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Comune e Regione, la cultura sacrificata al mercato
Roma gestisce ingenti risorse per la cultura. Si tratta in larga parte di fondi di origine europea, destinati a riqualificare spazi, recuperare immobili, intervenire sulle infrastrutture materiali. È un flusso consistente, che qualsiasi amministrazione utilizzerebbe. E infatti il Comune lo sta facendo. Ma fermarsi a questo dato e trasformarlo in un racconto autocelebrativo significa evitare il nodo politico di fondo. Il problema non è se quei fondi vengano spesi. Il problema è come vengono pensati e soprattutto che cosa stanno producendo nella città.
Da anni la cultura viene evocata come leva di inclusione, come strumento di rigenerazione urbana, come risposta alle disuguaglianze territoriali. Ma nella pratica si continua a privilegiare l’intervento sui contenitori, sugli edifici e sugli spazi fisici, mentre resta fragile il sostegno a ciò che dovrebbe dare senso a quei luoghi, cioè programmazione, lavoro culturale, continuità, radicamento nei quartieri. Si rafforzano le strutture, ma non si consolidano le condizioni perché possano vivere davvero.
Questo squilibrio è ancora più evidente se si guarda a ciò che esiste già. A Roma, negli ultimi anni, una rete diffusa di spazi sociali e culturali ha recuperato immobili abbandonati trasformandoli in luoghi accessibili, attraversati, capaci di produrre cultura e relazioni. Non si tratta di esperienze marginali, ma di presìdi che hanno garantito, spesso in assenza del pubblico, attività culturali, educative, sportive, mutualistiche.
Eppure queste realtà continuano a muoversi in una condizione di incertezza. Non vengono assunte come parte integrante della politica culturale urbana, ma ricondotte dentro un quadro amministrativo che ne riduce l’autonomia e ne mette a rischio la sostenibilità. Il valore prodotto nel tempo non viene riconosciuto fino in fondo. Viene piuttosto riassorbito dentro logiche economiche e gestionali.
Il paradosso è evidente. Chi ha reso uno spazio vivo e accessibile si trova a dover dimostrare continuamente di poterci restare. Il lavoro sociale e culturale aumenta il valore del bene, ma non si traduce nel diritto a continuare a svolgerlo.
In questo quadro rientra anche il tema dei beni comuni e dei patti di collaborazione. Sulla carta dovrebbero rappresentare un avanzamento, una forma più aperta di partecipazione. Nella pratica mostrano un limite strutturale. Non costruiscono stabilità, non garantiscono diritti, non mettono al riparo le esperienze nel tempo. Al contrario, le rendono dipendenti da un riconoscimento che può cambiare con il mutare delle scelte politiche.
La partecipazione così smette di essere terreno di autonomia e diventa una forma regolata dall’alto. Si definisce implicitamente un perimetro di ciò che è accettabile e di ciò che non lo è. Le esperienze più adattabili vengono ricondotte entro il quadro istituzionale, le altre restano esposte o vengono progressivamente espulse.
C’è poi un altro elemento. Attraverso questi strumenti si spostano verso le realtà di base funzioni che dovrebbero restare pubbliche, dalla gestione degli spazi alla produzione culturale, senza trasferire risorse adeguate né reale capacità decisionale. Si chiedono responsabilità, ma non si riconosce piena legittimità.
Nel frattempo si continua a investire sugli spazi, a inaugurare, a comunicare risultati. Ma la domanda decisiva resta sullo sfondo. Che cosa accade dentro quei luoghi. Chi li abita. Con quali risorse. Con quale continuità.
A Roma tutto questo è ancora più evidente, perché si tratta di una città segnata da forti disuguaglianze. Qui la cultura non può essere ridotta a una somma di interventi puntuali. Deve essere una rete diffusa, capace di garantire accesso reale nei quartieri. In assenza di questo si costruisce una geografia selettiva, con alcuni luoghi visibili e finanziati e altri sempre più fragili.
Il punto allora non riguarda solo il Comune, ma anche il rapporto politico e istituzionale tra Comune e Regione. La giunta regionale di destra guidata da Rocca ha cancellato la norma introdotta dalla giunta Zingaretti che, in caso di cambio di destinazione d’uso, imponeva il mantenimento del 70 per cento delle superfici a funzione cinematografica. Era un vincolo minimo, ma chiaro, a tutela della tenuta culturale di quei luoghi. Oggi quel vincolo non c’è più.
Di fronte a questa scelta, il Comune guidato da Gualtieri non ha segnato una discontinuità. Non ha costruito un conflitto politico con la Regione su un punto che riguarda in modo diretto il modello culturale e urbano della città. Al contrario, ha scelto la strada dell’accordo. Il caso dell’ex Cinema Metropolitan è esemplare. Comune e Regione hanno sottoscritto insieme un accordo di programma che apre a un centro commerciale di 1.800 metri quadrati, a uffici privati e a una piccola sala cinematografica da 99 posti, ridotta a presenza simbolica.
È qui che il rapporto tra le due istituzioni diventa un fatto politico. Non c’è una destra che impone e un centrosinistra che resiste. C’è una convergenza concreta su una trasformazione urbana che subordina la funzione culturale alla rendita, al commercio, alla valorizzazione immobiliare. E la notizia dell’accordo tra Regione Lazio e Comune di Roma, proprio per questo, finisce quasi per non fare più notizia. Sta diventando la regola.
Per questo il nodo è politico. Prima delle risorse e prima dei progetti serve una scelta chiara. Riconoscere che la cultura non è solo ciò che si costruisce, ma anche ciò che già esiste. Che il patrimonio pubblico non è fatto soltanto di immobili, ma di pratiche, relazioni, comunità. Che la partecipazione non può essere una procedura, ma deve tradursi in condizioni stabili e in diritti. Senza questo passaggio, anche gli investimenti più consistenti rischiano di produrre una trasformazione solo apparente.
La cultura non vive nei muri, se tra quelle mura non passa la realtà. Vive nella possibilità concreta di abitare gli spazi, produrre contenuti, costruire relazioni nel tempo. Se questa possibilità resta incerta o selettiva, la contraddizione rimane intatta. Una città che investe nelle strutture ma non riconosce fino in fondo le comunità che le rendono vive è una città che continua a indebolire la propria dimensione pubblica e democratica.
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