a quei settori del femminismo che si battono per le donne non in quanto lavoratrici, ma in quanto vittime di uomini. Donne “troppo buone”, che «vedono il bene anche dove non c’è» e che per questa bontà “meritano” protezione. Questo vale non solo per la figura di Giulia, facilmente idealizzabile, ma anche per l’atteggiamento pubblico della sua famiglia dopo la sua morte.

Sua sorella Elena Cecchettin, apertamente femminista e sacralizzata dai media fin dai primi giorni successivi alla tragedia, è diventata a sua volta una “buona vittima”. Prima di allora cittadina anonima, è stata nominata persona dell’anno 2023 da L’Espresso e scelta come volto di copertina da Grazia. Si può essere più o meno critici verso le sue dichiarazioni, ma resta il fatto che ciò che l’ha proiettata in un ruolo da “it girl” del femminismo è stato l’essere diventata una vittima dichiaratamente femminista, simbolo di un discorso sul patriarcato molto diffuso tra la generazione Z.

Il padre di Giulia ed Elena, Gino Cecchettin, è diventato anch’egli una figura pubblica di rilievo. Da lui è nata la Fondazione Giulia Cecchettin, rivolta soprattutto a scuole e famiglie nell’ambito dell’educazione e della sensibilizzazione, con l’obiettivo di «cambiare la cultura che genera la violenza». Cecchettin descrive la violenza di genere come un fenomeno strutturale, ma non necessariamente materiale: radicato nella «cultura, nei linguaggi, nei modelli relazionali e negli stereotipi tramandati».

Da un lato, parlare di “linguaggio” e “stereotipi” come causa principale della condizione femminile può risultare quasi offensivo se accostato a dati come l’età media di uscita dalla casa familiare in Italia, superiore ai trent’anni. Si possono conoscere tutti i testi femministi della storia, ma senza condizioni abitative o lavorative adeguate è difficile costruire relazioni e carriere libere da coercizioni e dinamiche di potere pericolose, soprattutto per le donne.

Dall’altro lato, incentrare un progetto politico sulla psiche individuale, educando all’“arte” delle relazioni, del sesso o della genitorialità, mette al centro le aree dominate dalla classe professionale-manageriale che, come osserva Catherine Liu, declina ogni conflitto in termini morali più che politici. Questa classe si percepisce come illuminata e crede che il mondo debba assorbire il proprio vangelo. Ne deriva un’ideologia che individua il problema nelle persone “non sufficientemente strutturate” a livello psicologico piuttosto che nelle condizioni materiali che generano relazioni degradanti. Ci si batte per gestire le prime, dando per perso il cambiamento delle seconde. La Fondazione Cecchettin – la cui stessa esistenza segnala una perdita di fiducia nella politica, scegliendo la carità – promuove così concetti più vicini al corporate training che all’emancipazione economica.

Ancora più della figlia Elena, Cecchettin è diventato presenza ricorrente nei media italiani. È stato ospite più volte di Fabio Fazio, nello stesso contesto in cui il giornalista aveva offerto spazio a Ferragni nel momento di maggiore impopolarità, in quello che molti giudicarono più uno spot che un’intervista. È anche autore di Cara Giulia, un libro in forma di lettera aperta i cui proventi sostengono la Fondazione. Come nella collezione “Amore dannoso” di Strazzer, il trauma personale diventa rappresentazione di un problema di relazioni tossiche e fragilità psicologica da risolvere attraverso la beneficenza. È da questo lato che stanno “i buoni”, sembra suggerire questo ecosistema mediatico e popolare.

Questa realtà si riflette anche su chi non rientra nel piedistallo delle “buone vittime”. Un caso emblematico è quello di Carol Maltesi, uccisa nel 2022 dal suo ex e collega Davide Fontana. Madre a vent’anni, prima commessa poi attrice pornografica, Maltesi venne spesso dipinta come una donna sola e “sbagliata”. A differenza del caso Cecchettin, la sua storia non fu presentata come tragedia capace di “cambiare la società”, ma come vicenda di una persona che aveva preso la strada sbagliata: non vittima perché troppo buona, ma vittima perché troppo “persa”. Il confronto tra i due casi mostra come l’attenzione mediatica si concentri sulle studentesse universitarie, nonostante – come osserva Liu – le donne che non intraprendono un percorso accademico abbiano statisticamente maggiori probabilità di subire violenze.

Fare terapia può aiutare molte persone. Reagire a una tragedia cercando di evitarne altre può essere utile. Ma pretendere che queste possano essere le basi di una reale politica femminista significa aver perso la speranza in partenza, soprattutto se si considera le donne un gruppo identitario da proteggere e rieducare invece che soggetti capaci di agire sui propri interessi materiali. Un femminismo che ci chiede di essere ragazze “buone”, esperte nell’“arte” delle relazioni e dell’automiglioramento, mentre propone educazione e carriera come soluzioni, non può essere considerato un bene per le donne lavoratrici. Per avere una vita sicura, creativa e libera non dovrebbe essere richiesto nulla di tutto questo: dovremmo poter essere semplicemente – come disse la zia di Carol Maltesi – «un essere umano, una mamma, una figlia, una donna».

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