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Niente da dichiarare: un romanzo sulla crisi permanente del mondo-azienda


14 Apr , 2026|
| 2026 | Recensioni

Penso che Giulia Sara Miori sia una delle più capaci narratrici italiane contemporanee, sa raccontare, e lo fa senza schermarsi, senza edulcorare la visione, mantenendo la precisione del dettato, e l’obliquità della tensione fra vita reale e mondo onirico: sogno e incubo.

La letteratura non può non scavare nelle ombre, è quella parte insondabile di noi, è quella parte inconscia. Credo lo scrittore, quando fa buona letteratura, non possa essere consolatorio, e paghi un prezzo altissimo per il lavoro di scavo che fa, anche a discapito della propria salute. Non può essere consolatoria, la letteratura. La letteratura è sempre una discesa all’inferno, una dantesca discesa all’inferno. In Niente da dichiarare (Marsilio), Giulia Sara Miori esplora il burnout, il perturbante, l’amore tossico, e l’anancasmo. La prima metà del romanzo gioca su un contrasto cromatico e psicologico violento. Inizia nell’azienda Hardisson in Olanda, dove il controllo sociale è mascherato da inclusività e personal time, come i 10 minuti, non di più, per andare in bagno. Qui la scrittura è affilata, satirica, a tratti sociologica nel descrivere l’ipocrisia del capitalismo woke, fa pensare al migliore Palahniuk (Fight club, Soffocare, Invisible monsters). Successivamente, la narrazione deraglia in puro stile Miori, come accadeva anche ne La ragazza unicorno, dal reale al simbolico. Con il ritorno in Italia, i toni passano dalla satira aziendale al thriller psicologico e metafisico. Milano e Torino sono città distorte nella riproduzione visiva del disordine interiore di Marta: stazioni della metro che puzzano di urina, citofoni muti e aule di tribunale kafkiane. Marta è un personaggio letterario straordinario in quanto profondamente respingente. È misantropa, cinica, giudicante verso le colleghe rifatte e i manager sorridenti; sempre in bilico tra l’assetto di vittima e quello di carnefice, nella piena dualità border che non conosce mediazione o sintesi. L’azienda-mondo, la piramide, il potere, il capo (donna, peraltro), e l’impossibilità di esserne davvero parte.

Mi osserva, cerca di capire quello che penso davvero. Ma non può. È evidente che non può. Non siamo allo stesso livello. Lei è cretina, io sono intelligente. E tuttavia, pur essendo cretina, lei va e viene quando le pare, fa il cazzo che vuole, ha uno stipendio da manager e una marea di bonus; mentre io, che sono intelligente, ne ho uno da entry level: uno stipendio dignitoso, per carità, ma socialmente irrilevante.
«Una vita a malapena dignitosa è degna di essere vissuta?» le chiedo.
Suelyn aggrotta le sopracciglia. È spiazzata, storce la bocca. «Cos’hai detto?»
«Una vita a malapena dignitosa è degna di essere vissuta?»
Mi diverte la sua espressione allibita. Non dev’essere avvezza a quesiti di tipo filosofico.
«Ascolta, tesoro, capisco che per te è un momento difficile, ma ci sono delle regole, e queste regole valgono per tutti, senza eccezioni. Le mancanze di rispetto non possono essere tollerate, capisci?»
Annuisco. Vorrei chiederle in che senso per me sarebbe un «momento difficile», ma non ne ho la forza, e in fondo non me ne frega niente.
«Non credo di doverti ricordare che al terzo avvertimento… insomma, sai come funzionano le cose in Hardisson.»
Le dico che non mi pare di aver ricevuto alcuna mail di avvertimento. La mia replica la irrita ancora di più, sottolinea di aver chiuso un occhio più di una volta, di non avermi mandato alcuna mail in via ufficiale perché tiene a me, al mio lavoro; il mio contributo in azienda è «prezioso», sottolinea, non desidera farne a meno, e tuttavia se continuo ad avere atteggiamenti inappropriati, be’, in tal caso bisognerà vedere, eccetera. Mi chiedo quante volte abbia ripetuto queste frasette pseudomotivazionali che in realtà sono il preludio del licenziamento. Senza dubbio molte, moltissime volte. 

