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“Bet on Yourself”


4 Mar , 2026|
| 2026 | Sport

A volte ci sono storie che intrecciano la vita e la pallacanestro, ma soprattutto vicende che parlano di resilienza e della capacità di credere nei propri sogni. È proprio questo il caso di Fred VanVleet: giocatore tenace, playmaker illuminante e tassello fondamentale nella cavalcata dei Toronto Raptors, campioni NBA nel 2019.

Non è sempre stato tutto rose e fiori per il nativo dell’Illinois, anzi. Nato a Rockford nel 1994, cresce in una realtà complessa: la città fa parte della cosiddetta Rust Belt, area urbana del nord-ovest degli Stati Uniti segnata dal declino industriale successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’90, criminalità e droga dominavano molti quartieri periferici. È in questo contesto che, nel 1999, perde la vita suo padre biologico, Fred Manning, ucciso in una sparatoria legata a un traffico di droga andato male.

La madre, Susan, si ritrova sola con due figli piccoli, tra cui Fred, che ha appena cinque anni. In un centro sportivo dove portava i ragazzi per farli giocare conosce Joe Danforth, agente di polizia, anche lui lì con il figlio. Tra i due nasce una relazione e si sposano, offrendo ai ragazzi una nuova figura paterna.

Il rapporto tra VanVleet e il patrigno è inizialmente difficile e teso: il giovane Fred fatica ad accettarne consigli e disciplina. Ma con determinazione e fermezza, Danforth riesce a trasmettere ai figli il valore del lavoro e della responsabilità, tenendoli lontani dalla strada, che continuava a mietere vittime tra violenza e spaccio.

VanVleet frequenta la Auburn High School di Rockford e poi il college a Wichita State, dove nel 2013 raggiunge le Final Four NCAA. Conclude l’esperienza universitaria in grande crescita ed è eleggibile per il Draft NBA 2016. Sembra il momento di coronare il sogno, ma arriva un altro ostacolo: dopo 18 provini con diverse franchigie, nessuna squadra lo seleziona. Le 60 scelte scorrono senza che il suo nome venga pronunciato, probabilmente a causa dell’altezza (185 cm) e di un atletismo considerato non eccezionale.

Dopo tante avversità, anche questa non lo abbatte. Rifiuta contratti “two-way” e offerte in D-League che ritiene non valorizzino il suo talento. È qui che nasce il suo motto: “Bet on yourself” — scommetti su te stesso. Firma per la Summer League con i Raptors con un unico obiettivo: conquistare un posto nel roster. Ci riesce grazie a un’etica del lavoro straordinaria.

Gli inizi sono complicati: fatica a trovare spazio in una squadra che vanta uno dei migliori record della Lega e punta stabilmente alle Finals. Nel 2017 vince il titolo in D-League con i Raptors 905. Nel 2018 viene premiato come miglior sesto uomo della squadra, diventando un perno sempre più importante.

La svolta arriva nella stagione 2018-19. I Raptors cedono DeMar DeRozan per acquisire Kawhi Leonard, superstar proveniente dai San Antonio Spurs. A febbraio arriva anche Marc Gasol. Si pongono le basi per un’impresa storica.

VanVleet resta un role player, ma cresce enormemente alle spalle di Kyle Lowry, simbolo della franchigia. Durante quei playoff nasce suo figlio Fred Jr., in concomitanza con una vittoria chiave contro i Milwaukee Bucks.

Nelle Finals contro i Golden State Warriors, ha il difficile compito di limitare Stephen Curry, considerato il miglior tiratore della storia NBA. Fermarlo è impossibile, ma VanVleet riesce a contenerlo quanto basta per facilitare il lavoro offensivo dei compagni. È una delle chiavi del primo, storico titolo dei Raptors.

L’anello del 2019 non inaugura però una dinastia. Leonard lascia subito per Los Angeles; nel 2021 parte anche Lowry. VanVleet riceve le chiavi della squadra e firma un’estensione da 85 milioni di dollari, all’epoca il contratto più ricco per un giocatore non scelto al Draft. Nel 2022 arriva la prima convocazione all’All Star Game: è solo il quinto undrafted player nella storia a riuscirci.

Oggi gioca per gli Houston Rockets. Dopo aver lasciato Toronto, ha continuato a essere il cervello della squadra. Ma ancora una volta la strada si fa in salita: durante un minicamp alle Bahamas si rompe il legamento crociato del ginocchio destro.

L’infortunio è grave e lo costringe a saltare l’intera stagione. Ma a 32 anni, nel pieno della maturità tecnica e mentale, non sarà certo questo a fermarlo.

La lezione è chiara: quando hai un sogno, c’è una sola cosa da fare.

Bet on yourself.

Di:

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