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Cent’anni di Storia. E di speranza


24 Mar , 2026|
| 2026 | Visioni

Per una “pace senza vincitori”        

Piotr M. A. Cywinski, responsabile del Museo di Stato Auschwitz-Birkenau, ha lanciato più di un duro monito contro l’indifferenza, un tradimento della tragica lezione della storia e del connesso dovere della memoria: “Le persone sono in cerca di storia e di memoria, anche per trovare risposte agli interrogativi di oggi”. Memoria vivente, beninteso, non selezioni arbitrarie, amputazioni chirurgiche o celebrazioni liturgiche, quindi discernimento e autocoscienza, bussole indefettibili ai fini dell’identità collettiva nel presente storico. Certamente, “un passato che non passa, non è passato” (G. W. F. Hegel), purtuttavia non è neppure una terra straniera.

Al 50° Forum di Cernobbio, Rania al-Yasin, regina consorte di Giordania, di origini palestinesi, universalmente riconosciuta per il costante impegno umanitario, la promozione del dialogo interculturale, il multilateralismo e il rifiuto di ogni forma di estremismo, perciò premiata da innumerevoli organizzazioni internazionali, dall’ONU al Consiglio d’Europa, in riferimento al conflitto mediorientale e al diritto naturale e universale alla vita, ha formulato un invito alla “pace tra uguali, senza vincitori”.

Eppure, si cerca di rimuovere la portata storica del discorso di Vladimir Putin, nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera e la sua severa critica dell’”unipolarismo” da “vincitori” USA, ostacolo a un nuovo e più equilibrato ordine mondiale, dopo la fine della Guerra Fredda e la “catastrofe geopolitica” della dissoluzione dell’URSS, dopo avere, il mese prima, proposto al premier italiano Romano Prodi un rafforzamento del dialogo Russia-UE. Porte coscienziosamente chiuse.

Pensieri profondi, che vengono da lontano, ora vivi solo nell’oblio di valori cardine originari, a parole esaltati, di fatto rimossi, della tradizione culturale occidentale. Secondo l’emblema stesso dell’eroismo e della gloria immortale, infatti, l’Achille omerico, riluttante alle armi dopo lo sdegnoso abbandono del campo di battaglia, e prima del ritorno per ragioni personali di amicizia, “nulla vale quanto la vita”.

Nel cuore dell’Illuminismo greco, nel 346 a. c., con l’orazione “Per la pace”, agli Ateniesi, in precedenza desiderosi della pace, quando il nemico macedone calpestava tutti i loro diritti, e ora smaniosi della guerra, benché prevedibilmente disastrosa, per difendere un privilegio che era soltanto l’ombra di un diritto, un leader politico, discusso alquanto, Demostene, il principe degli oratori attici a giudizio largamente concorde da Plutarco a F. Nietzsche, rivolgeva il monito seguente: “In vista di interessi particolari, ciascuno fu indotto a fare molte cose che non avrebbe voluto fare. Ed è questo precisamente che noi dobbiamo evitare, poiché è proprio qui il vero pericolo. Ritengo necessario comportarsi in modo da non compiere nulla che sia indegno di noi, da non provocare una guerra e dare a tutti l’impressione che noi ragioniamo saggiamente e diciamo sempre la verità. A coloro poi che pensano sia necessario esporsi con audacia ad ogni pericolo e non prevedono la guerra, voglio fare queste considerazioni, poiché, non v’ha dubbio, riteniamo che la tranquillità che nasce dalla pace ci procuri maggiori beni che non la lotta continua”. Con l’avvertenza che “lotta continua” è traduzione imprecisa del più pregnante verbo greco “philonikein”: “desiderio di combattere per vincere”. Una lotta, peraltro, improbabile, in condizioni di inferiorità, anziché un’adeguata preparazione in vista dello scontro difensivo definitivo.

Permangono intatti il senso e il valore etico-politico di questo originario elogio della tranquillità della “pace senza vittoria”, tanto più significativo, in quanto pronunciato nonostante la fiera e irriducibile ostilità di Demostene contro il nemico macedone, giudicato tanto forte e veloce da “arrivare sempre per primo”. Solo perché libero dai riti assembleari e dalle pastoie burocratiche, sottolinea l’oratore, propri della lenta democrazia deliberativa ateniese?

La medesima lezione magistrale irradiata dal “Satyricon”, la straordinaria opera di età neroniana attribuita a Gaio Petronio Arbitro. Che la vera grandezza risiede nella libertà di non lasciarsi trascinare dalla logica del confronto violento, di non lasciarsi definire dal conflitto. Dal “grande mattatoio” della Storia non si esce dalla porta dei vincitori.

Se la guerra può vedere un vincitore, la pace dovrebbe farne a meno, perché “il successo non è definitivo”, non solo a giudizio di Winston Churchill. Non a caso, ad esempio, molti autorevoli osservatori oggi sottolineano che le guerre commerciali, per loro propria natura, escludono vincitori.  Forse anche per questa ragione, Napoleone Bonaparte intese celebrare la straordinaria vittoria di Austerlitz contro la terza coalizione con un monito alle sue armate: “Dopo la vittoria, non vi sono più nemici, ma solo uomini”. Kantianamente, fini, non mezzi, anche quando, suggerisce Francesco Guicciardini, ci si trova “dalla parte dove si vince”. Del resto, la stessa tradizione militare, fin dall’antica Roma, conosce un gesto di alto valore ideale e morale, al limite della sacralità: l’onore delle armi, tributato agli sconfitti, se valorosi, come se fossero i vincitori.

Il tema, capitale, trafigge il nostro tempo storico con un bilancio consuntivo e preventivo. Dal “Manifesto Einstein-Russell” e altri del 1955: “Dobbiamo imparare a pensar e in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili”. “Stiamo parlando, in questa occasione, non come membri di questa o quella nazione, continente o credo, ma come esseri umani, membri della specie Uomo, la cui continua esistenza è in dubbio… Quali passi si possono intraprendere per impedire una contesa militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti in causa?»

La sua cruciale salienza ha ispirato, nel 1957, nel villaggio di Pugwash, Nova Scotia, Canada, un gruppo di scienziati a fondare la Pugwash conference, che sarà premiata con il Nobel nel 1995. L’obiettivo: “l’eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e biologiche) e della guerra come istituzione sociale per la risoluzione delle controversie internazionali. La risoluzione pacifica dei conflitti attraverso il dialogo e la comprensione reciproca è parte essenziale delle attività di Pugwash, particolarmente rilevante quando e dove vengono impiegate o potrebbero essere utilizzate armi nucleari e altre armi di distruzione di massa”. Il testo recita: “L’umanità ha un solo nemico: la nostra irrazionalità che ci impedisce di lavorare assieme per risolvere i problemi comuni. Abbiamo paura uno dell’altro, e questa paura genera la guerra”. Leggi: distruzione, massacri, atrocità. L’influenza di Pugwash, universalmente riconosciuta, era attestata, tra gli altri, da Robert McNamara e da Mikhail S. Gorbachev, nel contesto degli accordi per la riduzione delle armi nucleari.

E ritorna l’idea di pace, dopo l’epilogo militare, senza vincitori. Fuori dal dilemma della “guerra giusta” e “combattuta in modo giusto” di Michael Walzer, rispetto alla “guerra ingiusta” e “combattuta in modo ingiusto”, comunque ad esclusione, a giudizio di Walzer, della “guerra preventiva”. Se, infatti, la memoria storica non inganna, “preventive” sono state, per definizione propria, le “controrivoluzioni” del Secolo breve: il nazismo e i fascismi!

Ed è sorprendente che, in molte lingue slave, la medesima parola, “mir”, significhi sia “pace”, sia “società” e “mondo”, al punto che “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, un capolavoro assoluto della letteratura universale, in qualche traduzione è stato reso con “Guerra e Mondo”, oppure “Guerra e Società”. Mondo/Pace: un solo segno linguistico, benché storicamente enantiosemico. Nulla di sorprendente, se nella lingua greca classica il significante della voce <eiréne>, pace, si riferisce anche a <salute, condizione>, e nell’Antico Testamento finanche allo <stato della guerra>: letteralmente, la <pace nella guerra>. Di converso, nella lingua latina, oltre alla valenza politico-culturale di <dominio>, o Romana Pax, esso indica anche <tranquillità, consenso, benevolenza>, ad esempio la benevolenza degli dei.  

Fin qui le lingue. Da Lev S. Vygotskij, padre sovietico della scuola storico-culturale, apprendiamo che linguaggio e pensiero, sebbene non siano “paralleli”,  disegnano “curve di sviluppo che talvolta si incrociano”. Non accade molto spesso. Come d’incanto, il mattatoio si svuoterebbe, qualora, ad esempio. alla spesa per le armi si sostituisse la spesa per la cultura, l’arma più potente, ma non incolpevole, nel nostro montaliano “modesto pianeta”. Qualora mai, visto che “la vera guerra è dentro di noi”, convinzione espressa da Mao Tse-tung a Richard Nixon, in Cina, nel 1972. E sembrava di ascoltare Sigmund Freud.

Dopo la fine del mondo antico, in prospettiva teologica cristiana, Agostino d’Ippona riterrà che “è molto più vergognoso essere vinti dai vizi e dalle passioni, che non dalle armi”. Come ciò che vale, a giudizio di Kant, non è il successo avulso dalla “volontà buona”, così ciò che conta non è l’uso delle armi in sé, ma l’animus, poiché è male agire per odio, per vendetta, per sete di potere, per crudeltà: “Ciò che è colpevole è il desiderio di far danno ad altri uomini, l’amore crudele della vendetta, lo spirito implacabile e nemico della pace, la ribellione selvaggia, la passione del dominio e del comando”. Ante litteram, Agostino parla del “morbus ad mortem”, la malattia mortale, messa a tema nella modernità da Søren Kierkegaard. La malattia per antonomasia, che è illusorio curare con le categorie fallaci del manicheismo e dalla faziosità settaria, non a caso confutati sia, in ambito teologico, da Agostino, prima fervente adepto, sia, in ambito politico, dal pensiero laico anglo-americano dell’ultimo secolo, nel solco della “legge di Hume”, da George E. Moore e Charles. L. Stevenson, da Alfred Ayer e Richard M. Hare, Talcott Parsons e Daniel Bell, ai “continentali” Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Max Weber e Ludwig Wittgenstein. Certamente, resta il limite del carattere “avalutativo”, tendenzialmente giustificativo dell’esistente, della “sociologia scientifica”, a giusta ragione rifiutato dalla “teoria critica” propriamente detta.          

Ad Albert Einstein, che, dopo Hiroshima e Nagasaki, dissimulava di ignorare come sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale, prima della quarta e ultima “coi bastoni e con le pietre”, e che rivelava che, se avesse “saputo”, avrebbe fatto “l’orologiaio”, è sembrato rispondere papa Francesco: un “conflitto globale a pezzi”, entro scenari e dinamiche di confrontation universale. Dalla quale “non si esce da soli, ma con gli altri”, Bergoglio incalza, in una prospettiva di “pace senza vincitori”, ora ribadita anche da papa Leone: win-win. Con gli altri, ideologia ecumenica e unità dogmatica nicèna debitamente a parte.   

Si rammenti che, a metà degli anni ’60, anche il presidente Dwight Eisenhower, il comandante in capo dello Sbarco in Normandia, nelle Memorie, di fatto recriminando sul suo predecessore H. S. Truman – il presidente che, dalla Conferenza di Pace di Potsdam, in cui i Tre Grandi si impegnavano per l’avvento di “cento anni di pace” (!), aveva minacciato il Giappone di “completa distruzione” – riconosceva che “il Giappone era già sconfitto”. Negli atti ufficiali della Commissione d’inchiesta USA si legge, a chiare lettere, che “il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra contro il Giappone”. Purtroppo, il manzoniano senno di poi non cambia la Storia, preparando un domani migliore, né, secondo Marco T. Cicerone, rende gli uomini “sapientiores”, più giudiziosi o meno irresponsabili per il futuro.

Certo è che nel Museo Memoriale della Pace, a Hiroshima, e nel Museo della bomba atomica, a Nagasaki, non c’è traccia di vincitori. Ed è ancora Eisenhower a coronare il suo congedo, dopo otto anni di Presidenza, denunciando l’”ingordigia del sistema militare-industriale”. Quel “sistema” che, anni dopo, sarà definito ’”animale selvatico” dal suo ex vicepresidente e presidente in carica Richard Nixon. Selvatico, al pari delle epiche imprese world wide, dal Laos alla Cambogia al golpe cileno contro Allende, all’Operation Linebacker II” contro Hanoi, una delle più spietate e devastanti campagne di bombardamenti della storia, in stile Dresda e oltre, ordinate da Nixon, “la tenebra che propaga(va) sé stessa” nella più grande democrazia del mondo e fuori, nel dicembre 1972. Una memorabile strenna di Natale a stelle e strisce, per la “pace con onore”, in contrasto con il contesto della “dottrina strategica della distensione” con l’URSS e del linkage con la Cina. Un “sistema mai sazio di guerre”, attualmente in frenetica espansione e crescita di profitti straordinariamente straordinaria. Proprio Eisenhower, il vincitore del D-Day, il quale volle rivedere i luoghi dello Sbarco, auspicando, ad Omaha Beach, che, dai drammatici eventi epocali che vent’anni prima si erano consumati su quelle spiagge della Normandia l’umanità riesca a imparare a fare a meno di vincitori. Rimane però difficile dimenticare che, all’inizio del suo primo mandato, nel 1954-55, il venerato eroe del D-Day aveva lanciato l’Operazione spregiativamente denominata “Wetback”, schiena bagnata: la deportazione di massa dagli Stati Uniti al Messico di 1,3 milioni di immigrati. Era solo un aperitivo, rispetto ai (sottaciuti) circa 4 milioni dell’Amministrazione Biden e ai14 milioni previsti dalla grande mensa, non di Omero, bensì di Trump. Tu chiamala, se vuoi, “repatriation”, rimpatrio, espulsione o salvaguardia.

Punctum dolens, l’alta posta in gioco. L’Armata Rossa non doveva avanzare ulteriormente e realizzare altri successi in Giappone, dopo l’attacco alla Manciuria, all’isola di Sachalin e alle isole Curili. Se la guerra fosse continuata, i sovietici sarebbero stati in grado di invadere Hokkaidō ben prima dell’arrivo dei militari USA, un’evenienza inaccettabile per gli USA, bramosi di accreditarsi come i veri e soli “vincitori” della guerra, nonostante la distruzione delle potenti divisioni corazzate naziste in larga parte ad opera dell’Armata Rossa.  

Di più. Secondo il recente ed equilibrato giudizio di uno storico giapponese,  Tsuyoshi Hasegawa, in “Racing the Enemy”, un libro denso di rivelazioni, la resa dell’impero giapponese non fu determinata dalla guerra totale statunitense, non dissimile dalla guerra totale giapponese, dai bombardamenti strategici sul Giappone e dalla stessa distruzione di Tokyo, dopo il primo raid nell’aprile del 1942 – cui seguì lo sterminio di 250.000 civili cinesi ad opera dell’esercito imperiale nipponico – e neppure dalle bombe atomiche, bensì dalla denuncia sovietica, benché concordata con gli USA, del patto di non-aggressione stipulato con il Giappone nel 1941, dal conseguente timore di una guerra con l’Unione Sovietica e di un’invasione.

A ben considerare, già si intravedevano le prime avvisaglie della “Guerra Fredda”.  “Non bisogna drammatizzare”, secondo Elon Musk, potentissimo mattacchione globale, nonché geniale saltatore sul carro del vincitore di turno, perché “le due città sono ancora lì”. Vero, Hiroshima e Nagasaki sono ancora lì, ormai senza neppure l’ombra di radioattività e contaminazioni, con valori ambientali di fondo comuni a qualsiasi altra città, anche in virtù dell’esplosione delle bombe in quota e della successiva dispersione. Dopo questa scoperta, hegelianamente “scintillante di spirito”, da parte di una “leggenda vivente” come Musk, quali margini plausibili di senso e valore si potrebbero annettere alla recente assegnazione – tardiva e palesemente ispirata dagli attuali chiari di luna – del Nobel per la Pace agli Hibakusha, il movimento giapponese antinucleare dei sopravvissuti nell’inferno? A differenza di troppi Musk, loro sanno che l’origine vera della pace è “un cuore che comprende il dolore dell’altro”.

