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Vita, politica e diritto oggi


5 Mar , 2026|
| 2026 | Visioni

Dialogano, “in divergente accordo”, Gaetano Azzariti (autore di “Dove è finito il pensiero critico?”, Manifesto libri, 2025) e Antonio Cantaro (autore di “Amato Popolo”, Bordeaux 2025).  Ad Urbino giovedì 5 marzo 2022 alle 18,00. Intervengono Massimo Baldacci, Fabio Frosini, Raffaella Sarti, Stefano Visentin. Per accedere all’evento https://uniurb-it.zoom.us/j/86519180541

Vita, politica e diritto. Perché? Perché sentiamo a pelle che da troppo tempo le nostre vite si sono separate dalla politica e dal diritto. E che la politica e il diritto si sono separate dalla vita dei popoli. Come plasticamente mostrano, ancora in queste ore, le plateali violazioni del diritto internazionale e la rassegnazione di fronte allo spettacolo della guerra: guerre sino in fondo, guerre senza fondo, ormai non più “trattenute” nemmeno dall’orrore nucleare.  Hiroshima è lontana, lontana dalle preoccupazioni delle classi dirigenti.

Da questa separazione tra vita, politica e diritto muovono i nostri libri. Non da osservatori distaccati, da analisti protetti dalle nostre gabbie disciplinari e dai nostri specialismi accademici. Entrambi, Gaetano ed io, sentiamo che la separazione tra vita, politica e diritto sia un male. Per questa ragione, siamo guardati con compassione e sospetto. Considerati da benpensanti e conformisti, dei simulacri, se non peggio, degli zombie.  C’è della verità in questo. La verità di chi osserva la pagliuzza negli occhi del fratello e non si accorge della trave che ha nel suo occhio. Discorso della Montagna, Vangelo secondo Matteo.

Ricorda Azzariti che gli amici che hanno letto una prima stesura del suo denso saggio gli hanno fatto capire, con garbo ma risolutamente, che si trattava di un libro urticante, un libro che gli avrebbe provocato più incomprensioni e nemici che gloria ed amici. Un’ottima ragione avrà pensato il nostro caparbio e ostinato ospite per pubblicarlo. Felix culpa. Non solo perché abbiamo il piacere di ospitarlo in una delle più suggestive aule del nostro Ateneo. Ma ancor più per il temerario ethos che lo anima. Fare agire il realismo critico contro la vichiana, odierna, barbarie della riflessione: anticipare – dice Gaetano – il “non-ancora cosciente” per realizzare il “non-ancora-divenuto”.

Marx, direte. Il Marx della corrente fredda del “socialismo scientifico”, se non fosse che una delle fonti dichiarate di Gaetano è il Marx della corrente calda, umanistica, del “principio speranza” di Ernest Bloch. Siamo di fronte, insomma, ad un autore che ama – merce rara di questi tempi – la battaglia delle idee. Una battagliavissuta come presupposto per cambiare il reale, come necessità per ripensare criticamente anche il pensiero critico della sinistra.

Questa è la convinzione che qui si professa, dice lapidariamente Azzariti. Se fossi stato tra i lettori che hanno avuto tra le mani la prima stesura di Dove è finito il pensiero critico avrei ironicamente ricordato a Gaetano una pratica un tempo diffusa tra i comunisti italiani. Quella pratica che va sotto l’ossimorica espressione autocritica degli altri: annunciare un esame di coscienza per fare, in realtà, una spietata critica di altri. Di questo, in larga misura, si tratta. Un libro critico del pensiero critico in nome di un altro pensiero critico, quello dell’autore.

L’intento è nitidamente annunciato sin dall’incipit: il pensiero critico è finito, è finito male, perché ha sopravalutato la promessa della rivoluzione e gravemente sottovalutato la dimensione istituzionale, quell’utopia concreta evocata dal sottotitolo. In estrema sintesi. La crisi del pensiero critico è frutto di una sconfitta cui ha contribuito esso stesso per eccesso di astratto utopismo (la costruzione della città ideale) e di pratica spontaneista: per non avere fatto seguire alla protesta la capacità di costruire la città futura.

