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Segni e simboli del capitale
Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo un breve estratto di “Segni e simboli del capitale. Spazio digitale, immaginario e corpi“, di Antonio Semproni (Rogas edizioni, collana Inciampi, 2026, pp. 113-115):
Sul fianco sinistro della volta che cinge il portale d’ingresso della Feltrinelli sita nel centro di Parma è apposta una targa ove si legge: «Da sede della confraternita delle ‘Cinque Piaghe’, a oratorio di Sant’Agostino, lo stabilimento, che oggi ospita la nuova libreria Feltrinelli, fu riadattato più volte, prima come tipografia, poi come spazio espositivo e laboratorio di mobili, infine come sede del Banco di S. Paolo […] Il riutilizzo del monumento a uso profano avviene invece a partire dal 1913, comportando lo smantellamento dell’orditura del fronte, che assume l’aspetto di una galleria a tre piani con ampie vetrate, in pieno stile ‘Primo Novecento’. Ed è così che ci appare oggi, quale nuova sede del nostro negozio. Una finestra affacciata sul cuore antico e vibrante della città, via Farini, e un ampio spazio interno rivolto al mondo, alla sua cultura e alle sue novità». Il potere «profano», cioè il potere dei soldi, ha ridato lustro all’immobile, riammodernandolo e ponendolo in un rapporto osmotico con il «vibrante» – cioè saturo di rapporti commerciali o di relazioni mediate da pratiche collettive mercificate, come l’aperitivo – centro città: ecco un topos ricorrente in tutte le narrazioni, quello del beneficio arrecato alla collettività dalla privatizzazione di un bene e dalla sua gestione a fini di lucro.
Mentre la narrativa è la storia del superamento da parte di un personaggio di determinate barriere, proprie o imposte dall’esterno, materiali o psichiche, o anche solo del suo scontro con esse, la narrazione è la storia del superamento delle frontiere locali da parte di una merce e del suo accesso di pieno diritto all’agone del libero mercato globalizzato. La narrazione consente allora l’estrazione di valore dal locale e la riduzione dell’esperienza del luogo Altro (o di ciò o di chi ne è esponente) a esperienza di mercato. Mentre la narrativa getta sul personaggio le luci e le ombre dell’illuminazione naturale, che lo rendono percepibile ma non totalmente afferrabile, la narrazione getta sulla merce quella luminosità digitale che la rimette alla nostra totale disposizione.
Non a caso, i migliori personaggi dei romanzi ci incuriosiscono, e fantastichiamo di incontrarli nella nostra vita quotidiana e su quel che direbbero della nostra realtà e di quella da cui provengono: in certi casi, ci spingiamo ad almanaccare su cosa sarebbero capaci di fare nel nostro mondo; questa pratica immaginifica è di per sé narrativa, perché, congiungendo elementi della letteratura ed elementi della realtà, riscrive quest’ultima, cioè la fa oggetto di un racconto in cui il senso comune e il linguaggio dominante cedono il passo ad altre interpretazioni. Viceversa, le merci più riuscite non suscitano la nostra curiosità, perché di esse sappiamo già tutto: conosciamo non solo il loro valore d’uso, ma, grazie alle rappresentazioni offerte sullo spazio digitale, anche il loro valore-segno, cioè lo status sociale in cui possiamo identificarci mediante il loro possesso. Esse semplicemente ci allettano e non desideriamo altro se non di averle fra le mani.
Poiché le narrazioni suscitano emozioni, il capitalismo, appropriandosene e sottomettendole «alle regole del consumo», «si impadronisce della vita a un livello pre-riflessivo» e così sfugge a qualsiasi controllo cosciente e riflessione critica[1].
Se dalla narrativa si può trarre una morale, un viatico per la vita, dalla narrazione si può ricavare un’indicazione, una fiaccola per orientarsi nel mondo dei consumi.
Se ogni luogo Altro è illuminato dalla narrazione, tutto il mondo è luminescente e accende la compulsione all’acquisto, al turismo. La luminescenza della realtà origina da quella dello schermo digitale, tramite cui mettere a fuoco il mondo delle merci. Essere illuminato, avere addosso i riflettori, è una condizione che si impone – secondo il consueto meccanismo per cui è il digitale a conformare il reale – a tutta quella parte di esistente che si candida a merce. Non è un caso se molti di noi, acculturati alle «lucine» (in senso sia figurato che non), trovano belle e accoglienti le vie delle città riscaldate dalle insegne e dai lampadari dei locali commerciali.
Frattanto, in tutti gli angoli del mondo i travel blogger hanno affisso le proprie luminarie, cioè le narrazioni che rendono i luoghi Altri trasparenti e accessibili ventiquattr’ore su ventiquattro al turista-consumatore. L’agevole rintracciabilità e la riproducibilità di quasi qualunque angolo di mondo chiudono gli spiragli alla meraviglia: questa trasparenza ci fa sentire in qualche modo padroni del mondo ancor prima che viaggiatori e ci predispone in uno stato d’animo per cui sentiamo di non avere più barriere, se non quelle del nostro portafoglio, nell’esperimento degli spazi geografici; i voli low cost e la messa a reddito immobiliare mediante B&B rappresentano il corrispettivo di questo comune sentimento: il mercato si attrezza per monetizzare il rinnovato rapporto dell’essere umano col mondo, depurato da qualsiasi traccia di pudore o timore.
[1] B. Han, La crisi della narrazione, cit., pp. 9, 108.
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