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Il super-capitalismo come fase suprema del capitalismo organizzato
Il capitalismo dal suo sorgimento nella modernità, nell’anno Mille circa, fino ad oggi ne ha fatto di strada. Possiamo stabilire un annus dividens nel Mille: in questo lapsus, perché la storia è da intendersi non solo come ammasso di sfere continuative, ma come interrotta ogni tanto da salti, si forma il germe della futura borghesia, la classe dominante ancora, nonostante le derive proletaristiche. Se Natura non facit saltus, possiamo ben dire che Historia facit saltus. Le rivoluzioni sono i salti storici. Ci sono le rivoluzioni politiche, quelle culturali, quelle scientifiche e naturalmente quelle economiche. A volte coincidono, ma non necessariamente. Nella filosofia della storia di Saint-Simon, troviamo, ad esempio, l’alternarsi di epoche organiche e di epoche critiche. Se applichiamo un principio simile all’economia, su dai accertabili storicamente, possiamo adoperare uno schizzo sintetico dei lapsus critici, che seguono a momenti di espansione: 1000, 1300, 1600, 1780, 1845, 1910, 1930. Naturalmente all’interno di questi macro-periodi vanno individuate sfumature geo-storiche diverse. Grandi rivoluzioni economiche sono: il Mille, il Cinquecento, con la rivoluzione geografica, il Settecento con la prima rivoluzione industriale, l’Ottocento con la seconda rivoluzione industriale. Il capitalismo in fondo segue un’evoluzione: anarco-capitalismo o liberismo iniziale, o capitalismo degli industriali, corrispondente al felice periodo dell’economia classica inglese (Smith, Ricardo, Malthus); questa fase segue al feudo-capitalismo, corrispondente all’Ancient Regime. Il feudo-capitalismo si era sviluppato in senso solidaristico e corporativistico. Nell’età antica il capitalismo veniva definito come crematistica ed era contrapposto di per sé a economia, che nel senso proprio del termine indicava la buona e sensata amministrazione della casa. Dopo l’anarchia iniziale, il capitalismo, costituito dall’orda dei capitalisti si cominciano ad organizzare in società, via via sempre più grandi, fino a coincidere con lo stato stesso. La fase finale di questo primo periodo culmina con l’età dei totalitarismi. Nei fascismi prevale il canone dello Stato imprenditore. Se guardiamo al principio di Pareto ci rendiamo conto che è sempre una minoranza a dominare. La borghesia storica non va confusa con la borghesia ideale, o eterna, che indica insomma la classe dominante. Che sia sempre una minoranza a dominare è valido anche nei regimi democratici. La maggioranza di fatto non può mai dominare concretamente. Lo fanno i rappresentanti. Ma cosa rappresentano i rappresentanti? Si può esercitare un diritto fondamentale, come la sovranità, per procura? La borghesia indica pertanto non solo una classe storica ben precisa, ma un involucro, un contenitore. La classe dominante culturale va distinta da quella politica e da quella economica: non sempre coincidono. Nelle speranze dei positivisti ci doveva essere il governo degli industriali, ma non è sempre così. Così nelle speranze dei comunisti ci doveva essere il governo dei proletari, ma è stato sempre così? Marx in fondo ha identificato la borghesia storica con quella ideale. Allora era così. Nelle prospettive storicistiche ottocentesche era così. Ma se scindiamo gli ambiti, possiamo riconsiderare una validità scientifica anche del sistema marxista. C’è sempre una lotta per il potere, la classe sottostante tende alla dominante. Così c’è sempre un processo di imborghesimento di chi va al potere. Il rivoluzionario tende a diventare borghese, il servo tende a diventare padrone. Vedete un padrone nella storia che tende a fare il servo? Forse qualche dio, o qualche santo, o qualche uomo di buona volontà, ma la massa segue di solito il miraggio dell’apice di Pareto, raggiungere quella minoranza di potere. Il potere è sempre esercitato da una minoranza, in qualsiasi regime, monarchico, democratico. Dipende un po’ dalla base di allargamento della classe dominante. Il potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono membra della sovranità della classe dominante. La sovranità, o volontà generale, coincide con il potere della classe dominante, né più, né meno. La massa che non può raggiungere il potere direttamente, ci può arrivare attraverso un processo di identificazione col capo. L’essere del capo, la sua sovranità, deriva o da invidia, o da risentimento. La lotta di classe ideale, tra classe dominante e dipendente si è neutralizzata, ammorbidita nella lotta elettorale nei regimi democratici. L’unica differenza è che l’opposizione è concessa, entro certi limiti. In questo consiste la libertà relativa dei regimi democratici. Non è la libertà vera, piena. Di solito nel processo dialettico c’è l’inversione dei ruoli: il sottostante diventa capo, o dominante. Essendo frutto di una lotta il sottostante è un risentito e fonda il suo potere sul risentimento. Risentito era un Mussolini espulso dal Partito Socialista, risentito era un Hitler, cacciato a pedate dall’accademia. Magari l’avessero ammesso a fare l’artista! Era fissato con “L’isola dei morti”.