Il dibattito prosegue, anzi sequestra il discorso pubblico e l’intelletto comune, con il richiamo alla necessità, in quella circostanza, di salvare centinaia di migliaia di vite americane, divenuta più cogente dopo la lunga e feroce battaglia di Okinawa, ultima fase della guerra del Pacifico, protrattasi per tutta la primavera del 1945, con circa centocinquantamila vittime giapponesi, anche civili, e circa cinquantamila americane, tra morti e feriti.

Un’esigenza senza dubbio prioritaria, la salvezza del maggior numero possibile di soldati americani. Se non fosse che un altro americano, celebrato e pluridecorato, l’eroe della “terra bruciata”, il generale unionista William T. Sherman, “il primo autentico generale moderno”, in fama di “educatore”, aveva concepito il genocidio delle popolazioni native d’America come “la soluzione finale del problema degli indiani, razza inferiore e selvaggia“. Vi erano forse vite americane in gioco? Certamente no, solo l’idea che “la cultura americana superiore potesse creare successo e progresso”. Il progresso dei massacri di donne, uomini e bambini, di tutte le età, come, una goccia nel mare, la filiera di stragi della Valle dello Shenandoah, nel 1864? Un programma, tipicamente genocida, di “eliminazione non solo dei soldati, ma della gente”, mediante lo sterminio, anche con il fuoco, di ogni essere vivente, animali compresi, indispensabili per la sopravvivenza dei nativi.

Soluzione finale e guerra totale, dal genocidio all’etnocidio, una storia che il nazifascismo ci ha reso tragicamente familiare. Il passato proietta sempre lunghe ombre, e “Hiroshima e Nagasaki appartengono più alla Terza che alla Seconda Guerra Mondiale”, secondo alcuni storici e la conclusione conforme di un vecchio film degli anni ’60, durante la Guerra Fredda.

La frontiera è finita. E lo spirito della frontiera?

Anche a prescindere dalle forti perplessità di Edward Teller, fisico del Progetto Manhattan e padre della bomba termonucleare, esternate a un perplesso J. Robert Oppenheimer, autodefinitosi “compagno della morte, distruttore di mondi”, il quale riteneva fosse “compito dei politici di Washington”, il fisico ungherese Leó Szilárd, che ebbe un ruolo rilevante nel Progetto Manhattan, concludeva: “Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati”. Eppure, questo fisico, insieme con Einstein, il 2 agosto 1939, aveva sollecitato Franklin D. Roosevelt ad avviare il programma nucleare correlato al Progetto Manhattan, anche se, originariamente, non pensato per il Giappone, perché nato dal timore, rivelatosi infondato, che la Germania nazista potesse giungervi per prima. La bomba vedeva così la luce in un contesto conflittuale e al di fuori di qualsiasi controllo internazionale. Con le ben note e inevitabili conseguenze.

Purtroppo, i paradigmi esistenziali, da soli, si sono sempre rivelati inidonei a sostenere principi e prassi di salvezza collettiva, come lascia intendere il perentorio giudizio di Heidegger, nel 1966, nell’intervista rilasciata allo Spiegel: “Non c’è bisogno della bomba atomica per sradicare l’uomo dalla Terra. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive”. Ignorava che la preoccupazione universale, da lì a breve, si sarebbe concentrata sulla “difesa planetaria” dagli… asteroidi.    

Di più e meno noto. Di fronte alla difficoltà di superare il Reno da parte delle truppe americane, per un momento, a Roosevelt balenò l’idea di utilizzare l’atomica su una città tedesca… In ogni caso, “il giorno dell’infamia” (F. D. Roosevelt), l’attacco premeditato giapponese a Pearl Harbor contro l’imperialismo del “gigante addormentato”, nel quadro del dinamismo espansivo nipponico nel Sud-est asiatico, prima e dopo la disfatta russa a Tsushima nel 1905, delle soffocanti sanzioni ed embargo americani sugli idrocarburi e del fallimento del negoziato di pace, il grande misfatto, insomma, era vendicato. La forza apocalittica della scelta portava un nome atrocemente chiaro: “male necessario”, “Necessary Evil”, il nome del terzo bombardiere atomico. Già da molti mesi, comunque, in Birmania e nel sudest asiatico aerei USA volavano senza insegne e con piloti militari in borghese, attaccando di sorpresa mezzi giapponesi nella regione. Sotto un profilo più ampio, l’attacco a sorpresa giapponese su Pearl Harbor resta tuttora un evento controverso.

In proposito, si deve al duce degli Italiani, nel 1928, febbrilmente occupato a “fare anche cose buone”, la smargiassata secondo la quale “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. E sul gioco duro “multilaterale” gli USA hanno scandito la propria ascesa imperiale. Quel “Male necessario” annunciava un guadagno conoscitivo tremendo: la consapevolezza della possibilità dell’autodistruzione della specie.

Ed è paradossale che l’era nucleare, espressione della massima potenza dell’uomo, abbia inciso sulla sua naturale fiducia nella capacità di influenzare gli eventi, generando un senso di inadeguatezza e impotenza. Un vero e proprio Giano bifronte, tale da indurre una specie di ottimismo della debolezza rispetto a quel “pessimismo della forza” che Nietzsche scorge nella tragedia greca. A Los Alamos, nel 1943, i fisici del “Progetto Manhattan”, mentre cominciavano a “conoscere il peccato, in quanto l’impiego dell’ordigno era sempre stato implicito nel progetto” (Oppenheimer), si chiedevano che cosa avrebbero trovato “alla fine del tunnel”. Non era curiosità scientifica e intellettuale, era l’“inimmaginabile”, che spinse Oppenheimer a domandarsi se “abbiamo lavorato noi sulle bombe o le bombe su di noi”. Ipotesi, la seconda, che, nel contesto contemporaneo della AI, sembra evocare lo scacco dell’umano, se soltanto pensiamo all’angosciosa domanda di alcuni scienziati del Progetto originario, alla vigilia immediata di Hiroshima e Nagasaki.    

Ora, è pressoché universale l’assenso intorno al papa è universale, da Harvard a Cambridge, da Roma a Pechino. Infatti, se “all the world’s a stage” (W. Shakespeare), se tutto il mondo è un palcoscenico, registi, attori e comprimari, sinergicamente vi stanno giocando una partita ad altissimo rischio, tale da fare impallidire i più incalliti giocatori d’azzardo. La casualità, per sua natura, è ignara della lucidità e dell’abilità strategiche essenziali anche del poker. In altri termini, sul fronte occidentale, “Stati Uniti ed Europa sono prive di una strategia di lungo termine, mentre dietro ogni mossa russa c’è una visione”. Questa la valutazione di una testata giornalistica italiana, notoriamente antirussa.  

Qual è la “visione” di Trump in Iran, piuttosto che in MO o in Venezuela? Quali gli obiettivi e il piano per il dopo-guerra? Non sarà l’elezione del secondogenito di Khamenei, uno dei principali architetti del sistema tirannico della repressione e della depredazione, non una “colomba figlia della vipera”, agli occhi della disperata Resistenza, e la “continuità” in quel nome del radicalismo teocratico, ideologicamente basato sul velayat-e faqih, l’autoritarismo del giurisperito islamico della legge coranica, teologica ed etica, annunciata dall’Assemblea degli esperti. È questa “l’alba della nuova era” della dogmatica sciita, salutata all’unisono con una standing ovation dai Guardiani della rivoluzione, dai Basij e dai ribelli Houthi dello Yemen? Questo il regime change salvifico?

Politique d’abord, sensatamente calibrata sulla specifica complessità delle singole situazioni, senza alcuna necessità di parate di portaerei. Oppure un caso emblematico di “eterogenesi dei fini”, come tematizzata dal padre della psicologia scientifica W. Wundt, alla fine dell’Ottocento, nel solco di una tradizione di pensiero alto, da Machiavelli a Vico, da Adam Smith a Hegel. 

Purtroppo, da guerra “a pezzi” a pianeta “in pezzi” la distanza non è incalcolabile, crash informatici immateriali globali a parte, prezzo inevitabile della vulnerabilità, non già del “sonnambulismo”, come vedremo più avanti.  

Correva l’anno 1916. Giuseppe Ungaretti intonava un potente inno alla speranza, alla pace e all’unità: “Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità / Fratelli”. Versi tra i più incisivi, che scolpiscono la Grande Guerra, prima che si dovesse cominciare a numerarle e, nel 1941, annettergli un nome indicibile: “mondiali”. Ed era solo il principio. Eppure, “la guerra è una professione con la quale un uomo non può vivere onorevolmente; un impiego col quale il soldato, se vuole ricavare qualche profitto, è obbligato ad essere falso, avido, e crudele.”, l’esercizio dello sguardo acuto di N. Machiavelli sulla Storia, quantunque teorico della necessità dei “profeti armati”. 

2026. “Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito terza guerra mondiale a pezzi in un vero e proprio conflitto globale”. Bergoglio individuava nella convocazione di elezioni in molti Stati la cogenza di una rinnovata prospettiva, entro cui “i cittadini, specialmente le giovani generazioni, avvertano come loro precipua responsabilità quella di contribuire all’edificazione del bene comune, attraverso una partecipazione libera e consapevole alle votazioni”. Un viatico per la pace, soprattutto.  

Un passo indietro, inevitabile, laddove tutto è fatalmente cominciato.

Aveva vent’anni Raymond Radiguet, nel 1923, quando se ne andò, trafitto da una grave malattia infettiva. La Grande Guerra del 1914 aveva già interamente consumato l’“inutile strage”, nel solco di quella “macelleria” della Storia che pervade le pagine magistrali di “Decline and Fall of the Roman Empire” di Edward Gibbon. Discepolo di Voltaire e fustigatore della responsabilità del cristianesimo nell’agonia e nel crollo dell’Imperium, il più autorevole storico dell’Illuminismo attribuiva il progressivo affievolimento del “senso civico” al distacco dall’impegno pubblico terreno, nella prospettiva della definitiva patria celeste.

Come sempre, è questione di punti di vista. Di certo, “il diavolo in corpo”, titolo del primo romanzo di Radiguet, ovvero un’inaudita volontà di potenza straziò il cuore dell’Europa, dispiegando tutta la sua forza devastante. Lo scrittore francese, attraverso la precoce esperienza amorosa di un quindicenne, rappresenta la grande metafora della guerra che, liberando dai legami morali e civili del vivere insieme, se non accanto, restituisce il senso struggente di una iniziazione alla vita profondamente intrisa di amarezza e falsità emozionale.

Ed è così che si apre la Gande Deriva. La Grande Guerra, infranti i sogni di gloria della “Belle Époque”, mette a fuoco e in tensione l’orrenda crudezza degli “uomini contro”, simile a una primitiva lotta per la vita, nutrita di morte. Nella metafora speculativa di G. W. F. Hegel: il “regno animale dello spirito”. L’efferata distruzione delle menti e dei corpi, avvinti nel filo spinato della “guerra di posizione”, richiama il plotone di esecuzione che attende Marlene Dietrich in “Dishonored”, il capolavoro diretto da Josef von Sternberg nel 1931.

Non v’è dubbio, monotono refrain, che la prima guerra mondiale abbia visto la più rapida e potente accelerazione del progresso tecnologico della storia e che la massiccia propaganda di guerra abbia stimolato fortemente la produzione artistica: letteratura e arte, pensiero e filosofia, fotografia e cinema, disegno e “pittura di guerra”, sperimentazione e avanguardia. E, non da ultimo, la riflessione etica sul rapporto bene-male.

Ne è valsa, dunque, la pena?

“La Grande Illusion”, il film diretto pochi anni dopo da Jean Renoir, nel 1937, vigila della replica, esalta una concezione dell’equazione umana quale sfida permanente alle situazioni più drammatiche e, tuttavia, conferma l’ineluttabilità della violenza, che non cesserà, lasciando spazio alla leopardiana compassione, nonostante il vortice degli errori e degli orrori. Un “com-patire” alternativo, o complementare, al “con-gioire”, celebrato da F. Nietzsche. Lungo questa via, Renoir spezza i vincoli del tempo della costruzione filmica e si proietta verso il futuro: il nostro presente storico.

“E’ sempre guerra”, scrive Lev Tolstoj. Ma perché la guerra?

Storici e pensatori conoscono molte plausibili ragioni. Dalla “trappola di Tucidide”, silente tra le ragioni del diritto e quelle della forza, alla polarità amico-nemico/straniero di quel fascistone di Carl Schmitt, dal polemos vs logos di Eraclito, alla “volontà di potenza” di Friedrich Nietzsche. La ricerca letteraria scopre ed esplora altre dimensioni. “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, il romanzo autobiografico di Erich M. Remarque, “Uomini contro”, il celebre e controverso film-verità di Francesco Rosi, “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, illuminano ragioni allotrie. Per evitarla, la guerra. Immagini plurali delle ragioni della guerra quale modalità della relazione interumana. Altamente drammatica la stimmung di senso per Paul Bäumer, il protagonista del romanzo di Remarque: ormai quasi in salvo, muore poco prima della cessazione delle ostilità. Poco prima della “vita nova”. E della bramata pace.

Ciò nonostante, si può pensare, con Albert Camus, che “l’inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia”. E chissà che non si trovi il modo d’informarlo e istruirlo, il cetaceo politico, come l’Aristotele biologo-zoologo delle “Ricerche sugli animali” definirebbe il “ketos”, la “balena” pseudopolitica dell’indifferenza e dell’incoscienza imperanti.

Cent’anni, pertanto, all’esito dei quali uno storico inglese, Christopher Clark, ha sottoposto la materia a una scrupolosa e originale revisione. “I Sonnambuli” – The Sleepwalkers. How Europe Went to War in 1914” – ha il merito di sgombrare il terreno dal più tenace degli equivoci: l’imputazione del male alla malvagità. Non è necessario, è la tesi. La crudeltà può anche prescinderne, basta la cieca insipienza dei “vigili”, ma sonnambuli, per l’appunto, il puntiglio psico-nevrotico, la paranoia ossessiva degli interessi, se miopi o di dominio imperiale rileva scarsamente. Né v’è necessità di scomodare categorie etico-religiose. I bombardamenti strategici, i gas asfissianti, le fucilazioni indiscriminate di disertori impazziti dalla paura, gli assalti all’arma bianca, i suicidi d’interi reggimenti, non tarderanno ad arrivare.

È, ormai, disponibile un’amplissima documentazione scientifica sulle conseguenze ambientali e climatiche delle guerre, che le armi di distruzione di massa hanno esacerbato, e il cui uso, a partire dalle due guerre mondiali, in specie dalla seconda, causa enormi danni ambientali. Infatti, oltre all’immane perdita di vite umane, il sociologo Nils P. Gledistch, docente presso l’Istituto di Ricerca sulla Pace di Oslo, nonché membro dell’Accademia norvegese delle Scienze, evidenzia che “le risorse naturali sono solitamente le prime a soffrire: le foreste e gli animali selvatici vengono spazzati via”. Riguardo all’abominio della guerra nucleare, i suoi effetti, diretti e indiretti, sull’ambiente riguardano sia la distruzione fisica, dovuta all’esplosione, sia il danno biosferico, dovuto alle radiazioni ionizzanti o alla radiotossicità, che impattano direttamente sugli ecosistemi all’interno del vasto raggio dell’esplosione. Inoltre, le turbolenze atmosferiche o geosferiche, causate dagli odierni sistemi d’arma, inducono non trascurabili cambiamenti meteorologici e climatici in sequenza. Risuona ancora il grido d’allarme per l’effetto serra lanciato nel 1959 da Teller.

