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Non solo giudici e pubblici ministeri: il processo è fatto anche dagli avvocati


19 Mar , 2026|
| 2026 | Visioni

Il dibattito pubblico sulla giustizia è eccessivamente sbilanciato sulla magistratura, ma gli avvocati, che hanno un ruolo importante nel processo, sono più che mai in difficoltà e trascurati.

Questa riforma della giustizia non è certo salvifica, ma neanche pericolosa. Ma, direi, che quando si deve mettere mano alla Costituzione è bene che lo si faccia con molta attenzione e qualità dell’intervento.

Certo, un problema di terzietà del giudice rispetto al pubblico ministero esiste, anche se non va a inficiarne del tutto l’autonomia. Le assoluzioni in giudizio sono una realtà diffusa nella quale i giudici hanno dato prova di tale autonomia. Tuttavia, questi ultimi e i pubblici ministeri rimangono colleghi rispetto all’altro attore del processo che è l’avvocato e, attraverso lui, il suo assistito, diretto interessato. Il difensore, effettivamente, è pur sempre “altro” in confronto ai primi, i quali hanno uno stesso CSM e una stessa associazione di categoria.

L’avvocato è parte privata e, rispetto alle due figure magistratuali, ha scadenze perentorie che su di lui incombono minacciose, per cui il rischio di non riuscire a rispettarne qualcuna è elevato in termini di responsabilità disciplinari, economiche, morali e di immagine. Soprattutto in quest’ultimo secolo egli si ritrova ingiustamente sotto una lente severa di giudizio: pare che, se la giustizia non funzioni, la causa sia soprattutto la sua; che, se le cause si prescrivono, sia “grazie” agli avvocati cosiddetti “bravi”, anziché a causa di lentezze ed errori degli uffici giudiziari.

Insomma, nel dibattito pubblico i magistrati sono al centro dell’attenzione politica e mediatica, tra sostenitori e detrattori della loro indipendenza, mentre alla figura dell’avvocato — che è, appunto, uno dei tre soggetti processuali insieme a PM e giudici, nonché parte debole del procedimento penale — viene riservata una funzione marginale, utile al massimo per coglierne qualche dichiarazione laddove i media abbiano attenzionato il suo processo, per cui vi sono innocentisti e colpevolisti, e per utilizzarla strumentalmente da parte di taluna delle due fazioni.

Ma l’avvocato, nel nostro sistema, è ormai colui che porta la croce della giustizia che non funziona. I tempi lunghi dei processi, con le conseguenti attese, nonché sofferenze, lamentele, ansie e insoddisfazioni di chi subisce un processo — sia questo penale, civile o amministrativo — vengono riversati direttamente sugli avvocati, che sono giorno per giorno investiti dai propri clienti di tutto questo, senza che ai magistrati giunga nulla, se non, appunto, attraverso qualche dibattito mediatico.

Insomma, quella dell’avvocato è una sorta di zona cuscinetto tra le attese/pretese, le difficoltà del cittadino parte processuale e la rigidità del sistema giustizia, con il suo ordine “inamovibile” (per dirla con la Costituzione) della magistratura e i suoi poteri, tempi, logiche e cancellerie che fanno da tramite con il resto del mondo. Cioè, tutto ciò che non funziona ricade sulle spalle degli avvocati, sotto pressione da tutto questo e con poche garanzie per la propria professione. Altresì, occorre purtroppo dire, con una scarsa — se non nulla — comprensione da parte della generalità dei magistrati, come anche dei media.

Inoltre, in questo secolo l’avvocato — quindi l’efficacia di una buona difesa — è sotto attacco a causa di una crisi economica che lo affligge. Questa è stata spesso imputata alla crescita del numero dei legali (cosa che, in questi ultimi anni, è tra l’altro nettamente in controtendenza); tuttavia, non è questa la causa principale. L’origine è quella che attanaglia un po’ tutto il comparto lavorativo privato: ossia la dittatura dell’austerità.

