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Imboscati: epistolario tra Davide Brullo e Alessandro Deho’


4 Apr , 2026|
| 2026 | Recensioni

Imboscati (Oligo) è un pregiato epistolario tra Davide Brullo e Alessandro Deho’, illustrato dagli autori stessi, in cui la parola bosco dipana il suo ventaglio di significati. Attraverso una interiorizzata lettura dei testi sacri, Deuteronimo, Genesi, Salmi e Vangeli, mediante la figura del serpente, i due – chiamati sempre A. e D. – si raccontano senza scampo esistenze che debordano, e debordano in quanto pienamente aderenti al sacro, alla spoliazione radicale dell’uomo al cospetto di Dio. Per cui, D. scrive ad A. del kerithuth, il divorzio, che nel Vangelo di Matteo si dice apuló, da cui apolide. Gli racconta della sua fuga nel bosco, della sofferenza della figlia, definita e confinata dall’ingegneria psichiatrica in un disturbo alimentare. A. scrive fraternamente del serpente, del cane Dulcinea, dell’Eucarestia, ma oltre ancora serpeggia la domanda sull’oltre, la domanda e il principio di una risposta sul dove si è, e per quale ragione si è giunti nell’oltre, attraversando ogni dannazione, ogni residuo di vita profana. Scrive Aurelio Picca in prefazione che il sacro e il profano coincidano con l’apollineo e il dionisiaco.

D e A anch’essi sicuri che il Dio si è incarnato in un uomo con il sesso bastevole e ogni atto, affinché noialtri mischiando sacro e profano (per dirla dozzinalmente Apollo e Dioniso), abbiamo poi in eterno il compito di ristabilire la regola somma che taglia con la lama il Sacro e il Profano per fuggire dal mondo anche se lordati da esso.

La fede nel sacro non coincide con la fede per il progresso. Scrive A: Il progresso si nutre degli uomini, e del sacro. La morte come presupposto, legaccio della fede, la fede come anello, pozzo profondo, terribile, che divora. La guarigione – l’emorroissa come Giairo – impossibile in assenza di fede. Noi possiamo continuare a rantolarci nella malattia, e descriverla magistralmente, ma non vi è guarigione senza fede. È l’anello che lega le creature. 

In risposta, D. Osserva una chiesa del Settecento distrutta da una bomba, rivive Fitzcarraldo, Aguirre, i boschi. Sente la colpa, la viltà, l’impossibilità di rispondere a un desiderio profondo d’amore, che sembra sbarrarsi nella privazione, nella lontananza. Racconta una sofferenza immane, una figlia prima magrissima, poi vinta da una fame antica. Gli scriba della psiche dicono che ha un disordine – non mi piacciono: con mani egizie decidono cosa è bene e cosa è male, le false rassicurazioni degli sciacalli.

Il bosco è un deserto, in cui entrambi – ciascuno a suo modo – si ritirano per fuggire da un perpetuarsi di labirinti mondani, di trappole demoniache, attraverso i deserti il presente si snoda nel passato. Il bosco è anche lucus in cui si apre la lichtung, la radura di cui scrive Heidegger, l’apertura alla luce che filtra attraverso il buio del folto. Credo di aver compreso non vi sia progresso né conservazione, o che le due cose non muovano di un millimetro la coscienza umana; v’è solo perdita e resa, laddove gli affetti figurano come carezze e vastità impossibili, la rinuncia è l’unica via che si accorda al desiderio supremo di essere mossi dal sacro, senza nulla trattenere, senza nulla chiedere. Resta, in ogni caso, l’ipotesi che la tentazione conosca una dolcezza e si declini nei modi della nostalgia. A. dice di saper fare solo questo: Tagliarmi ogni volta le vene e dare in pasto al mondo la mia storia, i miei drammi, i miei affetti, tutto, senza filtri, senza protezioni, e ogni volta mi viene da piangere per come mi spoglio, ogni volta è una violenza

Ho maturato l’idea che scrivere non possa essere altro che lucida esposizione di tale violenza, che restiamo in vita, piccole schegge invisibili, non siamo visti, o protetti, ma esposti, e – forse – invidiati e puniti per il nostro tentativo di imitare il creatore, eppure, nella nostra condanna, non possiamo altro che eseguire la trasmutazione mediante la parola. 

Chi mi ama dice che sono un uomo vile, un traditore, uno schifoso. Vergogna macchia all’inverosimile la nomea dei miei figli, sfigurati da un padre invertebrato. Come ho potuto avere dei figli da te, uno imboscato nelle menzogne. Sulla lingua passo a giorni alterni due parole evangeliche: “spada” e “compassione”. scrive D.

Non immagina, forse, il lettore, che questa estrema vocazione letteraria non può essere gioia ma mutilazione, dacché si tratta comunque di adorare un idolo, che non conduce direttamente a Dio, ma compie un passo verso il sacro, nella discesa agli inferi dell’io. Eppure, l’ultimo passo è proibito, la strada sbarrata. Non possiamo che contemplarne lo sbarramento.

La sofferenza dell’anima, lungi dall’essere catalogata dal potere psichiatrico – un potere panottico e poliziesco – come mostrano Davide Brullo e Alessandro Deho’ esponendo in prima persona le proprie ferite, non ultimo il senso di inadeguatezza di fronte a un mondo profano sempre più invischiato in dinamiche di potere che poco hanno a che fare con il sacro, se non con la sua versione distorta e perversa – dacché il male altro non è che una caduta, una perversione del bene, talvolta una sua buffa imitazione – deve e non può non essere interpretata come un dono, una possibilità iniziatica d’accesso non mediato e, perciò, mistico all’energia primigenia, al fuoco sacro. Perciò, quel senso di smarrimento nel mostrare nella nudità assoluta un’anima tormentata e visibilmente differente dalle altre non può che fare invidia, poiché, come sostiene Nietzsche: Coloro che furono visti danzare furono considerati folli da coloro che non potevano udire la musica.

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