Qualche analista ha di recente evocato il “sonnambulismo” anche in riferimento agli scenari attuali, se non che… Al di là della decisiva questione biologica, fervono intense attività, “sfide decisive”, assicurano gli USA, la Cina è vicina. Ma sono prodromiche alla scrittura del “diario dell’ultimo appartenente al regno della libertà, l’ultima testimonianza”, conclude un personaggio del “Nuovo Mondo” di Jean-Luc Godard, prima di entrare nel mondo dell’irrealtà: la “fine del mondo”.  E se “il testo è la massima concentrazione del reale”, incluso il futuro prevedibile e possibile, allora anche quel diario rappresenta il monito estremo per la pace senza vincitori del… nulla.   

Perenne thema decidendum, la vexata quaestio delle “responsabilità”.

La storiografia dell’ultimo secolo, con poche eccezioni, attribuisce alla Germania e all’Austria la prevalente o esclusiva responsabilità del conflitto. La sindrome dell’accerchiamento e la preoccupazione angosciosa per la crescente potenza della Russia avrebbero indotto il secondo Reich tedesco, sorto sulle shakespeariane “macerie sanguinanti” del Blitzkrieg prussiano contro la Francia nel 1871, reso tecnicamente possibile, fatto poco noto, dal sistema ferroviario prussiano “a raggiera”, con la conseguenza che, quando le armate prussiane di Helmuth K. Bernhard von Moltke erano già schierate in assetto di battaglia e predisponevano una possente “tenaglia”, la Grande Armée di Napoleone III iniziava la mobilitazione.

Finiva un’epoca nella storia d’Europa; il mito della grande nation, dominante l’Europa, cadde per sempre”, nota l’autorevole storico britannico Alan. J. P. Taylor. Si concede agli austriaci un Freibrief, carta bianca (!), per “punire” i serbi dopo l’attentato di Sarajevo. Rammendi, nel panico. Allora, meglio la guerra subito contro la Russia, non ancora pronta, che mobilita, e i tedeschi, in allarme, le dichiarano guerra e, nello stesso tempo, alla Francia, in esecuzione del “piano di battaglia Schlieffen”, l’unico di cui disponevano: rapida conquista della Francia, passando attraverso il neutrale Belgio, per concentrarsi dopo sulla guerra nell’est.

Il secondo Reich. Dal primo, lo “Heiliges Römisches Reich”, il Sacro Romano Impero, in toto germanico e, pertanto, escludente l’odierna Francia, è trascorso più di un millennio. Oggi, sembra di vivere nel quarto, in pieno olocausto, fortunatamente non nucleare, ma solo economico-finanziario, etico-poltico e sociale. Crisi della democrazia, oppure fine del mondo contemporaneo – sorto dalle grandi rivoluzioni, inglesi, americana e francese, sullo sfondo del capitalismo e dell’industrialismo – ancorché sublimata nella forma suprema del Leviathan hobbesiano. Che pensa per tutti. “Ora passa e declina – l’Aufklärung kantiana – e lungamente ci dice addio”, da V. Cardarelli sull’autunno. Incombono e avanzano il macchinismo impersonale e senz’anima, connesso con il disegno di “softwarizzazione” della società e dello Stato moderno, come argomenta D. Runciman, accademico di Cambridge, e la fuga per la vittoria nell’intelligenza artificiale.  “Il lavoro alla macchina, scrive Karl Marx, oltre a intaccare in misura estrema il sistema nervoso, reprime il poliedrico gioco dei muscoli ed espropria di ogni libera attività fisica e mentale. La stessa semplificazione del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro il lavoratore, ma svuota di contenuto il suo lavoro. Un fenomeno comune a tutta la produzione capitalistica, che non sia il lavoratore a utilizzare la condizione di lavoro, ma che sia, viceversa, la condizione di lavoro a utilizzare il lavoratore; soltanto con il macchinario questo capovolgimento viene ad avere una realtà effettuale tecnicamente tangibile”. Un’intransigente confutazione teorica del vizio strabico del “luddismo”. Il problema, infatti, non è la macchina in sé, bensì la “condizione di lavoro” verkehrte, invertita, il “mondo al contrario”, che la macchina rende effettuale e tangibile, trasformando il naturale processo sociale di “oggettivazione”, la produzione del proprio mondo umano, in “Selbst-entfremdung”, auto-estraniazione, a esclusivo vantaggio del vorace e succulento saggio di profitto.    

Nella trepidante attesa anche del rimpatrio e, soprattutto, del perfezionamento automatico informatico del vecchio caro logos, “umano, troppo umano”, l’AI, “l’intelligenza della macchina”, parole di Alan Turing – ché di questo si tratta – attualmente somiglia a una grande cattedrale in un deserto di senso. Resta impregiudicata la speranza del suo uso sociale, pubblico e progressista, “intelligente”, per restare in tema, e “responsabile”, nel buon ricordo della lezione di Max Weber. È, comunque, del tutto evidente che presumptions e forme, in accezione epistemologica, della sua visione del modello di produzione con capitale si declinino in modo sostanzialmente differente dall’analisi marxiana.   

Soltanto apparente, invece, il superamento geo-politico-strategico della MAD, “mutua distruzione assicurata”, costruita durante la Guerra Fredda. L’acronimo “Mad”, in inglese “malato di mente”, incorpora significati ulteriori e indicibili. L’equilibrio e lo stato di quiete, anche quella atomica, dipendono da molteplici condizioni, necessarie per la loro applicabilità e tutte intrinsecamente soggette a rischi insostenibili o, peggio, irreparabili, ad opera di “macchine belliche senz’anima” (W. Churchill).

“Tutto il mondo è mio paziente”, la diagnosi di Sigmund Freud.

Ferma e chiara la lezione della Storia, valore originario e perenne, mai conclusivo, contro l’arbitrarietà della speranza affidata alla sola “minaccia”, declinata secondo varie modalità onomastiche. Eppure, “valore” è ciò che conta per noi. Improbabili altri sbarchi in Normandia, nel cuore della civiltà europea, nursery di conflitti in sequenza. A prescindere dalla MAD, infatti, e dal suo simulato abbandono da circa trent’anni, in presenza dell’attuale sinistro ed “eterno ritorno” di fiamma dei “Sonnambuli”, è palese che, entro qualsiasi nuova teoria e dispositivo strategico, dopo il “primo colpo nucleare” o “secondo/risposta”, sussiste pur sempre, ineludibile, la questione del “controllo/neutralizzazione della minaccia”. Vecchia e inquietante la lezione di John von Neumann, per gli apprendisti stregoni della coesistenza e per l’”equilibrio del terrore”, meglio: il terrore di un siffatto equilibrio dis-topico. Da “Wargames”, noto film anni ‘80: “L’unica mossa vincente è non giocare”. Perché nell’era nucleare il solo vero nemico è… la guerra stessa. Il concetto dovrebbe risultare sufficientemente perspicuo.  

Tale la pace senza vincitori. Significativo, a tale riguardo, uno scambio di battute fra John F. Kennedy e Nikita S. Chruščёv. Kennedy: “Abbiamo missili nucleari in grado di distruggervi 30 volte”. Chruščёv: “Abbiamo missili nucleari in grado di distruggervi una sola volta, e questo basta”. La tempesta perfetta. Hallelujah!

E, dopo la fine della deterrenza bipolare USA/Russia, la “strategia del non gioco” ora sembra intrigare, in modo particolare, la Cina, ormai dotata di una notevole capacità d’attacco nucleare intercontinentale. Ha, infatti, proposto all’Onu l’approvazione di “un trattato che introduca limiti agli arsenali nucleari” e “proibisca esplicitamente il first strike”, il famigerato attacco preventivo. A questo scopo, si è da tempo impegnata in colloqui riservati con gli USA, vertenti sulla necessità di una moratoria sui test e l’inaugurazione di una nuova linea rossa, finalizzata alle criticità congiunturali, accidentali e fuori scala, innescate dal richiamo della foresta. Ipotetica e futuribile, infatti a tutt’oggi ancora indefinita, la “tecnologia spaziale non-umana”, indipendente dalle stesse leggi della fisica.

Nell’Antropocene digitale popolato di dati e utenti, e sempre meno di diritti e libertà civili e partecipative, questo salto non si può escludere, sebbene l’atteggiamento statunitense, allo stato, sia piuttosto tiepido. E, pur riconoscendo, almeno a parole, la necessità di una “gestione responsabile” della competizione internazionale, al fine prioritario di scongiurare “scontri e conflitti”, si rimane ancora discordanti rispetto al respiro cinese di sapienza confuciana, in azione nei bivi esistenziali, quando vecchie sfide si ripresentano in forme nuove e dentro nuovi orizzonti di senso, prezioso retaggio e monito della Cina pre-imperiale degli “Stati Combattenti” dilaniata dalle guerre. “Chiedere continuamente a sé stessi quale sia la miglior cosa da fare”, e farla. Incalza, invece, l’evoluzione necrotica di afflati bellicisti, sulle quali Freud ha scritto pagine conclusive. In alternativa, è doveroso “confessare la propria ignoranza”, astenendosi da azioni dettate, come rimarcherà Fëdor Dostoevskij, da “sciocca incoscienza”, e con il dovuto riguardo al monito nietzschiano di non fungere mai da “riflesso passivo” della saggezza altrui, bensì di sussumerla entro la propria consapevole e autonoma identità. Per non porre le domande sbagliate, anziché cercare le risposte a quelle giuste.

L’AI può agevolare tale percorso virtuoso?

Dopo la fine del mondo antico, s’innalzò un’estesa rete di splendide cattedrali. Immense: per ospitare l’Onnipotente. Non per incubare la nefasta Inquisizione basso-medioevale e i “pellegrinaggi armati” delle Crociate, i Conquistadores ante litteram di “una tomba vuota” (Georg W. F. Hegel). Deus lo volt, Dio lo vuole, l’ipse dixit del catechismo per i “pezzenti”. In evangelica memoria degli ultimi, naturalmente, senza il volto spirituale di Francesco d’Assisi.  

Ora, proviamo ad annettere al termine “Reich” il significato originario di matrice indoeuropea – sul tema radicale “reg”, lat. rex, regnum – di formazione politica statuale, diversa dal “Kaiserreich”, impero, indipendentemente dalla forma di governo, perciò non necessariamente di forma istituzionale monarchica. Che il mitologema del “potere millenario”, il “Tausendjähriges Reich”, non abbia una triste e trista plausibilità? Insomma, temporibus ab illis, oggi, l’Europa è più unita o più divisa? Ovvero: la Grande Guerra ha disegnato una mappa più realistica?

Ernesto Rossi, Altiero Spinelli: chi erano costoro? Don Abbondio non smette mai d’interrogarsi e, del resto, “questo è il suo Paese”, non solo a giudizio di L. Sciascia.

Ma “ragionare è distinguere”, è la lezione di Immanuel Kant, nella consapevolezza, aspra e forte, del costante cammino per sentieri interrotti. Distinguere, vedi caso, tra i pur gravi errori imperiali di Atene nel mondo antico e gli orrori nefasti del Finanzkapital, il capitalismo finanziario predatorio, posto a titolo e tema del fondamentale contributo di Rudolf Hilferding alla storia contemporanea, prima che a una rivoluzione mancata. Era il 1910. Il pensatore ed economista socialdemocratico, pur non conoscendo la lezione di metodo dei “Grundrisse” di Marx, editi circa trent’anni dopo a Mosca, procede con pari ed invidiabile rigore, fino a mostrarsi, in qualche punto, quasi presago dell’imminente catastrofe globale. Il naufragio del Titanic incombe…

Epperò, Clark inquadra la Grande Guerra come una “tragedia”, non come un crimine. E una tragedia è sempre un “conflitto tra ragioni”, secondo la magistrale analisi hegeliana della tragedia greca. Lo storico di Cambridge, inoltre, sottolinea come l’Europa sia stata devastata da una vera e propria “crisi di mascolinità”, da un’ostentazione di virilità ritenuta necessaria dalla “concorrenza” delle “mascolinità subordinate e marginalizzate” del proletariato e delle masse coloniali, anche a prescindere dai popoli della polveriera balcanica. Un sentimento paranoico della virilità, quale traspare in tutte le espressioni linguistiche dei messaggi e memorandum scambiati fra le cancellerie, nonché nella retorica aggressiva nella sfera delle opinioni pubbliche interne.   

Insomma, le grandi potenze giocarono, giocano sempre, sul ciglio di un burrone, “vittime” dei propri valori morali e delle proprie ragioni, incapaci di comprendere il condizionamento della complessa interazione di fattori culturali e storici: patriottismo e paranoia; ambizione e intrighi. Sonnambuli, insomma, attenti ma incapaci di vedere, prede di incubi e ciechi davanti all’orrore nel quale stavano precipitando il mondo, convinti, tutti e ciascuno, di combattere una guerra legittimamente difensiva. Persino Adolf  Hitler incentivava la narrazione della “guerra difensiva”, in vista della Großdeutschland, la Grande Germania, l’unificazione, ossia, dei territori con maggioranza di popolazione di lingua ed etnia tedesca, E la Conferenza di Monaco di fine settembre 1938 – meglio: patto -, accogliendo le richieste tedesche in Cecoslovacchia e fungendo da catalizzatore per la guerra imminente, convinse Hitler della pavidità di Francia e Gran Bretagna e della possibilità di costringerle ad accettare ulteriori concessioni territoriali.  Allo stesso tempo, convinse l’Unione Sovietica che le due grandi potenze democratiche europee non garantivano l’impegno di difendere la sicurezza degli Stati dell’est e che, anzi, suscitavano il sospetto che avrebbero preferito che la potente macchina da guerra tedesca si volgesse ad est, dove era nato un bambino che bisognava “strozzare nella culla” (Winston  Churchill): la Rivoluzione d’ottobre, “rottura della catena del capitalismo nella fase dell’imperialismo nel suo anello più debole”, nel giudizio di Vladimir I. Lenin. Perché ogni cosa ha un punto debole, vincitori compresi, una verità ben compresa dal presidente USA Thomas W. Wilson, come vedremo. Un limpido saggio nei processi di Norimberga, con forte rilievo in quello del 1948/49 nei confronti di giudici e giuristi nazisti, quasi fedelmente ricostruito nel film “Vincitori e vinti” di Stanley Kramer. Di conseguenza, e necessità, anche il governo sovietico avrebbe dovuto trovare un accordo con la Germania nazista. Così accadde.

Gli attori politici della storia amano favoleggiare di guerre sempre e solo difensive, sempre e solo contro le bestiali aggressioni dei totalitarismi di turno.  Al riguardo, invece, tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, un autorevole storico tedesco dei fascismi, George Mosse, sostenne che “nazismo e fascismo non sono problemi solo del passato, bensì anche del futuro”. E, circa trent’anni prima, a caldo, Primo Levi scriveva: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. Anche le nostre. Sulla medesima lunghezza d’onda Hannah Arendt, pochi anni dopo.

Non sarà che il “futuro” è già presente, in forma ingannevole e aggiornata, spuria e carsica? Certo è che, dovunque quell’abominio alligni, si impone il dovere del contrasto con ogni mezzo opportuno e necessario. Com’è certo che M. Weber avrebbe marchiato i bombardamenti di Coventry e Dresda come barbari crimini, vera e propria “etica dell’ir-responsabilità”, macchie indelebili della Storia. Si consideri che a Dresda persero la vita un numero di civili prossimo a quello di Hiroshima e Nagasaki. Anche se i “bombardamenti indiscriminati d’area” sono stati proibiti dal diritto internazionale soltanto dopo la guerra, certo è che, di fronte alla semidistruzione di Dresda, lo stesso Churchill, prima consenziente, stigmatizzò la “strategia del terrore e della strage”, volta, più che a obiettivi militari, data la fase avanzata di ritiro delle forze naziste e l’improbabilità di una controffensiva, soprattutto a “minare il morale della popolazione civile”. Che era stato lo scopo principale del bombardamento tedesco di Coventry cinque anni prima, la strategia bellica della “coventrizzazione”, l’annientamento del nemico per contrappasso d’analogia.

