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Roma città in vetrina: tra rendita, governo del consenso e rimozione del conflitto


13 Mar , 2026| e
| 2026 | Visioni

La presenza di Roma al MIPIM di Cannes non è una comparsa istituzionale e non può essere archiviata come una normale partecipazione a una fiera di settore. È un fatto politico, e come tale va letto. Il MIPIM non è infatti un appuntamento neutro dedicato all’urbanistica, all’architettura o alla qualità dello sviluppo urbano. È uno dei principali mercati internazionali dell’immobiliare, il luogo in cui le città si presentano ai grandi investitori, ai fondi, agli operatori finanziari, a tutti quei soggetti che guardano allo spazio urbano come occasione di profitto, di accumulazione, di estrazione di valore. È lì che amministrazioni pubbliche e capitale globale si incontrano. È lì che si misura la disponibilità delle città a farsi attraversare dalla rendita. È lì che la città smette di essere anzitutto un luogo di vita e si presenta come promessa di valorizzazione.

La partecipazione di Roma Capitale va collocata dentro questo quadro. Il linguaggio istituzionale è quello ormai abituale. Si parla di modernizzazione, attrattività, rigenerazione, sviluppo urbano, connessione tra quartieri, valorizzazione del patrimonio. Sono parole che vengono offerte come ovvie, ragionevoli, persino progressiste. Eppure, dietro questa retorica apparentemente rassicurante, si riconosce con chiarezza un processo più profondo che riguarda Roma ma che attraversa da tempo molte metropoli europee. Si tratta della finanziarizzazione della città.

Negli ultimi decenni è cambiato il modo in cui il potere economico e politico guarda alle città e le organizza. Le città non vengono più considerate soprattutto come luoghi di produzione, di servizi, di relazioni, di conflitto sociale, di costruzione della vita collettiva. Sempre più spesso vengono trattate come piattaforme di investimento. Terreni, edifici, infrastrutture, aree dismesse, patrimonio pubblico, quartieri interi, tutto può essere letto come leva finanziaria, come riserva di valore da attivare sul mercato. In questo passaggio cambia anche la funzione delle amministrazioni locali. Non sono più chiamate soltanto a pianificare, redistribuire, garantire diritti, riequilibrare diseguaglianze. Diventano il punto di mediazione tra città e capitale, tra patrimonio collettivo e interessi privati, tra lo spazio urbano e i circuiti della rendita.

Il MIPIM serve precisamente a questo. Non è il luogo in cui si discute di come rendere le città più giuste e più vivibili per chi le abita. È il luogo in cui le città si rendono presentabili al mercato. Gli stand non sono spazi informativi innocenti ma dispositivi di promozione territoriale. Si costruiscono narrazioni, si vendono immagini, si mettono in mostra aree, immobili, trasformazioni urbane, possibilità di investimento. In sostanza, si mette in vetrina la città. Roma non fa eccezione. Anzi, proprio per la consistenza e la qualità del suo patrimonio pubblico, rappresenta un caso particolarmente rilevante e appetibile.

Qui emerge il nodo politico di fondo. La Capitale possiede uno dei patrimoni pubblici più vasti e complessi d’Europa. Migliaia di immobili, edifici storici, aree dismesse, strutture pubbliche, patrimonio residenziale. In una città segnata dalla crisi abitativa, dalla povertà urbana, dalla diseguaglianza tra territori e dalla carenza cronica di servizi, questo patrimonio potrebbe costituire una vera infrastruttura sociale. Potrebbe servire a garantire il diritto all’abitare, a rafforzare i servizi di prossimità, a sostenere spazi pubblici, presidi culturali, mutualismo, organizzazione sociale, vita collettiva. Potrebbe essere la base materiale di una politica urbana costruita sui bisogni e non sui profitti.

Sta accadendo invece il contrario. Da anni il patrimonio pubblico viene letto sempre più come una riserva di valore immobiliare, un giacimento da attivare sul mercato. La parola che tiene insieme questa torsione è “valorizzazione”. Si presenta come un termine tecnico e neutro. Ma nella lingua amministrativa contemporanea valorizzare raramente significa restituire uso sociale, allargare i diritti, rafforzare la funzione pubblica di un bene. Molto più spesso significa mettere a reddito, attrarre capitale, predisporre condizioni favorevoli all’investimento. Significa subordinare il patrimonio pubblico alla logica della rendita.

Questo orientamento non riguarda soltanto le grandi operazioni urbanistiche o le missioni internazionali costruite per attrarre investitori. È entrato da tempo dentro gli strumenti ordinari di governo della città. Anche per questo la deliberazione capitolina n. 104 del 2022 costituisce un passaggio rivelatore. Formalmente si presenta come uno strumento per regolare la gestione del patrimonio indisponibile e offrire una cornice alle realtà sociali, associative e culturali che da anni tengono aperti e vivi molti spazi pubblici. Nella sostanza, però, introduce criteri, parametri e meccanismi che riportano quegli stessi spazi dentro una logica di mercato. I canoni, le procedure comparative, i criteri di assegnazione non riconoscono fino in fondo il valore sociale prodotto da quelle esperienze. Tendono invece a misurarlo con strumenti presi dal mercato immobiliare e a piegarlo a un paradigma economicista.