La sua fragilità esplode in modo devastante con l’attacco di panico e l’ossessione per il pappagallino Polly. La sua mente non segue più la logica causa-effetto, ma la sincronicità: la fuga di un uccellino diventa la causa di un disastro aereo passato, di qui l’ossessione per Andreas Lubitz che pervade il romanzo. Una testimonianza per uno sconosciuto, Sergio Urru, diventa il prezzo da pagare per riavere l’amore del suo chiodo fisso Marcello.

Marta è l’incarnazione del paradosso olandese: un’efficienza esteriore che nasconde una collaborazione passiva con il proprio annientamento. Il grande tema sottaciuto è l’impossibilità di reggere la percezione espansa della totalità, è una forma di connessione, ma non quella friendly dei meeting aziendali. È la connessione invisibile, tossica tra le persone, il ghosting: la guerra di silenzio con Marcello è il vero motore della sua sofferenza. I passaggi sociologici sulla guerra tra i sessi, il rapporto uomo donna, la prostituzione sono potentissimi e fanno pensare sempre a quei due capisaldi della scrittura estrema: Houellebecq (Estensione del dominio della lotta), Palahniuk.

Come in Estinzione di Francesco Mazza (La Nave di Teseo), la guerra tra i sessi assume un assetto biopolitico: la descrizione della Girlfriend Experience mostra ciò che un uomo vuole oggi da una prostituta, non tanto il sesso trasgressivo quanto la simulazione di un sentimento, che molto probabilmente non riceverà da una qualsiasi donna senza doverlo comprare, così come nessun sentimento appare corrispondersi, ed è proprio qui la crisi nella crisi del capitalismo avanzato: il desiderio estremo volge verso un approdo impossibile; un contronirvana contemporaneo, in cui la sostanza delle relazioni è bucata da sistemi di potere che hanno perso la propria referenzialità e si sono smarriti nel puro simbolico senza alcuna aderenza al reale. Dunque, il mondo è una feroce azienda, tutto si può comprare, anche i sentimenti, anche la sofferenza, così come la gioia; la devastazione interiore è un buco nel sistema di marketing universale. In tale prospettiva, sembra per lo più auspicabile lo schianto autosabotante ricercato da Marta. La riflessione sulla prostituzione è metafora della sua vita e della nostra: tutti fingiamo di amare il nostro lavoro, la nostra vita o i nostri simili per un tornaconto, in una recita collettiva che svuota di senso l’esistenza.

La prima parte del romanzo è una discesa agli inferi estremamente lucida. Miori scrive con una cattiveria necessaria, priva di pietismo. Il lettore è inchiodato tra il desiderio di salvare Marta e la consapevolezza che il mondo che la circonda è, se possibile, ancora più folle di lei. Il romanzo di Miori è un’anatomia della caduta, un’opera che utilizza la tragedia reale del volo Germanwings 9525 come specchio deformante di una crisi esistenziale. È un testo che non cerca di spiegare il male, lo abita. Lo stile è l’elemento cardine. L’autrice adotta una scrittura veloce, scattante, chirurgica. Non c’è spazio per la poesia, quasi la bellezza venga cavata fuori dalla bocca dell’orrore. La narrazione procede per sottrazione: i dialoghi sono brevi, spesso violenti nella loro sincera spietatezza. La freddezza formale crea un contrasto con la frizione interna di Marta. La lingua riflette il suo stato mentale: un aeroporto deserto di notte, illuminato solo da luci al neon che trafiggono gli occhi. Il romanzo è costruito su una dualità costante: vita privata/vita tecnica. La vita di Marta, fatta di farmaci, silenzi con i genitori, un amore tossico a Torino, l’ossessione per un processo, i capitoli documentaristici sul volo 9525, tale alternanza trasforma il libro in un conto alla rovescia verso la deflagrazione. Il lettore sa che le due linee sono destinate a convergere. Quando nel capitolo 8 leggiamo dei sette minuti finali di Lubitz, capiamo che anche per Marta il tempo del dubbio è finito: la porta della cabina si è chiusa.