Ecco come un tragico evento storico, nelle intenzioni destinato a esaurirsi in un esecrabile unicum, ha finito per assurgere alla dignità di paradigma. Il copia e incolla di un racconto di Jorge L. Borges, dove un nazista replica al suo interlocutore vincitore: “Siamo noi che abbiamo vinto, perché vi abbiamo resi come noi!”. Qualche anno prima, nel 1941, in contesto nazista ormai consolidato, in un altro racconto, “La biblioteca di Babele”, lo scrittore argentino, per il quale l’umanità non è un “pregiudizio” (Nietzsche), esprime il “sospetto” che “la specie umana, l’unica, stia per estinguersi”, con la conseguente vanificazione degli sterminati saperi accumulati, l’”inutile e solitaria biblioteca spaziale”. Una biblioteca senza più lettori, dopo la fuoriuscita dall’umano.  

Politica: “la forma più alta dell’attività umana”, secondo Aristotele, il saggio esercizio, la distribuzione e conservazione del potere. E la leadership politico-militare?

Si deve escludere che si versi in tema di “coazione a ripetere”, dal momento che siffatta tendenza all’”autosabotaggio”, a replicare esperienze negative ed errori è, di norma, inconscia, a latere. ossia, dell’intenzionalità consapevole. Il sonnambulismo, invece, è parasonnia, quindi solo parzialmente inconsapevole, perché consapevole nei limiti dell’ambiente circostante.

L’eccezione meta-storica: Thomas W. Wilson.

Premessa. A differenza del “linguaggio naturale”, distinto dai principi di “implicatura”, in ambito logico-storico e matematico-scientifico l’eccezione non conferma di necessità la “regola” e può persino falsificarla, in tutto o in parte. In virtù di una solida acquisizione dell’epistemologia contemporanea, infatti, da Popper a Lakatos, da Kuhn a Feyerabend, la “regola” non coincide con la “norma”, al punto che, nei casi “anomali” e “alternativi”, essa sfuma e può persino incrinarsi. E non neanche vero che la Storia proceda per “tentativi ed errori” random, o che debba scoprire perché una soluzione funzioni, purché sia una soluzione. Si esperiscono tentativi di trovare soluzioni, non tutte le soluzioni e non la soluzione migliore.

Il presidente Wilson mancò l’intento perseguito.

Ebbene, se un rilievo si può rivolgere alla ricostruzione storica in parola, è la constatazione, anzi l’attestazione che il “sonnambulismo” dell’Europa e del mondo non è mai cessato e perdura tuttora. Basti considerare, solo per esemplificare, che un ex alto commissario europeo italiano indentifica il male oscuro nella rinuncia a una politica di riarmo.

Intemerata, di conseguenza, e dissennata l’interpretazione della pace che imponeva alla Germania un trattato-capestro foriero di ulteriori sciagure e dissonante rispetto al realismo, lucido e lungimirante, del presidente USA Thomas W. Wilson. Quella beautiful mind democratica, accademico e rettore di Princeton, antimilitarista convinto e Nobel per la pace, restava il solo patetico assertore di una pace senza vincitori: “Ci dovrebbe essere una pace senza vittoria… Solo una pace fra uguali alla fine può durare”. Verosimilmente, forse a sua insaputa, anche a causa della difficoltà argomentata da Tucidide per la seconda Guerra del Peloponneso, il più rilevante “sommovimento per la maggior parte degli uomini”, di individuare con precisione, oltre il ragionevole dubbio del linguaggio forense, un solo responsabile. Se si escludono la “volontà di potenza”, legge invariante ed “eterna” della Storia, e la mistica dell’”odio da parte di chiunque debba subire la sopraffazione del più forte, prova di potenza”.

“Odio e passione”, insomma, levatrici della Storia, non a caso celebrati dalla predicazione hitleriana. In tema, il cieco rifiuto dello “κτῆμα ἐς αἰεί” tucidideo, guadagno di sapere perenne, finché la natura umana sarà siffatta.  

Pace, non “a new power balance”, un nuovo equilibrio strategico di potenza, storicamente fallimentare, causa sempre certa di ulteriori turbolenze e rotture. Wilson era contrario a “trattati di pace che lasciassero la porta aperta alla guerra”, l’amara ironia di Stendhal nella “Certosa di Parma”. Patente, ma inascoltata, questa lectio magistralis della Grande Guerra, deflagrata nel fuoco del concerto europeo delle grandi potenze.   

Le grandi potenze liberal-democratiche della seconda rivoluzione industriale, del nascente capitalismo finanziario e della straordinaria innovazione scientifica e tecnica e del connesso imperial-coloniale linguaggio della diplomazia delle “proposte irrifiutabili”. La “Gunboat Diplomacy”, per prima, la “diplomazia delle cannoniere”, esibita con successo davanti a pacifici e indifesi porti dell’Africa, dell’Asia e dell’America centro-meridionale: “Aprite o apriamo noi: il fuoco!”. Grammatica della Civiltà per antonomasia, benedetta da una grazia spirituale per la dirittura ortopedica della sua superiorità morale valoriale, nel confronto con mondi “marginali e sgrammaticati”. E inadeguati, soprattutto, vedi caso, a incendiare l’habitat planetario con conflitti mondiali o, più modestamente, il Golfo Persico.  

Ora, comunque – il mantra – dopo l’imperialismo, lo schiavismo e il colonialismo, codesta marginalità è stata generosamente risarcita dalla scienza e dalla tecnologia occidentali, la medicina in primis, mentre il “suprematismo bianco”, razzista e filonazista, in Occidente, fa da pendant, ironia della sorte, al suprematismo fondamentalista ebraico, nel Medioriente: “un solo Stato – due sono troppi! – “dal fiume al mare”. Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, l’idea territoriale geopolitica della destra israeliana, un progetto securitario tanto immaginifico, quanto azzardato.

Purtroppo, alle delizie e alle onorificenze concesse dalla “ideologia politica del bastone”, inopinatamente si associò anche il presidente Wilson, antitipo del selvaggio modello western, a Veracruz, nel 1914, ancorché prima dell’inizio della lezione della Grande Guerra e del conseguente approdo a una concezione realistica e lungimirante della guerra, della pace e della relazione che le stringe.

E grandi potenze di carnai, a dispetto dei “temperamenta”, avvertenze limitative del ricorso alla forza, di Hugo Grotius, considerato, non senza riserve, il padre della filosofia giuridica moderna, in De Jure Belli ac Pacis, 1625. Che segna l’avvio di una nuova costruzione razionale del diritto, previa laicizzazione e rottura della continuità fra lex divina, lex naturalis e lex positiva, perno della tradizione culturale aristotelico-tomista, e della ri-fondazione dell’etica su basi puramente umane. Il consensus gentium innerva lo jus gentium, la comune volontà, ossia, dei popoli, ed è valido per tutti, non (aristotelicamente) solo “per i più”.

Neppure le battaglie medievali, infatti, con rare eccezioni, erano sanguinose come i grandi massacri dell’età contemporanea. Come, appunto, durante la Grande Guerra, quando micidiali sistemi d’arma, non solo da fuoco, erano già largamente diffusi. Nel Medioevo, si moriva a causa delle ferite e delle malattie contratte, piuttosto che nello stesso campo di battaglia. Era, infatti, improbabile che i cavalieri, grazie all’ottima protezione dell’armatura, ricevessero ferite mortali, mentre i contadini, che erano la maggioranza, disponevano di armi molto rudimentali, cosicché, in un’epoca in cui perfino una semplice influenza era mortale, era molto più frequente morire a causa dell’infezione della ferita, piuttosto che per la ferita stessa.

1924-2026. Cento anni dopo la sua scomparsa, resta l’idea profonda del presidente Wilson sulla “pace dopo la guerra”, oggi come allora sciaguratamente aborrita. Eppure, a fronte della spasmodica recherche du temps perdu dei “vincitori e vinti”, si erge, torre ferma che non crolla, il principio di più alta Civiltà: lo statuto dell’umano. Retoricamente conclamato, avrebbe contribuito, se non a scongiurare, almeno a mitigare, la tregenda del secondo conflitto mondiale, e reso il “Secolo breve” un tempo assai meno buio. Nonostante l’assonanza con “the darkest hour”, “l’ora più buia” di W. Churchill, risponderebbe al bisogno ferito di futuro, la “finest hour” del famoso discorso del primo ministro britannico alla Nazione, il 18 giugno 1940: “l’ora più bella”.  

Un passo indietro. Persa la grandeur, alla Francia della Terza Repubblica, nata dalla disfatta del 1871, non restava che aggrapparsi alla revanche antigermanica, una passione inutile e distruttiva. Il “Grande Crollo” di Wall Street del ’29 completò l’opera, abbattendosi sul popolo tedesco, prostrato dallo spietato diktat di Versailles e in affannosa ricerca di capri espiatori, non solo di responsabilità nazionali e internazionali.

Il crudo spirito di revanche, trasparente nella “clausola di colpevolezza” imposta soprattutto da Georges Clemenceau, il “Tigre”, primo ministro francese – peraltro già benemerito sostenitore di Alfred Dreyfus – e, obtorto collo, sottoscritta dalla Germania, fini per uccidere la speranza, non solo dell’Europa, nella pia illusione di eliminare una volta per tutte la minaccia germanica. Ed ecco “La grande Illusione” di R. Norman Angell-Lane, la medesima formula del citato film di Renoir, l’”illusione economica” della guerra e della vittoria, archetipo fondante della storia e dell’immaginario del ‘900. Nel solco di David Hume e di Adam Smith, Angell-Lane propone un’argomentazione paradossale, teorica e pratica, secondo la quale, per vincere la guerra, è necessario… evitarla. Alla vigilia della guerra, l’autore britannico, laburista, sostenitore della Società delle Nazioni e della cooperazione internazionale, aveva vanamente sostenuto che un conflitto armato avrebbe travolto vincitori e vinti, con un impatto devastante sulle libertà, la società liberale e l’Europa. Il testo, definito “inattuale e attualissimo”, perché gravido di futuro, gli procurò il Nobel per la Pace nel 1933.

Vent’anni dopo. Il 4 ottobre 1938, il primo ministro francese, Édouard Daladier, dichiarò alla Camera dei deputati che Monaco era stata “una vittoria effettiva della pace; vittoria morale della pace: una vittoria umana”. Pare che in Francia la confusione mentale in tema di pace regnasse sovrana, dopo la configurazione dell’Europa come laboratorio militare ad opera di Napoleone Bonaparte. E non solo in Francia, visto che a Monaco furono quattro i peacemaker! A cotanti “vincitori”, il 15 marzo 1939 la Wehrmacht rispondeva occupando la Cecoslovacchia, in violazione del “vittorioso” Patto di Monaco, sottoscritto meno di sei mesi prima. La “pace dei vincitori di Monaco” scatenava la seconda guerra mondiale.

Un errore costante, e conveniente, quello di “andare in cerca del colpevole, anziché assumere la responsabilità di fronte al futuro, che grava special­mente sul vincitore”.  Ancora “etica della responsabilità”, enunciata da Max Weber proprio in quell’anno 1919, a margine della Grande Guerra, quandanche confliggente con la sua immagine del profitto capitalistico, benedetto da Dio e, di converso, dell’indigenza maledetta. Come una didascalia sovraimpressa sui titoli di coda delle orrende immagini di un film epocale della Storia. Se non che, la responsabilità implica la rinuncia, al di là dei calcoli e degli interessi, anche agli ideali. Accade a un personaggio del romanzo di Fëdor M. Dostoevskij “I Fratelli Karamazov”. Il Grande Inquisitore, allo scopo di evitare le conseguenze negative della propria coerenza, decide di tradire un ideale dalle implicazioni perverse. Un dilemma morale estraneo ai “vincitori”, e a quanti vivacchiano, sembrando vivi e blaterando di “fini che giustificano i mezzi”. In realtà, dimostrando solamente di non avere letto, o inteso, un solo rigo di Niccolò Machiavelli, il cui testo, al contrario, propugna e istruisce intorno alla scelta dei “mezzi idonei, tali da giustificare i fini”, come bene comprese, tra i primi, Francesco De Sanctis, Weberianamente, mezzi per fini, non machiavellismi senza Machiavelli.     

Costoro, Weber incalza, si comportano come “fanciulli”. Scomparve l’anno dopo, nel 1920, prima della conferma storica conclusiva. È sorprendente, ma del tutto casuale, la consonanza con la posizione del presidente Wilson, prima di essere clamorosamente smentito dalla “Conferenza di pace” di Versailles, il 7 maggio 1919, pochi mesi dopo la Conferenza di Weber agli studenti di Monaco di Baviera.  

Delitto e Castigo. Nel 1919, Germania delenda erat. Dopo la disfatta. Una verità storica travisata e negletta, da ultimo, anche da Margaret MacMillan, storica canadese dell’Università di Oxford, nel suo “Parigi 1919. Sei mesi che cambiarono il mondo”. Dopo la guerra, che avrebbe dovuto “porre fine a ogni guerra”, a Versailles franava miseramente l’aspirazione velleitaria a ridisegnare l’ordine, mediante nuovi assetti sovranazionali, a causa di errori ingenui e ciechi, e connesse responsabilità rispetto agli sconvolgimenti del dopo.

Oggi la Federazione Russa è una superpotenza politica e militare, ma, nell’estate del 1945, tra i cocci di Berlino, nelle alte sfere militari del quartier generale americano circolava un vaticinio, immemore dell’”Operazione Barbarossa”: “La prossima guerra sarà contro la Russia”. Farneticazione o speranza? Nel 1993, uno scrittore inglese, Martin Walker, dopo approfondite ricerche d’archivio, nel saggio “The Cold War: and the making of the modern world”, rivelava che nella catena di comando USA, poco dopo la fine del conflitto, si valutava la possibilità di lanciare venti atomiche sull’URSS, fino a poco prima alleata. E, qualche anno dopo, durante la guerra di Corea, una anche su Pechino. L’<arma assoluta>, immediatamente risolutiva.  

Certo è che, oggi, la percezione, aspra e forte, è che la NATO sia in stato di guerra, non solo fredda o psicologica, con la Russia, nonostante le smentite d’ufficio del Pentagono nel proprio idioma criptico. Una guerra ufficialmente negata, che fa sovvenire la “negazione isterica” freudiana, tipico meccanismo difensivo a carattere preventivo, “ammissione intellettuale del rimosso, mentre permane l’essenziale della rimozione”. D’altronde, se il nostro ministro degli Esteri deve escludere l’utilizzo delle nostre armi in territorio russo, perché “noi non siamo in guerra con Mosca”, si desume che altri lo sono, secondo le regole dell’inferenza logica. Sovviene di alti esponenti del nazionalsocialismo, i quali, reputando un errore combattere contro USA e Russia, suggerivano di dare impulso al loro scontro diretto e alla loro mutua distruzione.

A volte ritornano, le pulsioni del “Lebensraum”. Lo spazio vitale di chi, stavolta? Dell’Alleanza Atlantica sedicente “difensiva”? Oppure del progetto strategico globale dell’Occidente a trazione integrale USA? Sarebbe il caso di intonare un nuovo “inno alla gioia”, se non proprio ai due teoremi di Kurt Gödel dell’”incompletezza”. Infatti, dopo la dissoluzione dell’URSS, la riunificazione della Germania e il gentlemen agreement con Michail S. Gorbačëv, Nobel per la Pace nel 1991, l’anno dello scioglimento del Patto di Varsavia, mai compiutamente formalizzato, Vladimir Putin ha lamentato: “Purtroppo nulla di scritto, un errore di Gorbačëv”. La NATO non avrebbe dovuto sconfinare “di un solo centimetro” fuori dalla Germania. Questa l’intesa verbale. Detto, fatto. Non ha sconfinato di “un solo centimetro”, bensì di duemila chilometri, sussumendo i membri del disciolto Sistema di Varsavia, costituito sei anni dopo la NATO. Quest’”architettura globale” post-sovietica viene ora sublimata in un documento anglo-francese, celebrativo della “Pax Europaea” e della sicura vittoria promessa all’Ucraina all’inizio della guerra da una UE che non può certo fregiarsi della laurea in Storia.  

È così che la NATO immagina di bivaccare sotto le mura del Cremlino o davanti all’ingresso degli splendidi “Giardini di Alessandro I” e impedire alle armate imperiali zariste di sciamare sugli Champs-Elysées o in Alexanderplatz? Continuando ad “abbaiare” – come da metafora di papa Francesco, mutuata da un capo di Stato europeo, non meglio precisato. ma da lui reputato “molto saggio” – contro la Federazione Russa, anche dal confine ucraino?   