Il potere in sé ha le stesse proprietà di Mammona, cioè del denaro: tende ad accumularsi per natura. L’avarizia non è un vizio umano: è il riflesso di questa proprietà naturale del potere, o del denaro, cioè tendenza ad auto-accumularsi, a concentrarsi. Ma ciò è vero perché quanto più si estende quantitativamente, tanto più diminuisce qualitativamente, cioè in potenza. In uno stato dove comandano tutti, e questo sarebbe l’ideale, chi comanda davvero? Questo è solo un aspetto. Un altro: il potere amministrativo, o il quarto potere, chi lo ha mai considerato, forse solo Locke. Il potere amministrativo è trasversale ai tre poteri classici (legislativo, esecutivo e giudiziario) e non solo, è trascendente anche storicamente, cioè passa tranquillamente da un regime all’altro. Esempio: con la caduta del Fascismo il potere amministrativo è rimasto intatto. Ricordiamo bene come nei nostri paesi, il podestà, dopo la guerra, continuava tranquillamente a fare il sindaco, come se nulla fosse. Il totalitarismo in fondo deriva dalla democrazia assoluta rousseauiana. Tra monarchia assoluta e democrazia assoluta non vi è alcuna differenza, se non la derivazione dal potere, dal basso, o dall’altro. La forma mista è la repubblica, o democrazia relativa, quella praticata oggi dalla maggior parte dei governi occidentali.
Poi c’è un quinto potere, quello occulto, quello dei manovrieri che agiscono da dietro le quinte, come a teatro. Questo è costituito dai veri poteri forti, che sono quelli economici puri. La massa di solito è estranea ai processi di potere. Si può vedere alla storia, nei cambi di regime, la massa si adegua, ma perché? Vuole stare tranquilla. La massa si muove per fame, come dicono alcuni, come il Cuoco. Ma di solito, la massa segue i capo-branchi. Raramente si muove il popolo nelle rivoluzioni: è accaduto con le cinque giornate di Milano. Ma sono casi rari. La rivoluzione francese è una rivoluzione di una minoranza, cioè della classe sottostante, o bassa borghesia, o borghesia minore, contro la classe di potere, la borghesia maggiore, che sosteneva la monarchia. Cosa ha prodotto la Rivoluzione francese? Napoleone. Quella russa, lo stesso, opera di una minoranza borghese. Cosa ha prodotto? Stalin. Lenin era un borghese. Stalin un risentito che ha tradito e distrutto il comunismo con il suo deplorevole culto della personalità. Un rivoluzionario che ha fatto sterminare tutti i rivoluzionari veri. Ma perché? Per il potere. Si è fatto ammaliare dal potere, l’ultima tentazione di Dio. Dio potrebbe esercitare un potere assoluto e non lo fa. Se c’è un essere veramente il più democratico nell’universo è Dio stesso. Quella inglese ha prodotto Cromwell. Le rivoluzioni falliscono perché producono totalitarismo e questa è solo una fase che andrebbe superata, per aprire le porte alla società autogestita. La rivoluzione del Quarantotto ha prodotto l’imperialismo. È la madre ideale delle guerre mondiali. Se la massa potesse autogestirsi, senza queste stupide minoranze, che gareggiano per il potere, avremmo evitato secoli di guerre. La storia senza guerra segna solo pagine bianche! Ma che ben venga! Caro Hegel. Perché dovremmo fare queste guerre, per chi? Per arricchire chi? La storia è decisa dai pochi. Poi ci sono gli indifferenti: che specie di zombie viventi.