Sono tra i primi, non il primo, a discutere pubblicamente il libro di Gaetano Azzariti. Nella forma di un Dialogo dall’apparente enigmatico titolo In divergente accordo. Che ci sia accordo tra noi è idea che è venuta a dei comuni lettori del Suo Dove è finito il pensiero critico e del mio Amato popolo. Lettori che ringrazio, perché, in effetti, oltre la coincidenza temporale della loro uscita in libreria si respira, in più di una pagina, una certa aria di famiglia.

A partire dalla comune convinzione che la critica non può essere fine a sé stessa, che non ci si può accontentare del compiacimento della propria alterità, che è necessario edificare oltre che abbattere. E poi l’altra comune convinzione che la nostra Costituzione possa ancora oggi incarnare un programma fondamentale di emancipazione civile politica e sociale; che possa ancora essere, pasolinianamente, una “bella bandiera”. Il nostro scopo, dice Gaetano, non deve essere quello di spiegare dalla cattedra come vincere le prossime elezioni, ma di far sì che la “ribellione” alle ingiustizie del mondo non rimanga chiusa in sé stessa, non sia solo una infeconda “rivolta”.

Concordo. Perché, allora, far precedere il sostantivo accordo dall’aggettivo divergente?  Per tante ragioni. Gaetano mi correggerà, siamo qui per discutere. Laddove Azzariti vede nella narrazione della democrazia costituzionale – nei valori per Lui “indiscussi” e indiscutibili della persona e della separazione dei poteri – una risorsa io vedo un problema. Che la Costituzione venga percepita più che come una utopia concreta come una utopia tout court.

Gaetano è consapevole di questo rischio. Come me ha negli occhi i volti muti dei nostri studenti quando nelle “prime lezioni di diritto” vantiamo le “magnifiche e progressive sorti” del costituzionalismo moderno, di quello liberale e poi di quello democratico-sociale del ventesimo secolo. E per questa ragione propone di cancellare dal nostro vocabolario la retorica espressione secondo cui la nostra Costituzione sarebbe “la più bella del mondo”. La nostra – dice Azzariti – è una delle Costituzioni più inattuate al mondo. È tempo – dice Gaetano – di farla vivere, di darle piena attuazione. Suggestivo, coerente con la comune speranza che la Carta del ‘48 possa tornare ad essere una “bella bandiera”. Altrimenti, il continuo appello ad essa si risolve in mera, ripetitiva e stanca ritualità: una Costituzione di carta più che una Carta costituzionale.

Dove è allora la divergenza tra noi? La divergenza nasce, per me, dalla constatazione di un fatto. Dal fatto che la grammatica intransigente dell’attuazione “senza sé” e “senza ma” della Costituzione lungi dal rilevarsi un antidoto alla musealizzazione dei suoi valori si rivela troppo spesso esserne un alimento. La nostra non è solo l’epoca dell’iperpolitica senza effetti politici, è anche l’epoca dell’iper-costituzione senza effetti costituzionali: il “dover essere” della Costituzione ripetutamente contraddetto dall’ “essere”, la frustrazione per l’Isola di Utopia che gli altri non vedono e l’accusa di tradimento rivolta verso coloro i cui cuori non si scaldano alla ragione degli apostoli della dignità della persona umana, del pluralismo, della solidarietà, della separazione dei poteri. È questo il tema di cui dovremmo parlare anche a partire da lunedì 23 marzo, anche se, come auspico, dovessero prevalere i no al referendum.

L’iper-costituzione senza effetti costituzionali non è un incidente di percorso. A monte c’è un’idea di Costituzione che contiene in sé il rischio dell’Utopia tout court. La Costituzione comeLegge. Nobilmente Legge, quella di Gaetano. Ma la Legge è Legge, ora e domani. Legge che determina il futuro, avanza la pretesa di vincolare il passato, inibisce il cambiamento qualificandolo come trasgressione, ha scritto in altro contesto discorsivo Luigi Alfieri polemicamente ‘dialogando’ con Sergio Quinzio sul duplice significato di Legge e di Mito culturale che la Bibbia ha avuto nella storia occidentale.

Fatte le debite proporzioni anche la Costituzione di cui Cantaro parla in “Amato Popolo” è, come la Bibbia, un Mito. Un mito politico. Un racconto fondativo. Qualcosa che ieri ha fondato, qualcosa di accaduto, origine, passato, un passato su cui si può costruire il futuro, ma la cui contingente mancata attuazione non ne inficia la natura di “bella Bandiera”. Una riserva di senso, nella vittoria e nella sconfitta, come tutte le “belle bandiere”. Certo dai miti nascono istituzioni e leggi, ma il racconto continua e non si può pretendere di bloccarlo in nome della legge. Anche quando “il popolo sbaglia”.