Sì, perché questa ha ispirato l’abolizione delle tariffe forensi che tutelavano l’entità del compenso, in nome di liberalizzazioni che dovevano essere strumentali a far risparmiare essenzialmente grandi aziende e pubbliche amministrazioni. Poi le successive imposizioni di riduzione degli onorari a carico dello Stato previsti per i patrocini per i meno abbienti che, in un anno — il 2012 — prima sono stati ridotti della metà e poi di un terzo (con un’interpretazione giurisprudenziale di tali riduzioni deteriore per il difensore), altresì con un allungamento dei tempi di pagamento che possono durare anche alcuni anni. Per non parlare, poi, delle condizioni ulteriormente defatiganti previste per le difese di ufficio.

Nel frattempo, ci sono i costi della professione che aumentano continuamente, spesso attraverso la previsione di diversi mini-costi o l’aumento di essi, quali quelli per l’utilizzazione della firma elettronica, del pagamento telematico delle marche da bollo, dei bolli sulle fatture alla PA, per la costituzione di parte civile, ecc. Costi che, seppur teoricamente addebitabili al cliente, di fatto vengono spesso sostenuti dai difensori.

L’introduzione del telematico, poi, è divenuta anche una modalità per far risparmiare denaro a pubbliche amministrazioni e grandi imprese, a carico del tempo trasferito su liberi professionisti e cittadini in generale, ai quali viene così trasferito lavoro al proprio PC che, diversamente, dovrebbe essere svolto dagli uffici, quale quello dell’archiviazione telematica di dati e documenti. Così, quando il telematico, da facoltativo, diventa obbligatorio, viene utilizzato per esternalizzare di fatto gratuitamente il lavoro ai predetti soggetti — e gli avvocati alle prese con il processo penale telematico ne sanno qualcosa.

Infine, per il difensore la crisi economica generale, con dati in discesa da oltre vent’anni, si traduce in una clientela sempre più in difficoltà ad affrontare i costi di un processo. Ciò lo costringe, da una parte, a rinunciare a voci importanti del proprio compenso e, dall’altra, a impegnare tempo e preoccupazioni per l’attività di recupero del proprio onorario, laddove vi riesca.

Una prova di questa crisi è il fatto che, mentre nello scorso secolo generalmente ogni avvocato poteva permettersi una segretaria, oggi trovarne non è affatto scontato, con conseguente aumento del carico di lavoro sui legali e ulteriore riduzione del tempo prezioso per lo studio delle cause, ma anche per il proprio, sacrosanto, tempo di vita. Anche in questa difficoltà di poter avere personale — tra segretarie e praticanti da retribuire — la difesa sconta la sproporzione di mezzi rispetto al pubblico ministero.

Vi è, purtroppo, da rilevare che, benché l’avvocatura abbia proprie rappresentanze di categoria, queste scontano un’inadeguatezza in termini di capacità — se non di volontà — di lettura e narrazione della condizione forense, anche in termini di visione di prospettive alternative.

In questo clima di affanno, il difensore si trova a dover non perdere di vista quella che è, pur sempre, la parte centrale e davvero importante della sua professione: garantire la migliore difesa in giudizio del proprio assistito, in dialettica con i magistrati, oltre che, molte volte, specie nel civile, con le controparti. Insomma, assicurare tutela dei diritti e degli interessi del cliente, nell’ambito della legge, dinanzi ai magistrati, con i loro collaboratori, le loro guarentigie, attribuzioni, garanzie e sicurezze, è sempre più sacrificante.

Allora è evidente che la riforma che davvero manca è quella che costruisca e consolidi le garanzie difensive attraverso il potenziamento delle prerogative dell’avvocato, che ne tuteli in primo luogo la sicurezza economica, con adeguati mezzi di organizzazione del proprio studio legale, quindi maggiore tempo a disposizione per il lavoro, oltre che per l’importantissimo riposo e la vita privata, e un utilizzo dello strumento telematico che sia facoltativo, gratuito e agevole.

Perché, comunque, al di là del grado di autonomia tra giudici e PM, nel processo penale il cittadino si affida al proprio avvocato, aspettandosi che abbia gli stessi mezzi, rilevanza e garanzie nel processo del magistrato che lo accusa, senza soggezioni di alcun tipo. È il principio costituzionale dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge — quindi anche dei meno abbienti — e che, di conseguenza, attende di essere pienamente realizzato.

Allora, forse, la vera riforma della giustizia che tuteli i cittadini oggi passa principalmente da qui.

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