«Condizione prima ed essenziale di libertà e nello stesso tempo libertà prima ed essenziale è che ogni uomo sia messo in grado di raggiungere il pieno sviluppo di tutte le sue facoltà, ricevendo un’adeguata istruzione e educazione. Ma può l’uomo, nell’attuale organizzazione sociale, istruirsi ed educarsi se non possiede congrui mezzi di fortuna? Evidentemente no; non v’è che una piccola minoranza che abbia tale possibilità, ossia l’incommensurabile privilegio di essere e di sentirsi libera in una massa di schiavi. Ecco dunque la necessità di rivoltarsi contro lo Stato, che garantisce il mantenimento dell’odierno assetto sociale. Bisogna abolire il diritto di proprietà, che crea una così profonda disuguaglianza tra gli uomini e il diritto di eredità, che concede di trasmettere il privilegio; bisogna assicurare a tutti gli uomini uguali condizioni di partenza»[1].
Il supercapitalismo è l’ultima fase del capitalismo organizzato, laddove il potere economico si concentra nelle mani di un’oligarchia plutocratica pseudo-dialettica globalista. Questa forma suprema, come la guida suprema porta alla teocrazia del Dané, è profondamente anomica ed anonima, cioè occultiva e conduce all’asservimento del potere politico, di qualunque genere, a quello economico. A questa forma si oppongono parzialmente i regimi odierni comunisti o semi-comunisti, nei quali predomina però ancora la stato-crazia. Non vogliamo eludere storicismi e pensare che vi siano mastodontici ricorsi. La ricorsività storica è solo presunta. Le fasi del capitalismo coincidono, ma non necessariamente, con i salti storici che dicevamo. Non crediamo in una sorta di determinismo economico, crediamo piuttosto in un a-sistematicismo.
Fasi: Anarchia capitalistica/teocrazia comunistica originaria/ solidarismo capitalistico medievale/ anarco-capitalsimo moderno (prima rivoluzione industriale)/ capitalismo degli industriali o tecno-capitalismo/ capitalismo statale o semistatale – totalicrazia economica/ oligo-capitalismo globale.
Fasi sociali:
capitalismo individualistico/familistico/societario/statuale/nazionalistico/internazionalistico/sovra sovranazionale.
Occorre compire una vasta opera di destrutturazione dei modelli macroscopici economici in una direzione postmodernista. Occorre smascherare le teorie economiche con un nuovo criticismo economico kantiano. Questo criticismo lo ravvisiamo soprattutto in una sorta di neo-dialettica economista. L’economia deve avere a che fare coi fatti e non solo con le idee.
«Le prime attestazioni del vocabolo “capitale”, nel senso economico che ci interessa, risalgono al 1155 e si incontrano nella raccolta degli atti del notaio genovese Giovanni scriba. In essa capitale può significare anche il montante iniziale di un prestito in contrapposizione con gli interessi, ma questo non è originale: il fatto nuovo e rilevante è l’uso del termine per i mezzi economici impiegati in una commenda, in contrapposizione con il “profitto” poi realizzato in essa: proficuum o lucrum nel latino notarile. La commenda è una società di persone in cui uno o più soci finanziatori forniscono appunto il capitale e un socio operativo conduce la nave e svolge le attività commerciali. Alla fine, se tutto va bene, il capitale viene restituito e il sovrappiù/proficuum tra finanziatori e navigante»[2].
Poi questo termine nel corso della storia ha assunto i più svariati, molteplici e devianti significati e significanti.
