La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.
Noterelle sparse sulla guerra all’Iran
A distanza di poco più di una settimana dall’inizio dell’aggressione israelo‑americana all’Iran, è possibile fare un primo bilancio, sia dal lato militare che da quello strategico‑economico‑geopolitico. Il primo dato è che l’operazione lanciata da Netanyahu e Trump non si sta rivelando una passeggiata. Teheran resiste e reagisce, il popolo non è sceso nelle piazze per rimuovere il regime, cresce il nervosismo tra gli alleati americani del Golfo, che in questi giorni sono stati bersagliati dai missili e dai droni iraniani.
Sui media mainstream sentiamo spesso parlare, o leggiamo, che il regime degli ayatollah starebbe reagendo agli attacchi “precisi” degli americani e degli israeliani con lanci “indiscriminati” di missili, come chi, non avendo più nulla da perdere, si fa guidare unicamente dalla forza della disperazione. Niente di più sbagliato. Un’analisi rigorosa della risposta iraniana suggerisce piuttosto che la stessa fosse stata pianificata con scrupolo nei mesi precedenti. Proviamo a decifrarla. I missili, di cui l’Iran è ben fornito, hanno colpito in questi giorni tre obiettivi principali: le basi americane disseminate nella regione (soprattutto sistemi e postazioni radar); le città e le infrastrutture militari israeliane; gli impianti petroliferi, metaniferi e di raffinazione degli idrocarburi dei Paesi del Golfo. Cosa ci dice questa combinazione di interventi? Che la reazione all’aggressione comprende, com’è ovvio, l’inflizione di colpi alle strutture militari del nemico; che colpire Israele, bucando con facilità le sue difese antimissile, ha un alto significato simbolico dopo lo sterminio dei palestinesi a Gaza; che bersagliare le petromonarchie significa provocare uno choc energetico e mettere in ginocchio l’economia occidentale.
Non è poco. Anzi, proprio la lucidità di questo piano fa emergere, per contrasto, il carattere improvvisato dell’iniziativa israelo‑americana. Non è una questione di dotazioni d’arma: sebbene anche su questo versante i primi giorni di guerra abbiano rivelato una serie di punti critici sia nei dispositivi d’attacco che in quelli difensivi, la forza e la qualità dei mezzi a disposizione degli aggressori è strabordante. Il problema è geopolitico e strategico. Quali sono i veri obiettivi degli americani e di Netanyahu? Quelli di quest’ultimo sono facilmente identificabili: il dominio assoluto nella regione, nella prospettiva della costruzione della Grande Israele. Anche se il premier israeliano è apparso a dir poco ridicolo quando si è rivolto agli iraniani invitandoli a sollevarsi contro il regime. In quel momento, c’è da giurarci, anche il più irriducibile dissidente del regime sarà sceso in piazza a gridare, insieme agli altri, “morte agli americani”, “morte a Israele”.
Indecifrabili appaiono invece le motivazioni che hanno spinto Trump in questa avventura. Rovesciare il regime? Liberare le donne iraniane? Mettere mano sul petrolio del Paese? Nessuna di queste ha i crismi della plausibilità. Delle prime due, infatti, non è nemmeno il caso di parlarne. Mai gli Stati Uniti, negli ultimi ottant’anni, hanno fatto guerre per la libertà di altri popoli. Libertà e democrazia sono stati, piuttosto, sempre il paravento di operazioni militari e di regime change, aggressioni, bombardamenti, lanciati per ragioni geostrategiche e per interessi economici. Il risultato è stato che tutte le guerre per la libertà degli altri si sono concluse, per quegli “altri”, nello scivolamento nel caos o verso nuove dittature (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, ecc.). Dunque anche questa guerra si spiega con ragioni economiche? Se per ragioni economiche intendiamo il controllo del petrolio, bisogna chiarire che gli Stati Uniti oggi sono in una situazione che non giustifica un dispendio di forze e di risorse in un conflitto della portata di quello in atto. Nel senso che attualmente gli USA sono esportatori netti di petrolio, grazie al fracking, e non dipendono come un tempo dai giacimenti esteri. Con una produzione record che ha superato i 13 milioni di barili al giorno nel 2025, hanno consolidato questa loro posizione, trasformando la mappa energetica mondiale. Si dirà: ma controllando il rubinetto iraniano possono lasciare a secco la Cina, che costituisce il vero nemico strategico degli Stati Uniti. Ecco, allora il vero obiettivo di questa guerra è la Cina! Troppo semplice. Intanto, la Cina ha diversificato molto le sue fonti di approvvigionamento in questi anni. Ha aumentato i volumi di importazione dalla Russia (110 milioni di tonnellate nel 2025, a prezzo di saldo), prende altro petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Quello iraniano costituisce solo il 10% del greggio che Pechino importa via mare. Certo, quest’ultimo Pechino lo prende a basso costo. Ma neanche questa sembra una motivazione accettabile per spiegare la potenza di fuoco allestita dagli States per colpire il Paese degli ayatollah. C’entra il dollaro? Alcuni analisti più “acuti” hanno detto che questa guerra, come i dazi, serve a scoraggiare l’abbandono del dollaro nelle transazioni internazionali. Purtroppo, però, prima con i dazi, ora con la guerra, l’unico fenomeno visibile agli osservatori economici e finanziari è il progressivo disimpegno di fondi e Paesi da asset denominati in dollari, a cominciare dai Treasury, un tempo considerati un bene rifugio per eccellenza insieme all’oro. Il fenomeno è quello definito “sell America” (vendi America). In questi giorni caldi il biglietto verde ha recuperato un po’, ma è solo un aggiustamento tecnico, dovuto all’impennata del prezzo del greggio. C’è da aggiungere, poi, che, come per il sequestro degli asset russi, anche l’attacco proditorio all’Iran ha compromesso l’immagine degli Stati Uniti come Paese affidabile, che mantiene la parola data, di cui ci si può fidare. Vale per tutto, anche per gli investimenti nei suoi dollari.
Quindi? L’impressione che si ha è che Trump sia stato trascinato in questa avventura rischiosissima da Benjamin Netanyahu e che quest’ultimo abbia fatto leva, da un lato, sull’egocentrismo e sul narcisismo del presidente americano (passare alla storia come liberatore dell’Iran), dall’altro su argomenti più “pratici” come, ad esempio, i file di Epstein. Una storia di ricatti, insomma. D’altra parte, se non fosse così, ci troveremmo di fronte a un impulso di mera follia, a un atto di sublime irrazionalità, senza alcun significato logico. Ed è difficile. Nella storia, anche le più grandi tragedie, i crimini più esecrabili, hanno avuto il loro perché. Una loro diabolica, perversa, aberrante razionalità.
Tra analisi più o meno azzeccate, borse che crollano, prezzi dei carburanti che salgono, dubbi sulle ragioni di fondo e sulle cause del conflitto, rimane in ogni caso l’orrore per le tante, troppe vittime innocenti di questa ennesima sciagura. “Li stiamo massacrando, meraviglioso!”, ha detto Trump nei giorni scorsi. Questa guerra, oltre alla verità, ha pervertito anche il linguaggio della guerra. Siamo oltre. Sempre più vicini all’abisso.
La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!