È a questo punto che cade ogni finzione di neutralità. Perché il problema non è soltanto la finanziarizzazione della città in quanto tale. Il problema è capire chi viene favorito e chi viene colpito da questo processo. E a Roma il quadro è sempre più chiaro, si usano pesi e misure diversi. Si apre ai ricchi e si colpiscono i poveri. Si offre la città alla rendita e si sottrae spazio a chi la città la tiene viva davvero. Da una parte l’amministrazione porta Roma dentro il principale mercato internazionale del real estate, rivendica l’esigenza di rendere la città più attrattiva, mette in vetrina iniziative private e opportunità di sviluppo urbano. Dall’altra priva di titolo, delegittima, precarizza, mette sotto pressione quelle realtà sociali che da decenni animano quartieri, costruiscono mutualismo, producono cultura, socialità, solidarietà, organizzazione dal basso e conflitto.

Qui si vede una frattura politica netta. Ai grandi interessi immobiliari vengono offerti ascolto, interlocuzione, riconoscimento, occasioni, sponde istituzionali. Alle realtà popolari, agli spazi sociali, alle esperienze associative e mutualistiche radicate nel territorio vengono riservate precarietà, procedure onerose, disciplinamento, marginalizzazione, quando non l’espulsione. È il doppio standard di una città che si mostra accogliente con il capitale e inflessibile con chi genera legami sociali, costruisce comunità e valorizza i territori senza trasformarlo in profitto. Una città in cui la sostenibilità economica viene chiesta a chi garantisce servizi, relazioni, presidio e accesso, mentre la disponibilità politica viene assicurata a chi cerca rendita.

La questione abitativa basta da sola a mostrare la durezza di questa scelta. A Roma circa ventimila famiglie attendono un alloggio popolare. A fronte di questo dato, le assegnazioni restano largamente insufficienti. In una situazione simile, il patrimonio pubblico dovrebbe essere il centro di una politica di giustizia sociale. Dovrebbe significare recupero degli immobili, rafforzamento dell’edilizia pubblica, uso sociale degli spazi, risposta ai bisogni reali. Invece si continua a ragionare in termini di valorizzazione, sviluppo, attrattività, partnership, investimento. È una gerarchia politica precisa. Prima il mercato, poi, forse, i diritti.

C’è però un altro aspetto che non può essere rimosso, e riguarda il comando politico. La mortificazione delle esperienze sociali e territoriali non è soltanto il risultato di una razionalità economicista. È anche una scelta di governo. Le realtà autonome, radicate, conflittuali, quelle che non si fanno addomesticare e non entrano dentro una filiera di fedeltà, diventano un problema. Non perché non svolgano una funzione pubblica, ma proprio perché la svolgono senza dipendere dal potere politico di turno. E così, invece di riconoscerle per quello che sono, cioè infrastrutture sociali reali costruite dal basso in decenni di lavoro, si preferisce svuotarle, normalizzarle o sostituirle con forme di aggregazione compatibili, depoliticizzate, governabili.

È qui che entra in gioco la costruzione del consenso. A Roma non c’è soltanto una torsione verso la rendita. C’è anche la tendenza a mortificare le esperienze vive del territorio per favorire percorsi selezionati dall’alto, spesso raccontati come spontanei, partecipativi, orientati all’interesse generale, ma in realtà utili soprattutto a costruire consenso e a presidiare elettoralmente pezzi di città. È una dinamica nota. Si neutralizza il conflitto, si marginalizza chi ha autonomia politica, si promuovono soggetti più fedeli, più mansueti, più disponibili a stare dentro una rappresentazione amministrata della partecipazione. Ma una partecipazione privata del conflitto, dell’autonomia e della possibilità di incidere davvero non è democrazia urbana. È, più semplicemente, gestione del consenso.

Per questo la presenza di Roma al MIPIM non va letta come un episodio isolato. È il punto di emersione più visibile di un processo più ampio. Una città che si mette in mostra davanti agli investitori mentre mette in difficoltà le realtà sociali che la attraversano e la tengono viva. Una città che tratta il patrimonio pubblico come leva finanziaria mentre l’emergenza abitativa si aggrava. Una città che parla di innovazione e rigenerazione mentre restringe gli spazi di autonomia e conflitto. Non siamo di fronte a una semplice strategia di sviluppo. Siamo di fronte a una precisa idea di città. Una città piegata agli interessi della rendita, in cui il patrimonio pubblico smette di essere bene comune e diventa strumento di accumulazione. Una città in cui l’abitare cessa di essere diritto e torna a essere privilegio. Una città in cui il territorio non è più luogo di organizzazione collettiva, ma spazio da governare, selezionare, disciplinare.

A quel punto la domanda diventa inevitabile. Quando si aprono corsie preferenziali per i capitali e si restringono gli spazi per i soggetti popolari, quando si offre la città agli investitori e si sottrae legittimità a chi costruisce welfare dal basso, quando si premiano le compatibilità e si colpisce il conflitto, quando si chiama valorizzazione ciò che sempre più assomiglia a una messa a reddito del comune, allora il problema non è capire se Roma sia attrattiva. Il problema è capire per chi lo sia.

Perché una città non è un portafoglio di investimenti, non è una fiera permanente. Una città è un corpo vivo fatto di bisogni, relazioni, diritti, contraddizioni, organizzazione sociale, conflitto. E il patrimonio pubblico non è una riserva da monetizzare, ma una ricchezza collettiva che dovrebbe servire a garantire accesso, giustizia sociale, possibilità di vita.

Se questa rotta non si inverte, Roma rischia di diventare sempre più chiaramente una città per investitori e sempre meno una città per chi la abita. Una città in cui il ceto popolare e medio viene spinto ai margini, insieme a tutte quelle esperienze sociali che hanno la sola colpa di non essersi piegate al potere di turno. A quel punto la domanda finale smette di essere uno slogan e torna a essere una questione politica di fondo. Roma viene valorizzata o, più semplicemente, viene messa in vendita?

Di: e

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