Non siamo d’accordo che non esistessero forme di capitalismo nell’età antica. Aristotele, ad esempio, pone una differenza tra economia e crematistica, indicando con quest’ultima l’accumulo di danaro[3]. Se vogliamo la prima alienazione e deificazione dell’illusione, in senso proprio di Feuerbach, è la creazione del dio danaro, già considerato un demone dagli antichi, come Mammona. Il danaro è semplice ricchezza coagulata. Il danaro è un’idea universale, applicata al concreto. Esso rappresenta anche la prima forma di “alienazione” della storia. Visto che il danaro sorge molto tempo prima del termine capitale agli albori della storia, dobbiamo allora chiederci quale è il suo valore. Come ogni cosa è dotato di materia e di forma, ovvero di qualità e di quantità. Il danaro poi è una forma particolare, perché fa da tramite tra la qualità e la quantità e permette il passaggio dall’una all’altra, o permette l’equivalenza con un budget di determinate merci. Il danaro in sé dovrebbe essere fonte di giustizia, cioè di giusta corrispondenza. Vogliamo applicare però lo stesso criterio degli universali anche al danaro e chiederci innanzitutto che valore ha. Il danaro infatti non è un semplice valore, ma un portatore di valore. Riprendiamo allora le categorie medievali:
a) ANTE REM. O realismo: in base a questa posizione il danaro avrebbe un valore assoluto, indipendente dalla realtà, proprio come un’iperuranica idea platonica. È separato dalla materia, cioè dai beni di cui si acquista o si scambia. Il danaro non possiede intrinsecamente in sé un valore d’uso, ma anche un valore di scambio. Questa posizione esagerata porta ad una sorta di panteismo, traducibile in monetismo, all’ubiquità della sostanza monetaria. «Pecunia non olet,» diceva Vespasiano. Questa assolutizzazione porta al feticismo, già accusato da Marx, all’alienazione ed al capitalismo, nel senso deviato.
b) IN RE. Questa posizione considera il denaro, o valore economico, connaturato alle cose stesse. È la posizione del realismo moderato di Aristotele e di Tommaso. Anche qui il danaro si considera come un valore reale, il rischio è che tutto può essere computato, economizzato. In questa fase si assiste al prevalere dell’homo oeconomicus. Non può essere però separato dalle cose, vi è intrinsecamente connesso, incollato con l’Attak, in una sorta di ilemorfismo economico, che potremmo definire come moneto-morfismo, o economico-morfismo. Se ricordiamo la favola di Re Mida, riportato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, si può trasformare tutto in oro. Alla fine si muore di fame. Ma perché? È presto detto. In danaro in sé, come l’oro, ha una proprietà intrinseca: tende da sé a tesaurizzarsi. Ciò porta all’adorazione alienante, al vizio dell’avarizia ed alla miseria paradossale del ricco. Il ricco è misero perché non spende, tesaurizza. Le crisi dipendono dal non spendere, da tesaurizzare ed erigere a massima morale questa tendenza di Mida intrinseca in ogni uomo. Adorare cosa significa? Ridurre ad oro: ad aurum.
c) POST REM. Arriviamo alla nostra interpretazione: post rem, cioè dopo la cosa. Il danaro è nato dopo la merce ed ha un valore estrinseco, o puramente convenzionale. Può essere un valore nominale, o ideale, rappresentativo o concettuale, ma puramente fittizio. Riprendiamo a mo’ d’esempio la logica economica marxiana.
M-M
M-D-M
D-M-D’, ove D’>D
ove M=merce, D=danaro.
La prima fase è quella del baratto, poi lo scambio, poi il profitto.
Marx applica all’economia la logica dialettica hegeliana: tesi antitesi, sintesi.
Tesi: merce/antitesi: danaro/sintesi: capitale.
Si passa dal semplice danaro a capitale: ecco come avviene. A nostro avviso la realtà del danaro nasce da un post rem, poi si trasforma in “in re” ed infine assurge ad ante rem. Il danaro all’inizio sorge unicamente per comodità, come un valore fittizio che è intendibile nel senso di “capitale”, come ci viene illustrato da Fabbri, dei mercanti genovesi.
All’inizio si cumula la merce, per ragioni puramente umane, legate al senso del “non essere”, o non avere. Bisognava prodigarsi ad accaparrare beni per l’inverno, come fanno d’altronde anche gli altri animali, come le formiche, gli orsi, gli scoiattoli. Questa naturale esigenza di accumulo, porta in una seconda fase alla separazione del valore astratto, cioè della quantificazione, o moneta, dal valore concreto dato dalla merce. Si crea un valore astratto per comodità, perché questo valore, equiparabile ad esempio all’oro, o l’argento, si conserva di più nel tempo di una comune merce, che può essere, invece, deperibile. Questo capitale originario, che è il danaro, diventa poi prestito, allora si genera la logica dell’interesse e del profitto, cioè del guadagno. Nell’economia originaria la creazione di un mezzo di scambio universale era finalizzata al mantenimento ordinario dell’esistenza, successivamente si crea un qualcos’altro, un mostro, legato invece al semplice soddisfacimento del piacere. Bisogna distinguere il piacere come bisogno dal piacere in sé.