Questa tra Azzariti e Cantaro non è una differenza da poco. Non ci impedisce di dialogare, ma non ci consente di diplomatizzare le nostre sensibili differenze. Il costituzionalismo di Azzariti corre il rischio di essere un costituzionalismo messianico, un costituzionalismo dell’attesa, contiene la promessa di un Regno e il mancato avvento della sua Legge rischia di essere la sua verità: la realtà come trionfo dell’insensatezza, come distopia, che a un certo punto, per incanto, come in ogni racconto apocalittico, porterà alla salvezza.

Il costituzionalismo di Cantaro è anti messianico, la sua grammatica non è l’attesa della legge ma quella del plebiscito di ogni giorno, la dialettica sempre aperta tra potere costituente e potere costituito. E quando il plebiscito di ogni giorno produce esiti che non corrispondono ai nostri convincimenti – “quando il popolo sbaglia” – Cantaro non pensa che viviamo nel tempo dell’anticristo, dell’anti-sovrano, ma che in quel momento il popolo la pensa diversamente. È la democrazia! Il regime che ontologicamente non conosce ragione e verità assolute. Nessun diritto di veto da parte dei sacerdoti della Costituzione, chiunque essi siano. Altrimenti, la “sovranità della legge e della Costituzione” si mangiano la democrazia e scivoliamo nell’oligarchia.

Queste differenze tra me e Gaetano spiegano anche perché Azzariti fa un’operazione intellettuale che io non avrei mai osato fare. Imputare la crisi del pensiero critico a tre culture in voga negli anni ‘60 e ‘70. L’operaismo di Tronti, il pensiero della differenza femminile, il movimento dell’uso alternativo del diritto, culture alle quali imputa una colpa inemendabile: aver sottovalutato la dimensione istituzionale – la dimensione della Legge – in nome di una rivoluzione promessa, della conquista dello Stato, di una Città ideale invece che della Città futura. Ma dove sono oggi – chiede polemicamente il nostro autore – il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa?

Non ho competenze, e tanto meno titoli, per fare il difensore del pensiero della differenza (tuttavia, avrei messo su un servizio d’ordine a presidio della presentazione del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo). Potrei fare il difensore d’ufficio dell’uso alternativo del diritto, sono nato in quella storia: Pietro Barcellona, inventore di quella leggendaria formula, è stato il relatore della mia tesi di laurea e larga parte della mia vicenda politica ed umana si è svolta con Lui nelle stanze del Centro di riforma dello Stato di Ingrao a cui Gaetano dedica solo poche, anche se lusinghiere, righe. Concentrerò, invece, l’attenzione sul pensiero di Mario Tronti il cui operaismo è certo distante dalla mia biografia, ma le cui ragioni e i cui sviluppi meritano attenta considerazione.

Cosa che peraltro Gaetano riconosce con grande onestà intellettuale, quando avverte il lettore che l’operaismo è riuscito a guardare più a fondo di altri; che l’operaismo è la cultura critica che ha prodotto «l’analisi più approfondita» del tempo, quella del modello fordista-taylorista fondato sulla centralità della fabbrica.   Azzariti, anzi, riconosce che tutti i tre tipi di pensieri critici si sono posti «alla ricerca di una via originale per affermare un altro sistema di potere, un altro modo di relazionarsi, un altro modo di tutelare i diritti delle persone». Bene, allora, Gaetano, dove è il problema? In che senso questi pensieri critici avrebbero ontologicamente ignorato la dimensione istituzionale?

La conquista dello Stato era l’orizzonte di Tronti. In questo senso Tronti un azzaritiano ante litterram. Certo la “democrazia costituzionale” non era la sua rivoluzione promessa. Per Tronti il “politico” nella sua autonomia doveva dar vita ad un soggetto partiticoche sublimasse l’antagonistica condizione operaia. Conflitto, cioè, al massimo livello con il potere costituito, con il capitalismo e con lo Stato borghese. Diversamente istituzionalista, più che anti-istituzionalista.