L’uso ossessivo degli uccelli è il filo di sangue del romanzo. Polly: l’inseparabile perduto, simbolo dell’ultima connessione affettiva sana. Il Falchetto di Urru: l’uccello sacrificato e mangiato, che rappresenta la trasformazione dell’amore in possesso e distruzione. I Corvi: i necrofagi finali sul tribunale, che segnano la fine della speranza. Gli Uccelli Paradisiaci: l’allucinazione psicotica che trasfigura la tragedia imminente in bellezza estetica.

I personaggi sono archetipi del fallimento. Marta è un’eroina tragica moderna che sceglie l’abisso per non essere dimenticabile. Marcello sembra essere la personificazione della dipendenza mediocre: tira a campare, pippa cocaina per sopportare il peso di una realtà che non sa amare né curare. L’Avvocato De Biasi è una figura a tratti soprannaturale, un tentatore o un’emanazione del Super-io di Marta che le fornisce la giustificazione intellettuale per la sua deriva.

Niente da dichiarare è un’opera perturbante che sfida il lettore a restare nel buio profondo di uno schianto. È una critica feroce alla società capitalistica della performance che lascia a terra chiunque mostri una crepa. La Miori eccelle nel descrivere quel punto di non ritorno in cui la sofferenza smette di chiedere aiuto e deflagra in un impatto oltre la pelle. Marta è ormai un aeromobile senza piloti, guidata da un pilota automatico impostato sullo schianto. Il tribunale non l’ha salvata, l’ha appena liberata dagli ultimi dubbi. Il romanzo ci permette di vedere, mediante la traiettoria di Marta Augello, l’alienazione totale in cui siamo scivolati.

Anatomia di uno schianto esistenziale, la metafora del disastro areo serve a narrare il disastro dell’io. Giulia Sara Miori costruisce un’opera perturbante che utilizza la cronaca nera del volo Germanwings 9525 (e il mistero dell’MH370) come reagente chimico per analizzare la decomposizione psichica di una donna contemporanea. Il cuore del romanzo risiede nella sua struttura a vasi comunicanti: da un lato, la prosa asciutta e diaristica segue Marta tra il burnout olandese, il ritorno regressivo dai genitori e l’ossessione per il processo a Torino. Dall’altro, i capitoli tecnici e documentaristici sulla tragedia di Andreas Lubitz fungono da metronomo: ogni dettaglio tecnico della discesa dell’Airbus anticipa un crollo psicologico di Marta. La narrazione crea una tensione insostenibile, dove il lettore capisce che la collisione tra la vita della protagonista e la storia del pilota suicida è inevitabile. Marta è un personaggio che ha un quoziente tale di verità personale da divenire specchio della crisi contemporanea: la crisi della performance, il burnout di un’intera società. È una donna che ha finito il carburante in una società che esige costanti prove di validità asservita e funzionale, una società adatta all’intelligenza artificiale ma invivibile per l’umano a meno di una mostruosa mutazione antropologica. 

Miori esplora il concetto di multi-universo o linee temporali alternative: la pappagallina Polly è fuggita ma sarebbe potuta restare, tornare o sparire per sempre. Nella realtà della protagonista, si è verificata l’ultima ipotesi. Questa fuga non è vista come un evento isolato, ma come l’innesco di un effetto farfalla che ha influenzato profondamente la psiche della narratrice, portandola a un progressivo distacco dal mondo materiale.

Nella seconda parte, emerge un dialogo o una riflessione interiore (forse mediata da una figura esterna, una sorta di voce critica o un analista) sulla condizione della protagonista. Gli antidepressivi vengono descritti come strumenti che trasformano le persone in automi per rimetterle nel ciclo produttivo, senza però curarne il senso di fallimento esistenziale.

Verso la fine del libro, in una scena surreale, abbiamo un confronto diretto tra la protagonista e l’oggetto d’ossessione, il pilota Andreas Lubitz. La discussione si sposta su un piano etico universale: l’inesistenza dei mostri. Marta sostiene una tesi provocatoria: non esistono i mostri in senso metafisico (citando figure come Hitler, Manson o Dahmer). Secondo la sua visione, queste figure restano esseri umani che hanno compiuto la scelta consapevole di mettersi al servizio del male. Questo toglie loro l’alibi della natura mostruosa e riporta tutto sul piano della responsabilità individuale e delle decisioni eticamente discutibili. Il brano mette in luce una protagonista in crisi, sospesa tra il determinismo degli eventi (l’effetto farfalla) e la ricerca di un senso profondo che vada oltre la superficie delle cose. Emerge un forte rifiuto per le soluzioni preconfezionate della società (lavoro, farmaci) e una volontà di analizzare l’oscurità umana senza filtri moralistici predefiniti.