In questa seconda fase si arriva all’uomo-Mida, o a quella mitica figura di Achille legato al palo per non cedere alle sirene, prototipo del borghese moderno, stilizzata in “Dialettica dell’Illuminismo” da Horkeimer e Adorno.
Si attua in verità un processo inverso a quello ipotizzato dalle classiche filosofie della storia, tipo Vico e Comte (Età teologica, età eroica o metafisica, età umana o positiva).
Si parte da un’età puramente concreta, o umana, ove ci sono dei beni naturali di consumo, o post-rem, si giunge ad un’età intermedia, o di media alienazione, ove sorge il danaro, come valore metafisico, o eroico, si giunge infine alla deificazione del danaro o valore metafisico o astratto.
Dobbiamo capire bene questo processo che ha a che vedere con la generazione dell’oggetto del piacere.
Il vangelo mette in guardia non a caso dal dio danaro: non si può amare contemporaneamente Dio e Mammona. Ma perché questo? Così capiremo anche le logiche delle crisi economiche. Esse derivano principalmente da un’asimmetria tra domanda ed offerta. Domanda ed offerta non sono collegate, sono due valori eterogenei. La legge della domanda e dell’offerta è puramente empirica.
Ammassare, raccogliere: questa è un’operazione talmente naturale. Da accumulare si passa a risparmiare, cioè togliere un piacere, differirlo, e poi si passa al terzo momento, cioè accrescere, incentivare.
Questo passaggio da raccogliere per la sussistenza al raccoglimento, invece, per l’incremento avviene a livello storico con la rivoluzione neolitica, cioè dal passaggio dall’età della caccia all’età dell’agricoltura. Dioniso insegna a fare il vino, cioè a coagulare il piacere ed ad usarlo in maniera differita, in un secondo momento. Dioniso è lo stesso che dona a re Mida la potenza di trasformare tutto in oro, cioè è l’inventore del danaro. Discendenti della stirpe dei raccoglitori sono i pastori che si contrappongono agli agricoltori.
C’è una differenza tra capital e stock[4]: il primo ha un valore puramente negativo, un prestito su qualcosa che non c’è, ma che poi arriva e produce incremento finanziario, il secondo ha un valore positivo, ciò che c’è e può essere fonte di investimento.
La creazione del danaro corrisponde alla fase anale dell’umanità. Ci sono fasi ben distinte: soddisfacimento dell’impulso genetico del piacere, o dilazione. Il primo è un processo primario, il secondo è secondario o vicario. Si crea un’immagine dell’oggetto di piacere. Va a finire che poi si adora questa immagine. Questa è la fase dell’idolatria. Il danaro nasce qua: segue lo stesso processo della nascita della religione. Deriva dalla proiezione di un piacere mancante, o differente. Cioè può avere un valore negativo (non c’è l’oggetto – capitalistico), o positivo (c’è l’oggetto ma differisco la consumazione – cumulativo). Il capitale a quanto pare all’inizio ha un valore puramente negativo e non indica l’accumulo di danaro, che sarebbe l’accumulo di un accumulo, perché il danaro è già piacere coagulato, o cumulativo: piacere immediato, piacere mediato, piacere integrato.
La visione del Medioevo, ad esempio, è molto controversa e risente tutt’oggi del grave giudizio degli illuministi. Eppure quell’epoca oscura e barbarica ha prodotto istituzioni culturali come l’universitas studiorum. Saint-Simon considera il Medioevo un’età organica. Dall’umanesimo all’illuminismo c’è l’età critica. Ci si aspetta una nuova età organica. Queste visioni riprendono le varie filosofie della storia, tipo quella di Vico e di Hegel: età teologica, eroica, umana. Ad esempio Platone, nella “Repubblica”, ripropone il modello orientale delle caste chiuse. L’individualismo soggettivo è correlato all’individualismo dei popoli, eletti, come i greci, gli ebrei, i germani. Il modello della Repubblica platonica torna pienamente nel Medioevo. Si riproporrà anche nell’età contemporanea, coi totalitarismi. Popper considera la Repubblica, come modello a società chiusa come madre dei totalitarismi. Accanto alle forze universalistiche – Impero, Papato, Scolastica -, si sviluppano quelle particolaristiche – feudo, comune, signoria, principato, stato nazionale. Si deve considerare una linea evolutiva che parte dal feudo e porta alla nazione.
