La mattina dell’1 aprile si entra in edicola, si compra un qualsiasi giornale e, leggendo la prima pagina, viene subito in mente il famoso pesce d’aprile: la Nazionale italiana di calcio è fuori dai Mondiali, ancora una volta. E invece è tutto vero.
Le radici del problema sono profonde, perché tutto ha inizio nel 2006, l’anno in cui l’Italia vinse il quarto e, finora, ultimo Mondiale. La squadra era clamorosa per qualità e interpreti, infarcita di campioni all’apice della carriera (i vari Totti, Del Piero, ecc.). In seguito si commise un errore enorme: non alimentare il sistema calcistico italiano nel suo periodo d’oro. Quel gruppo straordinario avrebbe potuto fungere da traino per le nuove generazioni, sfruttando l’entusiasmo dei giovani per creare nuovi talenti. Si tentò invece di vivere di rendita.
Marcello Lippi, allora commissario tecnico campione del mondo, lasciò l’incarico da vincitore acclamato. Fu l’inizio della fine.
Arrivò Alberto Donadoni, buon allenatore che però non seppe gestire un gruppo in transizione, segnato dall’addio di leggende come Nesta e Totti. Tra ritiri e infortuni, si costruì una selezione discreta ma non all’altezza per competere ad alti livelli. All’Europeo 2008 l’Italia uscì ai rigori contro la Spagna, che avrebbe aperto di lì a poco un ciclo vincente: due Europei (2008 e 2012) e il Mondiale 2010.
Proprio in Sudafrica, nel 2010, l’Italia si presentò da campione in carica, ma solo sulla carta. Le leggende non c’erano più e la qualità tecnica era in evidente calo. Gli Azzurri uscirono ai gironi senza vincere una partita contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.
Il problema non fu solo il risultato, ma anche la gestione tecnica: Donadoni aveva una clausola che prevedeva la rescissione in caso di eliminazione all’Europeo, e così fu. Tornò Lippi, come se potesse risolvere una situazione già compromessa. In quegli anni, la FIGC non ebbe la lungimiranza di costruire un ciclo vincente dopo il 2006: la qualità dei giocatori calava, i settori giovanili venivano trascurati e si continuava a scaricare le responsabilità sugli allenatori.
Lippi tornò per senso del dovere, sentendosi in debito con la Nazionale. Aveva lasciato da vincente, anche stanco per le critiche legate a Calciopoli, che avevano pesato sulla sua immagine. Ma il Mondiale sudafricano, disastroso nonostante qualificazioni dominanti, segnò definitivamente la fine della sua esperienza.
Ricostruire fu difficilissimo: la rosa era sempre più impoverita e mancavano strutture adeguate. I settori giovanili venivano sfruttati poco e senza convinzione, privilegiando giocatori già pronti.
Nel 2011 Roberto Baggio, allora presidente del settore tecnico FIGC, presentò un dossier di 900 pagine con proposte concrete: migliorare impianti e centri federali, formare istruttori qualificati e creare un nuovo sistema di scouting orientato alla tecnica. Il progetto fu finanziato ma mai realmente attuato. Baggio lo capì e si dimise poco dopo.
Quel dossier fu uno spartiacque, perché i risultati successivi gli diedero ragione.
Arrivò Cesare Prandelli, che riportò entusiasmo. All’Europeo 2012 l’Italia andò oltre le aspettative, trascinata dal blocco juventino (Buffon, Pirlo, Marchisio), fino alla finale persa contro la Spagna.
Fu però solo un sussulto. Ai Mondiali 2014 in Brasile arrivò un’altra eliminazione ai gironi, nonostante ottime qualificazioni. Seguirono le dimissioni del presidente FIGC Abete e dello stesso Prandelli.
Fu quindi scelto Antonio Conte, reduce da tre scudetti con la Juventus. Creò un gruppo solido e competitivo, portando l’Italia ai quarti dell’Europeo 2016, eliminata ai rigori dalla Germania dopo aver battuto la Spagna. Ma anche lui lasciò, desideroso di tornare ad allenare un club.
Ancora una volta mancò la continuità.
Arrivò Giampiero Ventura, il cui nome resta legato alla storica mancata qualificazione al Mondiale 2018 contro la Svezia: un punto di non ritorno.
Nel 2018 divenne presidente FIGC Gabriele Gravina e Roberto Mancini prese la guida tecnica. La situazione migliorò sensibilmente: l’Italia vinse a sorpresa l’Europeo 2021 a Wembley, tornando sul tetto d’Europa dopo 53 anni.
Sembrava una rinascita, ma fu solo una parentesi: nel 2022 arrivò una nuova mancata qualificazione ai Mondiali, con la sconfitta contro la Macedonia del Nord. E nel 2026 un’altra eliminazione, questa volta contro la Bosnia nei playoff.
I risultati parlano chiaro: negli ultimi vent’anni il crollo della Nazionale è stato lento ma inesorabile, senza interventi strutturali adeguati.
Emblematica è stata la scelta del Decreto Crescita (2019–2024), che favoriva fiscalmente l’acquisto di giocatori stranieri, penalizzando indirettamente lo sviluppo dei giovani italiani. Le decisioni sono state spesso orientate ai bilanci dei club più che alla crescita del movimento.
Il sistema si è progressivamente sgretolato. E oggi è inevitabile intervenire, perché l’abisso è ormai diventato un vero e proprio buco nero.
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