Certo se Tronti fosse riducibile allo slogan “lo Stato si abbatte non si cambia” Azzariti avrebbe ragione. Il suo pensiero sarebbe ontologicamente antinomico, anarchico, non un pensiero alla ricerca di un Nuovo Nomos, di un nomos alternativo a quello del soggetto borghese. Ma per Gaetano l’unico istituzionalismo che merita è il suo,  l’istituzionalismo giuridico. Per Gaetano l’utopia concreta è trasformare i fatti – le insofferenze dei popoli – in diritto tramite la separazione dei poteri e la tutela dei diritti fondamentali. E siccome questa non è la priorità trontiana, Tronti diventa il simbolo di un soggettivismo fine a sé stesso. Gaetano qui fa una forzatura. L’appello al politico è altro. Va in altra direzione persino la pur apodittica affermazione contenuta in Operai e capitale, quella secondo cui «il problema di oggi non è che cosa bisogna sostituire al vecchio mondo ma ancora oggi «quello di come abbatterlo». Un classico, leniniano, “che fare” che contiene un acuto giudizio sulla perdurante vitalità del neo-capitalismo che rimarrà un tratto del successivo Tronti.

Un lascito presente anche in uno scritto pubblicato nel 2019 dalla rivista “Infiniti Mondi” intitolato Disperate speranze, un titolo che Azzariti potrebbe condividere anche per l’espresso e ripetuto richiamo a Ernest Bloch. Scrive Tronti: «Oggi c’è una (…) utopia concreta che si impone egemonicamente nei prodotti come nei pensieri. È l’utopia tecnologica, con i suoi risultati mai sazi di sé stessi e sempre nuovi, sempre diversi». Acuta, disperata, confessione: il pallino dell’utopia concreta è da decenni nelle mani del capitalismo neoliberale e della sua rivoluzione tecnologica: è questa l’utopia concreta dei nostri giorni.

Qui però tanto Tronti che Azzariti però si fermano. Tutto il pensiero critico non ha visto arrivare la rivoluzione neoliberale e quando l’ha incontrata pensava che si trattasse semplicemente di una nuova razionalità e di una nuova ideologia mercatista. Non abbiamo capito che si trattava di molto di più, di una mitologia e di una pedagogia. La mitologia e pedagogia thacheriana: “la società non esiste, esistono solo gli individui”.  Un discorso sull’origine, sulla fondazione, sulla natura dell’uomo lungamente preparato e che ha aperto una strada ad una nuova antropologia, all’uomo come animale performante e al nomos della logica della potenza nei rapporti privati, nelle istituzioni, nella vita collettiva.

Questa è diventata per tanti la vera, unica e autentica natura dell’uomo. Per questa ragione la vita non ha più bisogno della politica e la politica può ridursi alle politiche del capitale umano, alle politiche e alle geopolitiche della potenza. The Donald non ha inventato nulla, è solo il veicolo ultimo di questa mitologia e pedagogia.  È questo l’Hic Rhodus, l’hic salta del pensiero critico. La produzione di un mito politico e di una pedagogia che capovolgano quello thatcheriano: gli individui non esistono, esiste solo la società, l’io è dentro il noi.

A questo mito politico-pedagogico io dò il nome di popolo e Mario Tronti in Disperate Speranze aveva già colto la sostanza assai meglio di me: «Non giriamoci intorno, fermiamo il punto… abbattere i potenti, innalzare gli umili. Ecco il teologico. Come abbattere i potenti, come innalzare gli umili. Ecco il politico. E non si dica: troppo semplice. È compito del pensiero politico ridurre la complessità della storia, in modo che questa possa essere agita non solo da chi la possiede intellettualmente, ma da chi la soffre esistenzialmente».

Fine della citazione, fine delle trontiane Disperate Speranze. Da qui inizia la dottrina di Amato Popolo. Da una parafrasi del titolo del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo. Popolo si nasce, Popolo si diventa. Non il popolo antisionista di Netanyahu e della destra religiosa israeliana, ma il popolo ebraico che sorge da una discendenza matrilineare e poi però si trasforma da moltitudine in comunità tramite una storia comune, l’adesione a un patto, a una Legge (Torah). Un paradigma, non un modello da esportare: si nasce con certe caratteristiche ma si diventa parte attiva di un popolo condividendone storia e valori. La prima parola, dimenticata dalla sinistra tanto critica che riformista, della Carta del ’48: l’Italia.   