Un’espansione tale, da fare impallidire e perdere d’importanza persino una bocciofila, per la quale, diversamente dalla NATO è possibile l’iscrizione senza “invito”. Eppure, l’espansione a Est e l’accerchiamento della Russia occidentale, con i suoi oltre cento milioni di abitanti e le principali città – lo sterminato circondario federale della Siberia e la catena montuosa degli Urali sono fuori argomento, come l’esclusione dell’intenzione, mai negata e talora auspicata, di accerchiare la Russia – sono stati costantemente ritenuti un potenziale pericolo da parte di molti, anche in Occidente. Non sembrava eccessivo giudicarli suscettibili di una “reazione ostile e vigorosa da parte della Russia”, preoccupazione lucidamente espressa da Joe Biden d’antan, nel 1997, Bill Clinton presidente, e più volte, nel corso del tempo, da Henry Kissinger. E, fino a ieri l’altro, Biden non ha fatto mistero del rischio elevato di una “guerra aperta” con la Federazione Russa, ritenuto il Paese più grande, più forte, più temuto e più rispettato del mondo, a giudizio di autorevoli storici e politologi, anche americani. Guerra aperta che, anche secondo gli USA di Trump, dev’essere scongiurata, nell’interesse universale, Ucraina compresa, ma che, è il timore del Cremlino, viene resa, soprattutto dalla UE, “tutt’altro che implausibile”.

Come sempre, non è solo questione di comprendonio. È vero o no che l’ostracizzato Viktor Orbán invoca “la fine delle guerre”, mentre l’Europa, dopo la “guerra di Biden” (Trump), auspica la pace come vincitrice? Non è questo il concerto NATO-allargata”, per la gioia dei popoli confinanti con il baratro? Quanto vale la parola di Antonio Guterres, impotente partigiano della “non-vittoria”, cioè del Segretario generale dell’architettura multilaterale dell’impotenza dell’ONU, cono d’ombra dell’oblio della propria ragion d’essere? La sua conclamata inadeguatezza non è dovuta alla leggenda del “cattivo funzionamento”, bensì all’esercizio bislacco della “responsabilità”, di cui all’articolo 24 dello Statuto, indipendentemente dalla presenza nel Consiglio di Sicurezza delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, se è vero che ne fanno parte, come membri permanenti e con potere di veto, anche Cina e Francia.

Al termine del suo secondo mandato, il Segretario generale dell’ONU, Nobel per la Pace, lo svedese Dag Hammarskjöld – sulla cui morte in un incidente aereo tuttora permangono gravi dubbi, anche a seguito di una quasi immediata ed esplicita dichiarazione dell’ex presidente USA Harry Truman – precisava, con saggio realismo, che la funzione dell’ONU non è di “portarci in paradiso”, bensì di “salvarci dall’inferno”. Uno straordinario saggio di ottimismo profetico, se oggi il segretario generale Guterres può paventare, se non l’inferno, il “collasso” dell’ONU, nel contesto della crisi profonda del multilateralismo e dell’irrilevanza delle medie potenze democratiche.

Solo per capire. A tutt’oggi, quanti Paesi Nato ha attaccato la Russia? 

“Niente di nuovo in Occidente” è il capolavoro di Erich. M. Remarque, 1929, sulla Grande Guerra. Eppure, l’Occidente, il fronte occidentale, dopo quasi cent’anni, somiglia ancora, e sempre più, al “pais paizon” di Eraclito di Efeso: un eterno fanciullo che gioca. E “bambino che gioca… con la terza guerra mondiale” Trump ha definito il presidente ucraino. Peccato che il “fuoco” eracliteo con cui i bambini giocano “condannerà e si impadronirà di tutte le cose”.

Come non rimanere interdetti, nella speranza e contro la speranza dell’apostolo Paolo che, infine, il bambino cresca? In questa trepidante attesa, gruppi di battaglia di portaerei e sommergibili, in grado, da soli, di incenerire interi scacchieri continentali, continuano a scorrazzare i mari del globo, mentre l’aviazione navale volteggia sopra ogni possibile target, per la difesa di sovranità, sicurezza, diritti umani e libertà fondamentali dei popoli, naturalmente. Non è Hollywood, purtroppo. Così, mentre l’aberrante potenza militare delle nazioni continua a flettere i muscoli, non soltanto per tenersi in esercizio, noi fissiamo un quid sempre più impalpabile, quasi imperscrutabile, che nessuna spiegazione sembra in grado di farci comprendere, per esprimerci con la teoria raffigurativa del significato non-contraddittorio di Ludwig Wittgenstein.

“Di tutto ciò che si prova, scrive Emil Cioran, niente dà tanto l’impressione di essere al cuore stesso del vero quanto gli accessi di disperazione senza ragione: a paragone, tutto sembra frivolo, sofisticato, privo di sostanza e d’interesse”. Senza senso e senza ragione, per l’appunto.

Volgendo lo sguardo indietro.

Francia e Gran Bretagna, soprattutto la prima, più o meno consapevolmente applicavano a calco e meccanicamente la lezione delle “Grundlinien der Philosophie des Rechts” di Hegel del 1821, i “Lineamenti di filosofia del diritto”, nel punto in cui essi interpretano, in chiave anti-contrattualistica e anti-giusnaturalistica, “la storia del mondo come il tribunale del mondo, das Weltgericht, attraverso la guerra preservatrice della salute dei popoli”. Frontale l’opposizione all’idea di “pace perpetua”, il progetto filosofico-politico kantiano del 1795, di schietta intonazione politico-giuridica, al netto di troppe distorsioni pseudo-interpretative. Se “lo Stato sa ciò che vuole e persegue i suoi scopi con determinazione”, Hegel argomenterà, gli Stati, quandanche “repubbliche”, inesorabile il realismo di Kant, sono talmente “Kriegslüstern”, “smaniosi di guerra”, da fare apparire la “pace duratura” di Wilson come idealismo astratto e utopico, ovvero, nella metafora illuministica di J. J. Rousseau, il “camposanto”. All’opposto, la “Friedensbund”, la lega di pace, il “foedus pacis”, genera un cosmopolitismo repubblicano autentico, conseguente all’uscita dallo stato di natura e all’ingresso nell’ordine civile, esito sovranazionale della “questione pubblica dei popoli”, non privata di singoli, lungo la traiettoria ‘naturale’ della specie. E, se l’idea kantiana nega l’illusione della definitiva eliminazione della guerra, appare ancora più imperativa la necessità, dopo la guerra, quando e se inevitabile, della pace tra uguali e senza vincitori. Anche se il <dominio>, a differenza del polemos eracliteo nel mondo antico, non coincide, di norma, con la schiavitù dei vinti, senza tuttavia distogliere lo sguardo dall’assunto hegeliano della guerra reale come “igiene etica dei popoli”, o dalle guerre omeriche come “enciclopedia tribale” del massacro, secondo la definizione del filologo britannico Eric A. Havelock.

Sembra inverosimile che un mondo disseminato di armi nucleari, religiosamente pensate – un lessico nobile per una cacofonia – per l’apocalisse, e di super-poteri, aggressivi e metastatici, si caratterizzi e distingua per un immenso vuoto di potere (kantianamente) normativo sulla pace! Per la contradizion che nol consente. Il buco nero più inquietante nella Storia del “legno storto dell’umanità, da cui non può uscire nulla di interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura”. Ancora il realismo di Kant, fuori dall’utopia e lontano dai “guaritori dell’umanità”. E tuttavia, agli uomini, non nonostante, bensì proprio perché enti naturali finiti e imperfetti, incombe il compito “naturale dell’approssimazione”, la tensione all’optimum, in modo che possa “valere universalmente il diritto”. “Possiamo fare solo quello che possiamo; ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà”, Isaiah Berlin, a margine della sua celebre, seppur contraddittoria, teoria liberale della dicotomia della libertà, scissa in positiva e negativa.   

Entro il modello normativo ciceroniano, “bellum iustum”, è soltanto la guerra condotta “secondo il diritto”.  Si ricordi, in proposito, che gli artt. 2 e 51 della Carta dell’ONU hanno, tra l’altro, ispirato il “pacifismo giuridico” di Norberto Bobbio. Però, l’espressione “guerra giusta”, invalsa nel linguaggio corrente, indica anche uno strumento utile per la difesa di valori umani “universali e pregiuridici” e travalica lo stesso principio di sovranità, “attributo naturale” degli Stati, in correlazione, non in collisione, con l’idea kantiana di Hans Kelsen della guerra come “sanzione del diritto internazionale”. Mette conto, altresì, precisare che l’originaria dottrina di Cicerone, aristotelicamente orientata, contempla l’obbligo della conformità al diritto non solo per il “bellum de imperio”, la guerra per la supremazia, ma anche per la ricerca stessa della “gloria”, data l’insufficienza delle sole “giuste cause”, quandanche “sostanziali”, se estranee al registro giuridico. Ad esempio, magni momenti è lo “ius in bello”, l’agire bellico, anche perché i “sentieri della Gloria “spesso portano alla tomba”, the inevitable hour”, l’ora inevitabile, recita “l’Elegia scritta in un cimitero campestre”, di  Thomas Gray, poeta preromantico e storico di Cambridge, intorno alla metà del ‘700.

E, tuttavia, nemo propheta in patria (sua), alla luce degli eventi storici di Roma, sia durante la Res Publica – emblematico il caso di Cartagine – sia durante l’Imperium, dal Principatus al Dominatus. La sublime poesia di Virgilio celebra la gloria destinale della governance universale di Roma, sì, nell’indulgenza verso i vinti, però solo se paghi della sconfitta, “parcere subiectis”. In caso di resistenza, invece, i ribelli debbono essere annientati”, “debellare superbos”.

In un’opera fondamentale del 1944, “Axis Rule in Occupied Europe”, “La regola dell’Asse nell’Europa occupata”, Raphael Lemkin, insigne giurista polacco, cui si deve il neologismo “genocidio”, nonché consulente del Procuratore capo nel processo di Norimberga, descrive il genocidio come “un piano coordinato di diverse azioni volte alla distruzione dei fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali, con l’obiettivo di annientare i gruppi stessi”. Donde il documento, concernente l’odierna nozione legale di genocidio, adottato dalle Nazioni Unite nel 1948, ossia la “Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio”, in cui, all’articolo II, si definisce il genocidio come “l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Il senso del discorso non potrebbe essere più chiaro. Esclusa la plausibilità e congruenza delle interpretazioni ideologico-militari, “giusta” è la guerra soltanto quando a) ogni altro tentativo di composizione pacifica del conflitto sia fallito; b) vi si ricorra solo per legittima difesa o per ovviare ad un torto subito; c) sia annunciata e non consista in una dichiarazione improvvisa; d) si evitino forme di violenza gratuita.

Della “pax iusta”, invece, si è sempre discusso poco. Quando la pace è giusta? “Pregate Dio, scrive F. Guicciardini, di farvi trovare sempre dalla parte dove si vince”. Di rado, infatti, ai vinti si applica la lectio politica alta del poeta dell’Eneide, P. Virgilio Marone: “Parcere subiectis”, l’indulgenza. Vittoria senza vincitori, l’altezza del potere “giusto”, nella guerra e nella pace. Umana virtù suprema e divino contraltare dell’umano: “Summa deum, Pietas”. “O Pietà, eccelsa fra le divinità”, dentro e fuori dall’Olimpo, congiunta con l’etica della “iustitia”, nel testo di Cicerone e di Virgilio, di Ovidio e di Seneca. Quindi, la clemenza, L. Anneo Seneca istruisce Nerone, uno “specchio del principe”, l’aristotelica “megalopsychia”, la magnanimità è la forma superiore della giustizia come “equità”. In contropensiero, sembra sorgere qui il principio etico-politico gramsciano della “medesimezza umana”, condicio sine qua non della “pace fra uguali”. Affinché la vittoria militare non si rovesci in una sconfitta umana.

I premi Nobel per la Pace. Da assegnare con saggezza, onorando, ad esempio, il Mahatma Gandhi, spesso “nominato”, sempre ignorato, nonostante l’universale condivisione della sua opera, anche all’interno del comitato norvegese, se anche capace di tardive autocritiche. Siano esclusi, invece, personaggi indifferenti ai diritti umani e alla via diplomatica, inidonei alla costruzione di pacifico consenso e alla risoluzione di conflitti internazionali, non di rado “militaristi” conclamati. Come, tra gli altri, nel 1906, il presidente USA Theodore Roosevelt, celebre teorico degli “indiani buoni se morti”. “Destino manifesto”, anche questo, per una nazione singolarmente dimentica della conquista della propria indipendenza dal dominio coloniale britannico sui campi di battaglia. Una presidenza accorta, quella di Roosevelt, facile “mediatore” tra Russia e Giappone nella co-gestione della sconfitta strategica dell’impero di Nicola II e della epocale vittoria di una potenza asiatica contro una europea, in una fase nevralgica dell’ascesa geopolitica degli USA. E ancora, il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, responsabile di crimini di guerra nel Tigrè, salva la successiva e imbarazzata proposta di revoca del premio.  

Questo dobbiamo farlo, insiste Berlin, con una determinazione tanto più forte, a più di due secoli di distanza dal progetto kantiano, quando l’abuso di un’antica techne formativa della personalità morale e civile, ancor prima che politica, la “psicagogia” del “Fedro” di Platone, pervertita in potere di trascinamento e manipolazione delle coscienze, ha raggiunto l’acmé. Non a caso, nell’ambito dell’agire politico, la teoria del fascistissimo Carl Schmitt, precursore del nazionalsocialismo e delle teorie sulla razza, propone un “criterio autonomo” per la guerra, anche non cruenta, tale, ossia, da non necessitare di altre categorie per essere spiegato: la distinzione tra Freund, amico, e Feind, nemico. Se non che, il nemico politico, come nemico pubblico, non privato, non è l’avversario in generale, né deve essere di necessità moralmente cattivo, esteticamente brutto, economicamente dannoso. Nemico è semplicemente l’altro, il diverso, der Fremde, lo sconosciuto, l’estraneo, lo straniero. Qualcuno, anzi qualcosa di esistenzialmente diseguale e diversa dagli uguali. A questo specifico riguardo, si può solo rammentare che la ‘predicazione’ di A. Hitler e J. Goebbels raggiunse la piena e definitiva ‘plausibilità’ e notorietà quando, e solo quando, reduci da una serie di insuccessi, si convinsero che “solo l’odio e la passione conferiscono stabilità al popolo”. Oltre Norimberga, Gerusalemme e numerosi altri processi, un atto dovuto la loro nomination nel registro degli incriminati di Hannah Arendt e della Storia.

E la stabilità ai popoli degli “Stati armati per la guerra”, come Kant non mancherà di precisare? Kant attribuisce alla musica una posizione inferiore nel sistema delle arti, ritenendo che essa, “giocando con le sensazioni”, non sia arte bella, ma solo piacevole, e il razionalismo critico estetico si risolve in una condanna dell’estetica musicale, sacrificata alla struttura rigoristica della ragione. Malgrado ciò, il pensatore di Königsberg avrebbe apprezzato “Imagine” di J. Lennon, 1971, molto più che un “inno alla pace” in piena guerra del Vietnam, in quanto, secondo lo stesso autore, concezione di “un’idea come prima mossa”, per quanto toto caelo lontana dalla musica da tavola del ‘700, il riferimento di Kant.    

Senza, infine, ignorare l’Aggiunta decisiva di Kant all’edizione ampliata del 1796, spesso trascurata, e relativa a un “Geheimer Artikel zum ewigen Frieden”, un “articolo segreto”: “Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pace pubblica devono essere consultate dagli Stati armati per la guerra”. Le “condizioni di possibilità”, il paradigma epistemico kantiano. Segreto a parole, e solo per ribadire, contro Platone, l’inviolabilità dell’indipendenza del giudizio dei filosofi, nella loro distanza dal potere, che “corrompe inevitabilmente il giudizio libero della ragione”. Quella libertà dell’uso pubblico della ragione, che, se si prescinde dall’”articolo segreto”, costituirà uno degli scopi essenziali di un altro scritto del 1798, “Il Conflitto delle Facoltà”.