Il dolore di Marta è intriso di horror vacui, il sentimento cardine del disturbo borderline, di fondamentale importanza per comprendere come il burnout non sia la crisi di un momento ma la deriva di una vita impostata sulla funzionalità tecnica. Il burnout non è risolvibile, il burnout non esiste, il border è un sismografo dell’impossibilità del sistema di procedere verso una dimensione di diabolico progresso distruttivo, in cui i più funzionali sono i più imbecilli. E saranno loro a farcela. L’identificazione di Marta con Lubitz non nasce da una pulsione omicida, ma da una profonda solidarietà nell’atto di chiudere la porta della cabina e smettere di rispondere al mondo che vampirizza (genitori, amanti, medici).

Senza fare spoiler, è interessante sottolineare l’ambivalenza del finale, che sembrerebbe riportare il libro sui binari del realismo clinico, eppure, il ritorno del Numero 9525 e dell’Avvocato nel negozio di Utrecht suggerisce una verità più inquietante: Marta non è guarita, ha accettato di vivere il proprio delirio sul doppio binario: verità socialmente accettabile/verità del delirio. Il finale trasforma il burnout in un’accettazione estatica del nulla. La chiusura della porta non è più un atto violento, ma un gesto di accettazione definitiva: Non c’è alcuna ragione di scappare.

Giulia Sara Miori riesce a trattare temi come i disturbi di personalità, la depressione, l’aborto e il suicidio di massa con una freddezza che amplifica l’orrore. La sua capacità di mescolare termini tecnici dell’aeronautica con il linguaggio dei sentimenti feriti crea un corto circuito stilistico piuttosto originale nel panorama letterario contemporaneo; così ci consegna una storia dove il confine tra vittima e carnefice, tra sogno e realtà, tra volo e caduta, svanisce nel bianco accecante delle Alpi.

Ventisei minuti, per la precisione. Ha modi gioviali, eppure qualcosa in lui non mi convince. L’altro pilota, più in là con gli anni, mi chiede se ho paura di volare. No, dico, non proprio. Cioè, prima sì, per molti anni ho avuto il terrore di salire su un aereo, ma ora non più, o almeno non così tanto; certo, un po’ di paura rimane sempre, soprattutto durante il decollo, però è una cosa gestibile, una cosa davvero leggera, perfettamente sotto controllo. Il pilota più giovane annuisce, m’invita ad affidarmi alle assistenti di volo nel caso in cui avessi bisogno. «Sono pagate per questo» insiste. Mi metto a sedere. Il mio posto è all’esterno, proprio come se si trattasse del ponte di una nave. La vista non mi esalta, ci troviamo sul crepaccio, da lassù si vedono le montagne innevate, forse le Alpi, il che non mi piace per niente: detesto la montagna, ho paura delle altezze e degli spazi aperti. Ho bisogno di confini, di limiti. Qui invece non ce ne sono, non c’è niente, è tutto aperto come una ferita. «Il comandante informa che il volo 9525 sta per decollare. Ci scusiamo per il ritardo.» Seduti accanto a me, diversi bambini piccoli si godono il panorama. Nessuno di loro sembra avere paura, così mi faccio forza e cerco di non guardare nel vuoto. Pochi minuti, e l’aereo decolla. Mi rendo conto che si tratta di un decollo sui generis, perché invece di salire stiamo sprofondando. Lentamente, molto lentamente, ma non c’è alcun dubbio: stiamo precipitando, il muso dell’aeromobile è rivolto verso il basso, eppure tutti sembrano tranquilli. Chiamo l’assistente di volo. Arriva subito, ostenta un sorrisetto urticante.
«Stiamo scendendo» osservo, «come mai?»
«Ma certo, signora. È normalissimo, questo non è un aereo come gli altri.»

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