Excursus. Azzariti dirà probabilmente che la mia è una rappresentazione forzata, caricaturale, del suo costituzionalismo. Può darsi, siamo qui – ripeto – per discutere. Forse può aiutarci a capire scavare nel nostro album di famiglia. Il principio speranza di Bloch – e tramite Bloch il Marx del “sogno di una cosa” – è il dichiarato e ripetuto punto di riferimento etico-intellettuale di Gaetano Azzariti. Dovrei respirare aria di famiglia. Ma stiamo parlando dello stesso Bloch? Il principio speranza non impedisce a Bloch di stigmatizzare implacabilmente e sarcasticamente il dogmatismo comunista: «nel 1933 – ricorda in un aneddoto – poco prima dell’avvento del nazionalsocialismo, ci fu una discussione nel palazzetto dello sport a Berlino tra un rappresentante del partito comunista tedesco e un rappresentante nazista. Il comunista entra e comincia a spiegare la caduta tendenziale del saggio di profitto secondo Marx, la gente non capisce niente, e queste verità non fanno presa. Arriva invece il nazista che comincia a parlare in termini mitici della pugnalata alle spalle che gli ebrei e i demo plutocrati hanno dato al popolo tedesco, fa dei discorsi che hanno una grande presa emotiva, usa termini come patria, casa, quelle forme cioè di richiamo all’identità delle persone ed esce tra le ovazioni di tutti».

Cosa voglio dire con questo aneddoto? Che l’utopia concreta a cui pensa Bloch non è un sogno notturno ma un sogno diurno, un sogno ad occhi aperti. Bisogna appellarsi, per Bloch, alle correnti calde del marxismo. Competere, cioè, in termini mitici e concreti con i nemici, anche quando si chiamino Hitler. E, infatti, l’utopia concreta di Bloch, prima delle degenerazioni staliniane, è quella incarnata nella rivoluzione di ottobre. Un’utopia che a poco a che fare con il significato etimologico della parola, utopia come assenza di luogo, quell’assenza di luogo che è tipica dei sogni notturni. La rivoluzione ha un luogo concreto in cui si è svolta e concreti sono i suoi protagonisti. L’utopia di Bloch non è una Legge, non è qualcosa che deve scientificamente avvenire, ma è qualcosa di accaduto, origine, fondazione, qualcosa che può tornare in forme diverse.

Sto parlando ora, con tutta evidenza, anche della mia costituzione anti-messianica. Qualcosa di accaduto in quel periodo storico che va dall’8 settembre 1943 al primo gennaio 1948. Origine e fondazione della Repubblica democratica. Un mito politico. Tant’è che malgrado la sua larga inattuazione come Legge, il suo programma torna in auge a partire dagli anni sessanta, nella società e nell’impresa, sino a dare vita ad una secondo mito politico, lo Statuto dei lavoratori del 1970 quando la Costituzione repubblicana con il suo apparato di garanzie e diritti entra nelle fabbriche. Quel plebiscito di ogni giorno sostenuto e alimentato anche dall’operaismo di Mario Tronti, dal pensiero della differenza, dal movimento dell’uso alternativo del diritto che Gaetano Azzariti assume essere paradigmi della crisi e dell’impotenza del pensiero critico.

E invece si tratta di un pensiero critico che non ha preteso di farsi Legge. E Gaetano ha, in questo senso, ragione a sottolineare che non si è fatto Legge. Un limite per Gaetano inaccettabile, la sua tara d’origine. Ma il punto è che si trattava di saperi critici che consapevolmente non si volevano fare Legge, perché se lo avessero fatto avrebbero fatto la fine di tutti i messianismi dell’attesa: in attesa dell’apocalisse che ristabilisce la verità della Legge, in attesa della fine della Storia, in attesa della resurrezione dei morti. Con questo non voglio dire che dobbiamo affidarci oggi al pensiero critico della differenza, al pensiero critico di Mario Tronti, al pensiero critico dell’uso alternativo del diritto. Dico solo che dobbiamo tornare a sognare ad occhi aperti, che abbiamo bisogno più di un pensiero mitico che non di un pensiero della Legge.

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