Stati armati per la guerra, una costante e un presupposto anche per Kant. Epperò, “la forza dominante può anche richiedere un grande sacrificio” e la volontà di potenza – historia magistra?  – ha costi oltremodo elevati. Ma “il diritto degli uomini è heilig”, sacro.

E noi? Sempre tipici, noi. Dapprima rimasti fuori dalla carneficina della Grande Guerra, ci entrammo l’anno seguente, pur conoscendo la nostra penosa impreparazione e i terribili massacri delle battaglie dell’epoca. “Non abbiamo un generale che valga una lira”, aveva esclamato Giovanni Giolitti solo quattro anni prima. Riteneva che si potesse ottenere “parecchio” – anche se, in realtà, aveva scritto “molto” – “senza la guerra”. Fu pesantemente irriso, come il “politico del parecchio”. Poco dopo si convertì anche lui.

La proposta del “parecchio” avrebbe potuto risparmiarci uno stillicidio di umiliazioni alla Conferenza di pace, la “vittoria mutilata”, come le membra di quasi un milione di feriti, mutilati e invalidi, seicentomila morti e lo stritolamento nella morsa dell’arroganza franco-britannica e dei nazionalismi incrociati. Inoltre – ah, il fascino discreto dell’altra storia, quella dei se – la rinuncia alla dannunziana “bella avventura” della guerra avrebbe potuto arricchire e completare il “parecchio senza guerra” giolittiano con un’evoluzione profondamente diversa della nazione, anziché lacerarla nella reazione antidemocratica e antipopolare al “biennio rosso” ad opera del blocco industriale-agrario.

Palesi l’impreparazione e l’impotenza del movimento operaio e socialista, assai meno virulenti e per nulla inclini all’opzione totalitaria fascista come “male minore”. E i compensi territoriali, le “terre irredente”? Quale importanza la Triplice Intesa annettesse al “Patto di Londra”, stipulato il 26 aprile 1915 con il governo italiano, è apparso fin troppo chiaro alla Conferenza di pace, e con le più gravi conseguenze in casa nostra, a cominciare dall’occupazione militare di Fiume, in mano ai legionari di Gabriele D’Annunzio. Né può ascriversi al caso che quell’improbabile accordo fosse coperto dal segreto, fino a quando i sovietici, alla fine del 1917, poco dopo l’ascesa al potere, non decisero di pubblicare alcuni atti della diplomazia segreta internazionale, con ciò provocando un enorme imbarazzo, al limite dello scandalo, nelle cancellerie e nelle opinioni pubbliche mondiali. Di fatto, la classe dirigente liberale si era rivelata una macchietta, degna erede di un Risorgimento con eroi e senza popolo, ben presto tradito dal “connubio” tra Camillo Benso di Cavour e Urbano Rattazzi nel 1852, la madre di tutti i “mali endemici possibili”: il trasformismo. La componente giacobina del Risorgimento era neutralizzata.

Ottimistica, tuttavia, la conclusione dello storico. Presume che le odierne istituzioni diplomatiche avrebbero scongiurato la catastrofe. Non solo il fatto storico compiuto blocca sempre le alternative controfattuali del “se” e del “forse”, ma quelle istituzioni sembrano languire.  

Numerosi politici e osservatori, prima della “Trahison des Clercs” denunciata da Julien Benda nel 1927 in un testo diffuso soprattutto in ambito teocratico-ideologico, non solo di destra, alla vigilia del 1914, e molti economisti, neo-keynesiani e non, percepivano che l’Occidente marciasse speditamente sulla via di una catastrofe annunciata. Da allora, l’Europa incrocia nelle acque di un disastro non più latente, al punto che Joseph E. Stiglitz non si stanca di ammonire che la posta in gioco riguarda la stessa credibilità prospettica, dell’euro e dell’Unione.

Tornando al tema, per Bergoglio il diavolo non è un mito, ma un soggetto reale, il “principe di questo mondo” dietro all’odierno spirito del mondo. In effetti, il solo punto di possibile convergenza con le sue tesi, per la temperie intellettuale laica, è il riferimento linguistico-concettuale classico al termine “diavolo”, che, al contrario di un’incolta vulgata, non è un nome, bensì un aggettivo. Anche se significa “calunniatore”, in Aristotele come in Plutarco, in Aristofane come in Senofonte, si tratta pur sempre di un nome deverbale, originato dalla voce greca “dia-ballo”, il cui spettro semantico definisce il senso e l’effetto dell’”attraversare”, del “porre/porsi attraverso”, sia in senso fisico, che metaforico. Da qui, in virtù di estensione logico-analogica, il verbo assume il senso di “dividere, separare”. Attraversando si separa, separando si sconvolge e causa discordia, spesso mediante falsità e inganno. In breve, si “discredita”, accusando falsamente. In nessun caso, tuttavia, “dia-ballo” suppone per lanciare o lanciarsi “contro”. Il pre-verbio “dià”, infatti, nella lingua greca, anche moderna, da solo o in composizione, vale per “attraverso, fra, in mezzo”; con valore strumentale e causale per “a causa di, al fine di”; infine, per “completamente, integralmente”, e perfino “reciprocamente”, cioè “tra”. Non “contro”, mai attestato da Omero al tardo Ellenismo.

Perché, “diavolo” è il separatore, per l’appunto, il divisore, tra quali entità o elementi, ciascuna cultura religiosa stabilisce autonomamente. Certo è che, in ogni caso, pare del tutto implausibile l’identificazione con “satana”, per ragioni complesse che, qui, sarebbe troppo laborioso dilucidare.

Ed è questo il senso proprio di quella raffinata misura di armonia classica dalla quale siamo partiti: “Il diavolo in corpo” di Radiguet. L’impotenza di due giovani amanti davanti alla Grande Guerra evoca il tema dell’inganno e del tradimento, entro una cornice straziante di dolore e di morte che continua ad attanagliare il presente. La morte nel corpo stesso della donna, la scissione/perdita del figlio in grembo, fanno da pendant al tramonto, “finalmente scoperto”, come si esprime Marx, delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Europa, negli occhi dell’adolescenza, speranza di vita infranta. Sullo sfondo, la disgregazione dell’ethos pubblico e delle istituzioni, insieme con il valore e il significato dell’uomo e del mondo della ragione, il cui potere di controllo sembra perduto, al punto che si è potuto parlare di “diabolica” pervasività del negativo. Ma non abbiamo appreso da Hegel e Marx che la Storia “procede sempre dal lato negativo”? Se Cristo e Marx condividono una soffitta, dev’essere per questo motivo che anche noi non ci sentiamo tanto bene, la boutade di Eugene Ionesco – falsamente attribuita a Woody Allen – scrittore e drammaturgo francese di origini rumene Il suo “Teatro dell’Assurdo” mette in scena lo specifico terrore ed esperienza del nulla nel tormento del “Secolo breve”, di cui fu testimone. La soluzione proposta? L’abbandono della speranza e il rifugio nell’assurdo, dove la più seria ed eroica delle azioni diventa non-sense dinanzi alla rovina del mondo. “Il terribile è già accaduto”, dirà Martin Heidegger, in contesto post-nucleare.

Se, dopo cent’anni di speranza, “gli dei se ne vanno” (Sofocle), spes ultima dea. E la speranza risorgerà, molto presto, in una delle più esilaranti e istruttive commedie di Aristofane, “La Pace”. La dea, invocata dagli uomini presso le divinità olimpiche, le quali hanno abbandonato i cieli dell’Ellade a causa della malvagità umana, imprigionata da “Polemos”, la Guerra, sarà tuttavia liberata. Perché non vi siano più armi, né guerre. Che è, poi, la funzione della grande letteratura: la trasfigurazione fantastica, che filtra e rende comprensibili le inesplicabili assurdità dell’esistente.

In fondo, la stessa radice indoeuropea della parola <pace> genera una famiglia lessicale di significanti specificamente correlati ai concetti di <chiusura permanente>, <unione profonda> e <patto appagante>. Appagamento con vincitori?     

Edvard Munch, con largo anticipo, aveva già completato l’equazione di senso: “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”. L’urlo che attraversa – il diavolo/insipienza dello spirito, secondo Umberto Eco – ed accompagna la Storia. “Finché l’uomo sarà siffatto”, concludeva Tucidide, all’alba del nostro universo culturale.

Questo mal de vivre nel pessimismo fin de siècle, scardinando molte certezze, da un lato, rifletteva le idee di solitudine e angoscia della filosofia di Søren Kierkegaard, dall’altro,    annunciava l’indagine di Freud intorno gli abissi dell’inconscio. Dopotutto, si chiederà Hegel, “un omicidio, che cosa fa all’intero?”. E l’omicidio dell’intero, vale a dire della specie? Ed è anche per queste ragioni che Marx considera l’attuale fase di storia e di cultura come “preistoria”, epperò un momento della storia e storia anch’essa, di contro al giudizio del grande archeologo Vere Gordon Childe. Del resto, come dargli tutti i torti, dopo i tragici eventi del Secolo breve?

“C’è un quadro di Klee, scrive Walter Benjamin in “Sul concetto di Storia”, che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso è questa bufera”.

Correva l’anno 1940, quando Benjamin, prima di togliersi la vita per evitare di finire nelle grinfie della belva nazista, aveva già fatto pervenire a Theodor Adorno, negli Stati Uniti, le tesi “Sul concetto di storia”. Dall’interno della migliore tradizione culturale, in una prospettiva radicale gettava così i semi per la lotta futura, profili teologico-sacrali rigorosamente a parte.

A ben guardare, l’anima pulsante di quella lotta, luce di senso dell’umana Civiltà, resta ancora il modello e il compito del nostro tempo storico. Perché grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione… non è eccellente. Né mai potrà, fino a quando, anche senza intenzionalità, di fatto i soggetti politico-statuali si ispireranno, se non alla concezione etico-politica della “pace perpetua” kantiana, quale istituzione normativa permanente, o ad elevati standard di razionalità, almeno al buon senso dello hegeliano “ordinario intelletto umano”, anziché alla liturgia farisaica di anatre zoppe, negoziati, armistizi, tregue e trattati di pace e di carta straccia. In alternativa, la lezione “politico-strategica” di  un militare, Carl von Clausewitz: “Il fatto che un massacro sia uno spettacolo orrendo deve farci prendere con maggior serietà la guerra, ma questo non fornisce una scusa per lasciar arrugginire le nostre spade nel nome dell’umanità. Presto o tardi qualcuno verrà con una spada affilata e ci staccherà le braccia.” La pace? Una scusa,  parola del Maggior generale prussiano, teorico della guerra come “arte, non matematica”. Come se la pace costituisse una minaccia peggiore della guerra. Per la conta delle vittime, infatti, bastano i… cappellani. Arte drammatica. Penetrante e dissonante, nel nesso di specularità tra ordine letterario classico e “Wirklicheit”, realtà storica effettuale, la posizione di pensiero di un grande contemporaneo di von Clausewitz, anch’egli prussiano, Hegel: “Tragedia” non è banale e scontata discordanza fra torti e ragioni, bensì conflitto “tra ragioni plurali”. 

1920. Squarci sublimi di poesia tra le rovine della Grande Guerra. L’esortazione, quasi una sfida, di Paul Valéry ad affrontare la vita e il destino dell’uomo: “Ecco, s’alza il vento!… Tentiamo di vivere!”. Ironia della sorte, il grande poeta ufficiale della Francia contemporanea scomparve pochi giorni prima di Hiroshima e Nagasaki: “E il cielo canta all’anima dissolta”. Lasciava una veemente scultura: “La guerra: un massacro di gente che non si conosce, per gli interessi di gente che non si conosce, ma che non si massacra”. 

2026. A poco più di cent’anni dalla scomparsa del presidente USA Wilson, nel 1924, oggi dovrebbe rivivere la sua idea, controintuitiva e lungimirante, ma quanto mai inattuale, di “pace senza vittoria”: “la grande visione di un cuore imperioso che gli sopravvive”, come recita l’epitaffio dedicatogli da William Allen White, leader del movimento progressista statunitense.

Vale per pochi, di certo non per lo Stato di Israele. Dal 1948 ai massacri attuali – senza distinzione tra civili e militari, tra diritto, non solo internazionale, e doveri di una conclamata democrazia – ha vinto tutte le guerre, a parte il controverso 2006. C’è, forse, la pace tra gli ulivi del Medioriente? L’eliminazione, asseritamente “difensiva”, dei capi nemici deve necessariamente coniugarsi con l’uccisione dei bambini in fila per il pane o bruciati sotto flebo? Cronaca quotidiana di una pace imposta dai vincitori sotto minaccia di annientamento: “l’inferno”. Quando, finisce “l’era del terrore”, mister Donald? O, piuttosto, è nel vero Tacito? “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, dove lasciano un deserto, lo chiamano pace. E non è forse vero che tra “la polvere della realtà” (G. Mann) la volontà di potenza vuole sempre altro da sé?  

Indifferente alla visione di Wilson anche Ursula von der Leyen, forse a causa  della  scarsa o nulla familiarità con la Storia e i saperi, in specie con il pensiero del suo connazionale Weber. Altrimenti, si asterrebbe da sproloqui psicodrammatici siffatti: “Chi sostiene l’interruzione del sostegno all’Ucraina non sostiene la pace, ma la sottomissione”.  Al bando qualsiasi prospettiva di pace senza vincitori, i “missionari armati” denunciati persino da M. de Robespierre, ontologicamente vocati a stravincere, mai sottomessi, o l’idea kelseniana della “pace attraverso il diritto” e di una “comunità giuridica universale degli uomini”, nei limiti della teoria e del “primato del diritto internazionale” reale, anche se di per sé inidoneo a mordere sulla Realpolitik del “Miliardo d’oro”. Insomma, solo la “pace attraverso la forza” del “Victory Plan” ucraino, fuori dall’”arco” dell’a più alta sintesi umana proposto da Italo Calvino in “Le città invisibili”. La pace senza forza, in quanto negazione della pace, provoca una sindrome da agitazione psicomotoria su base ossessivo-compulsiva. Flagrante l’oblio del leggendario understatement di Bruxelles, nonostante la consapevolezza esplicita della “impreparazione” dell’Europa rispetto alla guerra. Di converso, la necessità autoillusoria del riarmo, dislagando in psicosi, invade anche i sogni di Mario Draghi. “Draghi cui, nietzschianamente, va incontro Elena (Ursula)”, paladina della vittoria senza… pace.    

Sussurri e grida. Vibra il militarismo d’ufficio, correlato a un pacifismo recitativo, della volpe del Berlaymont – “divide et impera”: si vira a destra, bemollizzata col vento in poppa – “assicuratrice di sé stessa”, com’è stata argutamente definita, e dell’irrilevanza UE. Capitan Fracassa, apprendista Rambo, dopo il farsesco grido di dolore sulla “pace della sottomissione”, non ha emesso, durante la virata, nemmeno un sussurro sulle vittorie pirotecniche dell’estrema destra, in un quadro di regressione generale a destra, e sulle sue concause politico-sociali. In casa sua l’AfD è il secondo partito, una formazione politica “liberal-conservatrice” immaginaria per fini di potere, in realtà “indulgente con il nazismo”, immune dal “complesso della Shoah” e scopertamente sodale delle sigle nere dell’antisemitismo, del razzismo e della “Remigration”.  Quella stessa “Mass Deportation” auspicata da vaste frazioni del popolo USA, “stanche delle guerre”, Grandi Elettori di Donald Trump, fiduciosi nel suo wishful thinking di “porre fine alle guerre, senza vincere, ma per la pace”, e con l’aumento delle spese militari.