La personificazione del danaro è l’ultima fase. L’uomo ha bisogno di rivolgersi ad enti forniti di personalità. Desideri, sofferenze, esigenze, bisogni, sentimenti: da ciò nasce il danaro. Il desiderio è alla base di tutto e desiderio significa cadere dal cielo nella materia (de-sidera, cioè dalle stelle).
Ciò che non hanno capito bene Feuerbach e Marx è proprio questo: che l’economia sorge dall’alienazione ed è fonte di alienazione. Tutte le teorie economiche, compresa quella marxiana, sono sovrastrutturali, divengono noumeni, miraggi mentali.
La matematica come scienza nasce proprio da questo processo di differimento del piacere. Non solo l’economia, ma anche la politica segue questo decorso inverso: età umana, età eroica, età religiosa.
Possiamo presupporre una forma media tra la pura ricorsività, o determinismo, e la caoticità economica. A volte la caoticità è indotta nel sistema economico. La caoticità è diversa da caos, perché è predeterminata da una volontà, singola o collettiva che fosse. Se ci deve essere oggi una rivoluzione anticapitalistica questa può essere culturale ed anche virtualizzata. Non necessariamente deve passare dai fili delle spade e dai fucili. Crediamo che ci si può contrapporre all’oligarchia economicista globalista attraverso una rivoluzione negativa, passiva. Solo in questo modo si può ottenere qualcosa. La rivoluzione attiva ha portato al post-marxismo. Solo una rivoluzione aventiniana, incentrata sul principio dell’anti–führer prinzip può funzionare. La disobbedienza civile funziona. La rivoluzione aventiniana è fallita in Italia durante il proto-fascismo, ma non in Danimarca, ad esempio, nell’età del nazismo. Rivoluzionari come Socrate, Cristo e Gandhi hanno lasciato frutti più duraturi di Cromwell, Ropesbierre e Lenin. C’è una notevole differenza tra antitesi e negazione. Ogni negazione non è necessariamente determinazione. Questo passaggio della dialettica hegeliana era sfuggito a Marx. Non possiamo combattere come don Chisciotte contro i mulini a vento. Solo così dall’anticapitalismo si può passare all’oltre-capitalismo, cioè ad una società a-capitalistica. Ma, finché dal basso non si muoverà questa forte coscienza civile, si rimarrà succubi dei termini dialettici dell’anti-capitalimo: cioè combattere il capitalismo con altre forme di capitalismo organizzato, quello dei regimi comunisti odierni. La coscienza collettiva è affetta da volontà di impotenza e non di potenza: cioè subisce passivamente le conseguenze del supercapitalismo e del super-imperialismo organizzato. Però può usare questa forza dell’impotenza non in senso passivo, ma attivo, opponendosi alle lobby plutocratiche del supercapitalismo organizzato. Il passaggio dal nichilismo o impotenza inattiva, o inerte, al nichilismo attivo richiede un grado di coscientizzazione superiore delle masse sociali. Ma questo processo non è impossibile. Solo così si raggiunge l’oltre-capitalismo, l’oltre-cielo, l’iperuranio. L’umanità deve maturare questo processo di uscita dai termini dialettici per negare in una forma superiore questa forma apoteotica del capitalismo organizzato.
[1] N. Rosselli, Mazzini e Bakunin, dodici anni di movimento operaio in Italia. 1860-1972, Einaudi, Torino 1967, p. 56.
[2] M. Fabbri, La fabbrica delle illusioni, Rubettino, Soveria Mannelli 2013, p. 15.
[3] Cfr. tra gli altri studi, quello di S. Marsilio, Crematistica. Metafisica ed economia nella «Politica» di Aristotele, Prato 2018.
[4] Fabbri, cit., p. 27.
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