“Ma i neonazi tedeschi sono soltanto il secondo partito, non hanno vinto!”, l’autoconsolazione a Bruxelles. La conquista hitleriana della cancelleria del Reich, il 31 gennaio del ’33, fu preceduta, tre anni prima, da due allarmanti successi parziali, nel ’30, nella roccaforte socialdemocratica sassone e nelle elezioni politiche generali, quando l’Europa gioiva: “Sono soltanto la seconda forza politica, non al potere!”. Forse, anche per questo lo storico già citato, Mosse, in discreta compagnia, poteva sostenere che “il nazismo è un problema anche del futuro”. In tema di massiccio riarmo della Germania, una riedizione del precedente e aggressivo dopo il ’33, (non troppo) segretamente alimentato da innumerevoli grandi corporazioni statunitensi, nell’insipienza delle cancellerie europee e nella dissimulazione del segreto di Pulcinella. Certamente, il fatto storico compiuto blocca le possibili alternative, ma sessanta milioni di vittime e l’Olocausto, sull’altare del mito nazista, erano proprio ineluttabili?

L’odierna Aufrüstung, tuttavia, oggi non nasce dall’”orgoglio nazionale tedesco”, all’inizio del Secolo breve profondamente ferito a Versailles, bensì dall’emergenza della difesa europea, battezzata dalla connazionale Ursula “Prontezza 2030”, l’orizzonte temporale vaticinato per l’apocalisse, la conflagrazione universale nella quale si farnetica che la Federazione Russa non veda l’ora di immolarsi. Forse con l’abbrivo di armi nucleari tattiche, risolutive dello stallo della “non-vittoria” in Ucraina? Un’intenzione attribuita, se non a Putin, a settori dello stato maggiore russo, e motivata unicamente sul presupposto dell’attacco israelo-americano all’Iran.

Un pugno nell’occhio, senza gusto del ragionamento e rispetto dei fatti. Come se in Iran si stiano utilizzando armi nucleari tattiche. O come se il presidente russo non avesse ribadito, quasi sillabato, quanto peraltro è risaputo, ovvero che la dottrina nucleare strategica russa, anche nelle versioni aggiornate del 2014 e del 2024, prevede il ricorso al potenziale nucleare, strategico e tattico, solo ed esclusivamente in caso di grave e imminente “rischio esistenziale per la sovranità e l’integrità territoriale della Federazione”, non in ipotesi astratte di stallo e non-vittoria in un conflitto. Oppure, non da ultimo, come se USA, Cina e NATO potessero mai concedere l’assenso. L’ipotesi sembra avere tutta l’aria del suggerimento.

That’s the press, baby. And there’s nothing you can do about it, nothing.. È la libertà di stampa, e non possiamo farci niente.

Con buona pace del modulo hegeliano della replica storica identica per “due volte”, sul terreno concreto della storia, della teoria della storia e dell’analisi sociale, lo spazio scenico si aprirebbe alla formula mista Tragödie-Farce, sfuggita a G. W. F. Hegel e da K. Marx risemantizzata in “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”. E però, questa seconda volta, non sarebbe più una farsa, anche perché la storia non si ripete, ma, Mark Twain corregge, “fa rima”. Tutt’altro che lo scherzo del “patetico e piccolo” Napoleone III rispetto a Napoleone I Bonaparte.  

Possibile e inevitabile la presa d’atto e il connesso “accordo compromissorio” (Rubio) e “pragmatico” (Putin), travagliato e non istantaneo, in Ucraina. Purché non si risolva in un lungo “congelamento” del conflitto, sul crinale del traccheggiamento e di estenuanti negoziazioni, inconcludenti e dilatorie, tra l’ostracismo bellicista europeo e la rivendicazione russa di una nuova architettura della sicurezza e dell’ordine mondiale, a rigore più facilmente raggiungibile attraverso una prospettiva di “smilitarizzazione”, cui la Russia, in condizioni date, potrebbe aderire.

Questa, in fondo, la “solitudine geopolitica”, rivendicata anche dal “Mago del Cremlino”, Vladislav Surkov, certo che la Federazione Russa conta innanzitutto su sé stessa, su Trump entro ovvi limiti.  Se, viceversa, al netto delle tregue, prevalesse l’eccezione del dominio della volontà di potenza ebraica in Medioriente, sarebbe fatale, prodromico a ulteriori conflitti d’area, compresi gli scontri diretti con l’asse iraniano, ora di nuovo in subbuglio, a causa della repressione delle opposizioni. Scontri culminati, prima, nella sceneggiata sui siti nucleari, ora nell’attacco congiunto israelo-statunitense. Un eccellente viatico rispetto all’inquieta base MAGA, in prossimità delle elezioni di Midterm, e un magnifico trofeo nel palmarès trumpiano del Nobel per la pace. Assai più verosimile un Oscar Award per lo “specifico filmico” della guerra, l’opposto dell’antitrumpiano “Una battaglia dopo l’altra”, Oscar appena strameritato. Solo che Trump imbastisce uno “spettacolo con finale a sorpresa”, è l’ironia dolente dello scrittore israeliano Etgar Keret, memore della “pace” del mese dell’estate 2025 dei “vincitori” contro l’Iran, al netto dei danneggiamenti provocati, e profondamente scettico quanto alla “vittoria su Hamas” e alla prospettiva “democratica” nella Repubblica Islamica iraniana, in bilico tra lacerazioni endemiche ed estenuati conati di protesta e speranza. Una prospettiva alla quale, in fondo, non crede neanche il tycoon d’oltre oceano, che ha piena contezza dello sia scacco iracheno, sia di quello afgano, ma la cui individualità egocratica, autoconfessoria, si coniuga intimamente con un rinverdito e diffuso interesse USA al “controllo” planetario. Precondizione per un’America “Great Again”? Dal lato dell’Ego ipertrofico, invece, una rapida scorsa ai testi della psicoanalisi, a partire da Freud, può soccorrere. La centralità dell’Ego, un tratto fisiologico proprio dello sviluppo infantile, narcisismo primario compreso, se persiste in età adulta, si perverte in supina dipendenza patologica dalle spinte pulsionali dell’Es… 

Rappresentazioni autoillusorie, a dispetto del “Board of peace”, cifra geopolitica strategica dell’ideologia avventuriera del mondo MAGA, non del solo Trump, dopo il ripensamento “mai in Medioriente”, e copertura palese e grottesca di bombardieri e militarizzazione dell’intelligenza elettronica e dell’AI, confliggente con le avvertenze degli esperti in “Digital Ethics and Defence Technologies” dell’Oxford Internet Institute: “L’uso militare dell’AI è una minaccia senza precedenti ai diritti umani”. Sistematica, ormai, la violazione della norma internazionale umanitaria, in specie della prescrizione che gli attacchi siano preventivamente calcolati sui “princìpi di distinzione e proporzionalità”, propri degli esseri umani. Altro dall’assassinio sistematico e dal massacro di donne, bambini e anziani, dalla barbarie delle carneficine fini a sé stesse, che nulla hanno a che vedere con l’eventuale successo nell’eliminazione dei brutali apparati repressivi della Repubblica Islamica o ai fini della “sicurezza” di Israele. Ricordano, piuttosto, l’ordine “Exterminate all the brutes!” di “Cuore di tenebra”, il celeberrimo racconto – da qualcuno esageratamente tacciato di “colonialismo” – di Joseph Conrad, alla fine dell’Ottocento, sulla soglia critica del Secolo breve: “Sterminate tutte quelle bestie!”, la lucida follia e l’orrore della guerra, fuori controllo come la figura carismatica del commerciante d’avorio Kurz. Spirando, egli “tira le somme e giudica: L’Orrore! L’Orrore!”, e sembra invocare la pietas catartica. Tenebra in Africa. Tenebra anche a Londra, nella visione di Conrad del “cuore dell’oscurità”. In attesa dell’implementazione militare della scienza e della tecnologia.

Quanto, invece, all’uranio arricchito, (non) stupisce che Trump dichiari, apertis verbis, di non avere fretta – “forse dopo” – e che, da parte sua, il Segretario alla difesa degli Stati Uniti trumpiani vada oltre e riconosca l’”impossibilità di individuare e distruggere i depositi dal cielo”. Da terra, con i boots on the ground ora minacciati da Trump, sembra parimenti impercorribile. Nondimeno, erano questi l’obiettivo e il movente dichiarati dell’operazione Epic Fury, insieme con le nequizie della teocrazia iraniana! In realtà – dalla “scuola del sospetto” – forse si voleva soltanto imporre ‘obbedienza’ agli Ayatollah, ritenuti responsabili della polveriera mediorientale e, addirittura, una minaccia per l’ordine mondiale. Come l’Iraq, del resto, con appendice postuma di resipiscenza, ove mai sincera. E però, efficace capacità di difesa a parte, quanto sarà potente la macchina bellica iraniana? Ironia della sorte, meno di tre anni fa, il capo del National Security Council, Amministrazione Biden, Jake Sullivan,dal prestigioso podio della rivista Foreign Affairs garantiva che il Medio Oriente era ormai “stabile, pacificato e tranquillo”. E, ancora pochi mesi fa, quindi dopo il 7 ottobre 2023, dalla stessa piattaforma suggeriva di sospendere le forniture di armi a Israele, proprio – si ponga attenzione – ai fini della “sicurezza americana” e per evitare il coinvolgimento in “guerre infinite”. Sembra sfuggirgli che La Pax Americana del “poliziotto globale” è dura a morire…

Valga il vero. I principi giuridici universali, anche dopo Norimberga, si confermano come “legge esterna”, da Kant infatti concettualizzata come eteronima, necessaria ma non sufficiente nella scissura dall’autonomia della legge morale, individuale e anche, in termini di filosofia morale pubblica, collettiva.

E non è un paradosso, ma un preciso segno di riorientamento che l’Iran, “sanguinante… ma da colpire ancora” (!), sembra tutt’altro che sconfitto e, anzi, mostri di non temere la prosecuzione della guerra, verosimilmente in vista di una “pace senza vincitori”, invisa a Netanyahu, (forse) meno a Trump. Inequivoci, in ogni caso, gli effetti di “destabilizzazione globale”, conseguenza della rottura del malconcio sistema multilaterale ad opera di USA e Israele. Paventato risveglio delle unità terroristiche, dormienti e non, a parte.

Come non condividere il disincanto etico-politico di Georges Clemenceau, primo ministro e ministro della guerra, nel 1917: “La guerre! c’est une chose trop grave pour la confier à des militaires”? Un aggiornamento. L’intelligenza politica, strategica e tattica, esigita dalla guerra è di una specie molto (molto) diversa dall’ars combinatoria degli algoritmi della AI!

Tra subdola propaganda e disastri umanitari, nella salutare distanza russa e cinese, la Civiltà occidentale dimostra, oggi come non mai, di disdegnare l’estinzione di morte naturale, assistita dal diritto internazionale del…più forte, in costanza dei “limiti” – secondo l’illuminato parere di un ministro degli esteri – del diritto internazionale legale. Sempre che l’”ordinamento giuridico paritario” della comunità internazionale smetta di fungere, all’occorrenza, da maschera degli interessi delle grandi potenze, per ri-configurarsi e integrarsi sotto la costellazione dell’etica, quindi, vedi caso, senza disparità di trattamento discorsivo, se gli USA possono liberamente incriminare e attaccare l’Iran, piuttosto che Hamas o l’Iraq, mentre la Federazione Russa commette sacrilegio, se menziona “il regime neonazista di Kiev”, sol perché caro – e pour cause – alle anime belle europee. Il “dualismo”, un framework della tradizione culturale europea, si estende anche alla relazione antinomica aggressore-aggredito, purché riferita, in modo univoco ed esclusivo nella neo-lingua dei dizionari politico-statuali, al solo conflitto russo-ucraino. Nessun altro aggressore, nessun altro aggredito!

Universale il disprezzo del brocardo classico ciceroniano nel “De consulatu suo”, in contesto di crisi della Res Publica e transizione al Principatus augusteo – di intonazione idealista?! – “cedant arma togae”, concedat laurea laudi”, le armi lascino il posto alla Civiltà della parola e del confronto politico e dialettico, l’alloro del potere militare alla gloria, alla discussione e alle istituzioni civili, nel segno del diritto e della diplomazia: la “toga”.

È kantianamente imperativo. Dunque, possibile. Mano agli anticorpi, anche per evitare di finire, e sfinirsi, quali prede di… sé stessi, se anche in armonia con l’upgrade cripto-mafioso di un opulento versante del neo-capitalismo. Cripto, ma non troppo.

Invero, come gli esami dell’ultima commedia di Eduardo, anche i crimini contro l’umanità non finiscono mai. Ed è subito sera, recita il poeta. E chissà se faremo in tempo a scrivere la Storia più intrigante e istruttiva di tutte: le Res Gestae dei Grandi della Terra, delle autocrazie, lussureggianti e maggioritarie, e delle anemiche liberal-democrazie, nel cui grembo fecondo continuano a germogliare i totalitarismi del fondamentalismo e del razzismo.

Chissà se giova rammentare la lezione di Shimon Perez nel summit romano dei Nobel per la pace, alla fine del secolo scorso? L’ex presidente di Israele, erede del sogno di Yitzhak Rabin di una <pace senza vincitori>, perciò assassinato, nonché primo ministro e leader laburista dell’opposizione anche ai primi esecutivi di Benjamin Netanyahu, negava qualsiasi valore risolutivo alle “soluzioni militari”, sostenendo che il prezzo delle vittorie militari è talmente costoso, da renderle illusorie e inutili. Concludeva esaltando una concezione di “pace attraverso la parola”, senza vincitori sui campi di battaglia. Come non pensare allo scetticismo, quasi profetico, di Sigmund Freud? Quando, nel mese di febbraio 1930, declinando un invito, scriveva a Chaim Koffler, membro della sezione viennese del Keren Hayesod, organismo sionista fondato a Londra, nel 1920: “Sono stato e resto legato al popolo ebraico, non a quella fede religiosa, né ad altre, ma sarebbe più saggio fondare la patria ebraica altrove, non in Palestina, una terra troppo carica di storia. Cristiani e arabi non possono accettarla…”. Intuitivamente, non gli risultava difficile prevedere l’esplosione di nazionalismi esasperati, violazioni sistematiche dei diritti umani e del diritto internazionale, dei principi basilari dello Stato di diritto, sull’onda montante di fanatismi religiosi.

Quanto all’Iran, la fiction hollywoodiana resta a siderale distanza dall’impellente necessità del disarmo nucleare globale, previa riduzione delle 12.300 testate nucleari esistenti, dopo il drastico ‘taglio’ delle 70.000 esistenti nel 1986. In un momento di lucidità, Trump ha immaginato negoziati con Russia e Cina per la limitazione delle armi atomiche e la riduzione delle spese militari delle tre grandi potenze del 50%. Tuttavia, merita di essere sottolineato un profilo non trascurabile della politica estera statunitense, il pregresso tentativo di dialogo con l’Iran, rispetto alla temuta ripresa del suo programma nucleare alla scadenza del patto del 2015 nell’ottobre 2025, dieci anni dopo la sua ratifica da parte dell’Onu con la risoluzione 2231.

E la deportazione di immigranti in massa? News dai Bundesländer della gloria di Jena e Weimar, Gotha ed Erfurt, del decisivo successo a Dresda e, soprattutto, a Lipsia, l’”Atene della Germania”, la città di Gottfried W. von Leibniz e Richard Wagner e a Potsdam. L’inesistente Europa politica immagina di fronteggiare l’emergenza attraverso il riarmo, “l’impotenza mascherata da potenza simbolica”, a giudizio degli stessi ideatori di “piazze per l’Europa e per i suoi valori, non per le armi”? allora, l’Europa deve reinventarsi, poiché quelle piazze ne rappresentano l’ambiguità, una vera e propria dicotomia, la hegeliana “coscienza scissa e infelice”, dato il contrasto tra fautori e contrari al riarmo, non una contraddizione dialetticamente componibile in unità di sintesi.  

Inoltre, dalle parti di Bruxelles qualcuno deve avere letto una biografia del presidente russo che lo descrive come un idiota! Solo menti in malafede, infatti, possono immaginare che “se l’UE dovesse cessare di sostenere l’Ucraina e questa dovesse arrendersi, la Russia invaderebbe altri paesi, compresi Paesi membri dell’UE”. Non solo i baltici, insomma, con le loro forti minoranze russe. La Federazione Russa ignorerebbe il domino degli artt. 4 e 5 del Trattato NATO, semplici mezzi, non fini di pace solennemente sanciti nei primi due articoli, relativamente all’“azione giudicata necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata… fondamento della difesa collettiva” degli Stati europei. Ignorerebbe, altresì, “l’istanza di attuazione della stessa” e l’art. 42.7 TUE, di per sé sufficiente a tutelare l’Ucraina dopo l’eventuale adesione alla UE. Accecata da tanta crassa ignoranza, potrebbe annichilire il pianeta, lanciando, in stile kamikaze, attacchi suicidi contro i Paesi dell’Alleanza e contro gli Stati Uniti d’America. Neppure il “Bulletin of the Atomic Scientists” ipotizza un simile scenario di follia e di psychic numbing, anestesia emozionale e connessa limitazione razionale-cognitiva. Eppure, quegli scienziati, i quali gestiscono l’Orologio dell’Apocalisse, che segna idealmente il tempo mancante alla fine del mondo, la mezzanotte, pur avendo spostato le lancette in avanti di 4 secondi, cosicché ne mancherebbero 85 alla mezzanotte, affermano che “aumentano i rischi da armi nucleari, cambiamento climatico e nuove tecnologie e il tempo sta scadendo”, ma senza alcun riferimento alla Russia e all’Ucraina.

Un “rischio esistenziale” surreale, quello russo, almeno in contesti di sanità mentale, anche a Washington oltre che nei think tank dei più prestigiosi atenei, da Harvard a Yale, da Londra alla Sorbona a Pechino. Preoccupa, invece, che il primo ministro britannico non provi vergogna a giustificare il riarmo sul presupposto del “ricatto energetico russo”, salva, poi, l’autocastrazione di insorgere contro la proposta di Trump riguardo allo sblocco del petrolio russo, perché troppo rischiosa per la “sicurezza europea”. L’autoflagellazione, si sa, invece garantisce “sicurezza”. Ed ecco la balistica in campo, contro un presunto ricatto energetico, opportunamente scoperto solo a margine del conflitto russo-ucraino, dell’aumento delle pulsioni belliciste e della loro illusoria capacità di conferire superiorità e “onnipotenza” (S. Freud). E a margine della vittoria di Trump. Parola di sir Keir. R. Starmer, “volenteroso” leader laburista della nazione delle gloriose rivoluzioni liberali moderne. E opzione riarmo anche in previsione di una “guerra ibrida” o di una nuova “Guerra Fredda”, peraltro già in corso. Stranezze, se è vero, ad esempio, che la Germania divisa, che non si è potuta riarmare durante la prima Guerra Fredda, può progettare di replicare il riarmo portentoso degli anni ’30. Curiosamente, GB e Francia non pensano a un massiccio “riarmo difensivo”, in assenza di uno Stato Europeo, “dei singoli Stati” rimilitarizzati (Lucio Caracciolo), e finalizzato alla “integrazione europea” (!). “L’Europa — assicura il nostro esecutivo italiano — “non può avere sue forze armate, i trattati lo escludono”. Si deve parlare, al più, di “forze di paesi diversi che riescono a operare insieme”. Von der Leyen sarà anche immemore di Ventotene, ma, oltre a elucubrare progetti di “preserving peace” e di vittorie immaginarie, conosce almeno i trattati? Merz l’ha informata che “i trattati prevedono regole precise”, oppure essi valgono solo per minacciare e convertire Orbàn al mitico dio della guerra e dei lupi?!  

Historia magistra: senza allievi. L’isterico riarmo urge con una certa urgenza, Totò direbbe, se non resta una pura dichiarazione d’intenti.

Sono trascorsi solo vent’anni, da una sensata valutazione di Umberto Eco: “Gli Stati Uniti non potranno passare le notti insonni per un continente che non corre più il rischio di essere sottomesso né dai panzer nazisti né dai cosacchi ansiosi di abbeverare i loro cavalli nelle acquasantiere di San Pietro”. Trasmesso in archivio il progetto di integrazione politica per via mercantile, va in scena l’integrazione militare: gli Stati Uniti Armati d’Europa, sullo sfondo della solenne criminalizzazione della Russia e, incredibilmente, ora anche degli USA. Sublime memento dei celebrati, a parole, valori di Ventotene, 1941, nei quali non manca chi riesce a intravedervi addirittura curvature giacobine. In realtà, agli autori del Manifesto non sfuggiva la colpevole cecità delle nazioni e dei popoli europei nella genesi storico-culturale dei nazionalismi, intorno ai quali storiografia, filosofia e psicologia di massa non lasciano più margini di dubbio.

Quei popoli europei cui necessita una guida federale, democraticamente espressa, forte e illuminata, quasi un’estensione dell’indicazione gramsciana di una “profonda riforma intellettuale e morale del popolo italiano”. Purtroppo, inaugurato nel fuoco della Resistenza, il nostro risanamento nazionale progressivamente smarrì la spinta propulsiva originaria, uno smarrimento efficacemente espresso dalla disillusione di uno dei protagonisti del film premio Oscar “Mediterraneo”, molti anni dopo la nascita della Repubblica: “Non ci hanno lasciato cambiare niente…”.

Oltre siffatta sordità, non vi sono altre idee – scrive Gustavo Zagrebelsky, famigerato giurista filo-russo – o strategie per la sicurezza che facciano leva sulla forza diffusiva della pace senza guerre. Una forza che in questo momento sembra languire e aspetta di essere re-suscitata. Una pace ingiusta è preferibile alla guerra atomica”. L’eco in un altro famoso putiniano, Romano Prodi: l’Europa senza avere “fatto niente per la pace, butta via denaro”. Messaggi in bottiglia per i sonnambuli. Per quanti ignorano la confutazione etica e logica hegeliana del principio di autodistruzione “Fiat iustitia et pereat mundus”, erroneamente sussunto nel testo di Kant. “Non muoiono soltanto gli scellerati…”, Hegel argomenta e conclude. L’uovo di Colombo, da più lontano, dal Genesi: “Se a Sodoma troverò cinquanta giusti… anche meno…, per riguardo a loro, perdonerò a tutti”. Pare che non ve ne fossero, perciò fu distrutta. Con l’eccezione di Abramo, la discendenza, la continuità della specie. Nella metafora biblica.

Invero, una memoria storica pervicacemente latitante, tra rimozione e spostamento di contenuti psichici perturbanti, oblitera dinamiche, luoghi, origini e cause di una Storia infinita reale – diversamente dalla fiaba morale del famoso meta-romanzo omonimo, – fino ai due conflitti mondiali. Quel Genius loci, luogo della tregenda, la vecchia cara Europa, secondo qualcuno digiuno di Storia, “discendente da Venere e Minerva, non da Marte, come la Russia”! Significativamente estranee le massime potenze, “neo-imperiali e ottocentesche”: l’America, oggi da tante parti rimpianta contro l’esecrato “trumputinismo”, e la Russia, con i suoi venticinque milioni di perdite umane. Ora sarebbero entrambe vocate alla conflagrazione universale? Così è (se vi pare), a giudicare dalle ragioni del riarmo dell’Europa, signora della guerra e autorità riconosciuta nella materia, data la sua sperimentata capacità, etico-politica e culturale, nel corso della Storia, inclusa l’odierna avanzata delle destre estreme. E se “gli imperi riconoscono un unico comune criterio ordinatore, la forza”, secondo autorevole stampa, ne consegue che l’”isterica”, secondo una stampa invece corriva, von der Leyen si trovi allineata e coperta, quando vagheggia “la pace attraverso la forza”.  

Ecco però una ragione in più per frequentare le biblioteche: la certezza di non potervi incontrare la faziosità settaria in carne e ossa. Quanto al cervello, meccanico e non-funzionale, si registra il <non pervenuto>, almeno non dal firmamento del giornalai-smo d’accatto e comatoso, della “ragion pigra” declinata per diritto o per rovescio, felicemente immune dall’attività del pensiero libero, laterale e divergente.

È la “società del silenzio”, che soffoca i “cercatori di perle”, cioè di futuro con lo sguardo rivolto alle verità del passato, celebrati da Walter Benjamin. I cercatori della pace senza vittoria, fuori dagli stadi, e con “vessilli di libertà, non bandiere ostili di conquista”. Queste parole, pronunciate da John F. Kennedy nel contesto originario della corsa russo-americana allo spazio, in piena Guerra Fredda, si rivelano ancora più cogenti nella corsa attuale verso l’abisso. Apocalittismo?  Sono noti gli errori del presidente della New Frontier, innanzitutto l’inizio dello stravolgimento della Repubblica del Vietnam del Sud, sia pure nei limiti del “Memorandum NSA n.111”, con l’invio di consiglieri, senza truppe combattenti per evitare di americanizzare il conflitto, e in vista di una rapida ritirata degli stessi consiglieri. Voce dal sen fuggita, nel suo più elevato discorso alla Nazione sui diritti civili, l’11 giugno ’63, menziona “i soldati americani inviati in Vietnam”. Resta, tuttavia, fermo che il limitato piano iniziale fu progressivamente tradito e stravolto da Lyndon B. Johnson e Robert McNamara, in concorso. Già prima dell’incidente del Golfo del Tonchino, nell’agosto ’64, avevano pianificato una “guerra aerea” su vasta scala. Oltremodo drammatiche le conseguenze geopolitiche, inclusa la più grave sconfitta mondiale statunitense, con un bilancio di perdite più alto finanche di quello della seconda guerra mondiale. Dalla “teoria del domino”, o “dominio comunista”, alla strategia di “ricerca e distruzione”. Eppure, da quelle espressioni di Kennedy, tralucono ancora lo spirito e la speranza della pace nel diritto.  Al bando, per una volta, la volontà di potenza americana e lo “spirito della frontiera”.       

Malgrado la cecità di chi non sa, non può o non vuole vedere – altro che “grande visione” – neppure in stato ipnagogico, urge lo spirito kantiano della proiezione della legge morale oltre le sfide epocali del presente: “Che cosa è lecito sperare?”. Una domanda inaggirabile, perché interpella le situazioni più intricate, che non possono essere risolte dalla guerra, quanto meno in condizioni di “salute mentale mediamente normale”, se Freud ci rende edotti.    

Perché “un popolo non alzi più la spada contro un altro popolo” (Isaia) e “la diplomazia sia più importante tra avversari che tra amici”, l’auspicio di Dmitrij Suslov, direttore del Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca e uno dei più autorevoli e influenti consiglieri di politica estera del Cremlino. Diplomazia, non un “ramo d’ulivo sulla lama di un coltello”, alla lettera, la proposta di pace di Hitler alla Gran Bretagna nel 1940.

Promesse di futuro, la virtù degli incontri, anche con la controparte russa, che l’Europa ha disdegnato, preferendo alle opzioni diplomatiche la cieca intesa con l’Ucraina. A seguire, la diserzione ucraina dal tavolo negoziale, il 15 aprile del 2022, dietro istigazione anglo-americana, mentre già divampava il conflitto, non cercato, ma neanche impedito. Riarmo, contro la pace e per l’escalation.

Ciò nonostante, non mancano nel mondo dell’informazione e della cultura intelligenze trascendentali capaci di convinzioni sbalorditive: In un conflitto senza vincitori, non ci può essere una pace sostenibile. Per nessuna delle due parti” … Sostenibile, nella lingua di Dante: plausibile e accettabile, in contesto ambientale, ecologica. Come a Gaza? O come…dove?

Quante ragioni, nel libro recente, “La civiltà del bozzolo”, di Vincent Cocquebert per registrare il degrado della speranza, rispetto agli stessi eventi e all’epilogo tragico del “Secolo breve”. Il naufragio dell’”esprit collectif” genera la costante antropologica del ripiegamento su di sé, il ritiro nell’isolamento psichico, una forma surrettizia del “sedentarismo cool”: “Netflix and Chill”. Solitudine, sicuramente non libera, non scelta.   

Oltre la realpolitik e la cultura della guerra che lacera l’anima del mondo e dell’individuo,  nella prospettiva di “win the peace”, vincere la pace, secondo un’espressione di uno dei più discussi presidenti USA, Richard Nixon, un sano realismo illumina l’universo figurale di uno dei più influenti intellettuali statunitensi del ‘900, Robert Frost, il poeta prediletto e inviato, quasi novantenne, da Kennedy, nel 1962, malgrado la Guerra Fredda, in missione diplomatico-culturale in URSS: “Ci sono promesse da mantenere / e miglia da percorrere, prima di dormire / e miglia da percorrere, prima di dormire”.

Miglia da percorrere, oltre la (in)cultura della forza e del conflitto, oltre i sistemi di “accondiscendenza” della AI, le cui pretese “capacità umane” restano ignote alla tecnologia “razionale e creativa” dei droni. Antipode del “nuovo umanesimo”, ora predicato anche da papa Leone.

Pace senza vincitori: ’’utopia”?  In realtà, i riscontri non mancano. È accaduto, può accadere. Un lemma improprio, pertanto, “utopia”, se declinato in figura teorica astratta, scissa dall’esperienza storica, e maggiormente consono alla morte anche delle idee nel tramonto delle grandi ideologie, e nella consunzione della memoria storica. Invero, a una più attenta e sostanziosa disamina non sfugge la hegeliana “Wirklichkeit”, la realtà storica effettuale di questa ’”utopia”. Per converso, la corretta interpretazione dell’aforisma di Oscar Wilde, secondo il quale “il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie”, conduce direttamente al realismo storico-politico, da Machiavelli a Marx e Gramsci. Oltre l’utopia classica di Platone o Savonarola, il realismo può così guadagnare uno statuto diverso, salire su un piano più alto, per declinarsi come δρᾶμα, dramma, azione e storia, “utopia realistica” della mutatio rerum: progettualità politica, pensiero del conflitto e della contraddizione effettuali, conoscenza e prassi trasformatrice del (dis)ordine esistente.

Donde l’urgenza, se non di governare, quanto meno di arginare lo stato di dispersione crescente, l’entropia globale, misura del caos – su radice linguistica indoeuropea cha – quale spalancamento di una voragine, ovvero, in ambito matematico, irregolarità/imprevedibilità evolutiva di un sistema. Comunque, in sconnessione dal kosmos, all’altezza di una congiuntura storica talmente oscura e densa di rischi indecifrabili, da rendere ardua finanche la “demarcazione della guerra dalla pace”, dato l’incastro inestricabile dell’una con l’altra, come acutamente sottolinea Friederich Merz. Il Cancelliere tedesco invoca “una strategia realistica”, altri “una soluzione pratica, nel contesto del realismo”, per porre fine alla guerra, senza vincitori, visto che, a parere di Merz, “ogni giorno che passa il conflitto solleva più interrogativi di quanti ne risolva”. Limpida conferma della tesi di Ernst Jüngercirca la “Mobilmachung”, la mobilitazione generale: a far data dalla Grande Guerra, si incrina sempre più la disgiunzione tra elemento civile e militare, tra pace e guerra.

Tuttavia, mentre la sindrome yankee, su base del proprio diritto internazionale, non scritto, spontaneo e consuetudinario, assumendo una postura da “surrealismo” politico-strategico, affida la risposta agli interrogativi al Corpo dei Marines, cioè al grilletto, il nuovo shock energetico e l’impatto sulle catene produttive, di ovvia e assorbente decisività, segnalano solo uno dei problemi. “Stiamo camminando come sonnambuli verso la Terza guerra mondiale”, è l’analisi empirica di Fiona Hill, direttrice per l’Europa e la Russia nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, durante la prima presidenza Trump. Se consideriamo che la seconda Guerra Fredda è già in atto, rieccolo in azione, il sonnambulismo. È vivo e lotta… contro di noi! 

Quasi mezzo millennio è trascorso dalla creazione del gruppo scultoreo “Il Genio della Vittoria” di Michelangelo Buonarroti. La celebre opera marmorea sembra alludere allo stesso artista, sconfitto e straziato dal dolore per la vittoria dell’uomo forte e superiore, entro una rappresentazione plasticista e dualista perennemente illuminata dal giudizio divino…                                                                                                 

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